TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


venerdì 8 luglio 2016

Morte di Davide Lazzaretti, il Cristo del Monte Amiata



Sono stato sul Monte Amiata
dove è nato Gesu Cristo
che fu il primo socialista
e morì per la libertà”

Sono le parole di un vecchio canto popolare.
Uno spettacolo narra ora il sogno del barrocciaio nato ad Arcidosso, in Toscana, nel 1834 e ucciso nel 1878 con una palla di fucile in fronte. Per i suoi seguaci “Il Cristo dell'Amiata”, per lo Stato un sovversivo e un folle.


Laura Zangarini

Il Vangelo di David Lazzaretti secondo figlio di Dio




«La tua vita è un mistero che un giorno ti sarà svelato». È questa la profezia che un vecchio frate fa a David Lazzaretti nel bosco di Macchiapeschi, nelle vicinanze di Cana, in Maremma. È la primavera del 1848, David ha 14 anni. Trent’anni dopo, davanti a una folla adorante di tremila persone, David proclamerà di essere la reincarnazione di Cristo.

Alla figura complessa di David Lazzaretti — predicatore, eretico, utopista — è ispirato Il secondo figlio di Dio. Vita, morte e miracoli di David Lazzaretti , il nuovo spettacolo di canzoni e narrazione scritto da Simone Cristicchi e Manfredi Rutelli con musiche originali dello stesso Cristicchi e del maestro Valter Sivilotti. Affidata alla regia di Antonio Calenda, la produzione firmata CTB Centro Teatrale Bresciano e Promo Music in collaborazione con Mittelfest debutterà in prima nazionale il 23 luglio a Cividale del Friuli.

L’«antiquario della memoria», come si definisce Cristicchi, e il barrocciaio di Arcidosso si incontrano per la prima volta nel 2008, a Santa Fiora, sulle pendici del Monte Amiata, in provincia di Grosseto. In questo paesino Cristicchi ha scoperto il Coro dei Minatori, un ensemble di musica popolare (14 elementi tra i 19 e gli 81 anni con cui ha costruito lo spettacolo Canti di miniera, d’amore, di vino e anarchia ) che, spiega a «la Lettura», «di generazione in generazione si tramanda i canti di quelle terre, intonate per lo più nelle osterie o nelle piazze di paese. Scavando nelle tradizioni e nelle leggende locali mi sono imbattuto in Lazzaretti, oggetto non solo di culto popolare ma anche dell’attenzione di storici, scrittori e letterati, da Guy de Maupassant a Benedetto Croce, da Giovanni Pascoli ad Antonio Gramsci. Se ne interessò anche Tolstoj nel corso dei suoi incontri con Cesare Lombroso, che ne studiava il cranio per dimostrarne scientificamente la follia».

Nel suo vagabondare artistico, incappare nel passato è una costante: cosa l’attrae? «Mi spinge l’urgenza di raccontare delle storie, di restituire in qualche modo una “giustizia” ai dimenticati. In Magazzino 18 era il dramma delle foibe e l’esodo di istriani e giuliano-dalmati, era spiegare come gli oggetti che lasciamo dopo il nostro passaggio su questa terra parlano di quello che siamo stati; in Li Romani in Russia era la necessità di cercare le mie radici attraverso la storia di un uomo straordinario, mio nonno, tornato a piedi a Roma dalla ritirata di Russia». Riflette: «Mi ritrovo nella sua ostinazione. Più in generale mi rispecchio in quella feroce volontà di farcela a tutti i costi, di raggiungere un obiettivo: nel caso di mio nonno quello di salvare la pelle. Ma se lui non fosse stato costretto a quel tragico ritorno, io non avrei mai potuto essere qui».



E nel caso di Lazzaretti quale urgenza l’ha spinta? «Volevo raccontare una storia che forse è solo una follia, una storia che se non te la raccontano, non la sai: perché quella di Lazzaretti è la storia di un’idea, di un sogno. Di un’utopia. Lo hanno definito “folle”, “eretico” “socialista”. Ma lui non aveva niente a che fare col socialismo, per lui la “condivisione” era molto semplicemente uno strumento per elevare lo spirito».

La visione del vecchio frate nel bosco di Macchiapeschi per anni deve essere apparsa a David come un sogno. La sua vita prosegue secondo le linee tradizionali di quella di un giovane montanaro: il lavoro, la famiglia (nel 1856 sposa una donna che gli dà cinque figli), l’impegno civile e politico (nel 1859 entra nella cavalleria del generale Enrico Cialdini; l’anno dopo combatte contro le truppe pontificie). Tuttavia, il 25 aprile 1868, esattamente vent’anni dopo quel primo incontro, ecco che il vecchio frate gli appare ancora. Lo spinge a recarsi dal Papa per «esporgli la sua missione»; quindi a «ritirarsi in un convento». È qui che «divine» visioni gli fanno visita e torna a parlargli il «santo vecchio». Quando, dopo un altro soggiorno eremitico, David riappare tra le popolazioni dell’Amiata con il suo nuovo ruolo di «uomo santo», gode ormai di un ampio e profondo prestigio sociale.

Numerosi fedeli si raccolgono intorno a lui per ascoltare la sua predicazione e seguirne i consigli. «Ad amarlo furono soprattutto poveri e bisognosi, che si affidarono a lui non solo perché annunciava l’avvento dello Spirito Santo che avrebbe cambiato il volto del mondo, ma anche per il suo carisma. Pio IX, vescovo di Roma e Papa della Chiesa cattolica, gli concesse udienza privata. Rimase talmente colpito dalla personalità del predicatore che lo protesse fino al giorno della sua morte, il 7 febbraio 1878. Lazzaretti verrà ucciso qualche mese dopo, in agosto, sotto il pontificato di Leone XIII».

La vita messianica di Lazzaretti, e la sua fama anche Oltralpe, mettono in allarme le autorità ecclesiastiche e civili. Scomunicato dal Sant’Uffizio, il predicatore vede messi all’Indice i suoi libri e scritti. «Ma infastidiva anche lo Stato, che lo considerava un agitatore di masse, un rivoluzionario. Il giorno in cui venne assassinato, il 18 agosto 1878, stava guidando la processione per la Festa dell’Assunta verso Arcidosso. Ai piedi del Monte Labbro lo attendeva una pattuglia di carabinieri.



Spararono, una palla di fucile colpì David proprio in mezzo alla fronte. Morì dopo nove ore di agonia. Con lui rimasero uccisi anche tre poveri montanari, semplici spettatori della processione».
Antonio Gramsci scrisse che quella di Lazzaretti fu una fucilazione senza processo, premeditata a freddo. «I sospetti che possa essere stato un omicidio politico non sono mai venuti meno. Era diventato un personaggio scomodo. La vera frattura si aprì quando cominciò a predicare la “sua” teologia, a sostenere che la teoria del libro della Natura fosse l’unica Bibbia. Affermava che la divinità non è fuori ma dentro l’uomo, una tesi per la Chiesa intollerabile. Per me, la portata rivoluzionaria del suo dogma risiede nella sua capacità di ripensare il mondo, di credere di poterlo cambiare a partire da noi stessi».

Che cosa rimane oggi di quell’utopia, di quel sogno? «Fino agli anni Sessanta David aveva ancora dei seguaci. Oggi la sua eredità è un museo dove sono conservati oggetti d’epoca, cimeli e documenti, e un centro studi che edita pubblicazioni e ricerche sul “santo”. Per me del suo “messaggio” resta soprattutto la visione di ogni uomo come tessera di un grande mosaico, indispensabile a tutti gli altri».

    Monte Labro. Ruderi del Santuario davidico

Dal testo dello spettacolo verrà tratto il libro omonimo che uscirà in coincidenza con l’inizio della tournée (sono già previste una sessantina di repliche). Cosa vedranno in scena gli spettatori? «Al centro del palco ci sarà un barroccio che diventerà via via una macchina teatrale, mentre alcune videoproiezioni mostreranno i luoghi in cui si svolge la storia di David: l’Amiata, un ex vulcano ora a riposo, è considerato un monte misterioso, dalle forti “energie”; rimanda ad alchimie arcane, è la zona del cinabro, del mercurio... Qui sorge il più importante tempio buddhista d’Italia, Merigar, letteralmente la “residenza della montagna di fuoco”, simbolicamente “dimora dell’energia”. Ad Arcidosso sono tuttora visibili particolari simboli scolpiti nella pietra che richiamano una sapienza antica, la presenza dei templari…». E le canzoni? «Saranno accompagnate da un coro polifonico.

Darà allo spettacolo una sacralità molto suggestiva, con canti in stile gregoriano e musiche dal vivo eseguite da quattro musicisti». Cosa vorrebbe che il pubblico portasse con sé, a casa, della sua storia? «La storia di Lazzaretti è la metafora di quello che è capace di fare un uomo: solo i pazzi, i rivoluzionari e i poeti non smettono mai di dare ascolto alla voce che li spinge a inseguire il sogno».


Il Corriere della sera – 26 giugno 2016