TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


giovedì 28 luglio 2016

Quando Marcuse lavorava per la CIA



Angelo Bolaffi scopre oggi che Marcuse lavorò per i servizi di informazione americani. Un'ulteriore conferma del provincialismo dei nostri accademici. In realtà la cosa era nota da tempo (vedi il libro di Douglas Kellner, Herbert Marcuse and the Crisis of Marxism, del 1984 che dedica alla questione un intero capitolo) e si spiega con il clima particolare degli anni di guerra quando l'OSS, l'antenato della CIA, utilizzò in nome della crociata antinazista molti intellettuali (in prevalenza ebrei) vicini agli ambienti comunisti. Le cose divennero più complicate nel dopoguerra, con la rottura dell'alleanza antitedesca USA-URSS e l'inizio della guerra fredda. Le amministrazioni pubbliche e le organizzazioni sindacali furono sistematicamente epurate dai progressisti arruolati al tempo del New Deal e la CIA sostituì l'OSS, diventato troppo di sinistra per tempi in cui l'antifascismo era diventato sospetto. Qualcuno ruppe di netto, altri come Marcuse continuarono a collaborare per qualche anno in nome della lotta al totalitarismo, altri ancora diventarono agenti a pieno titolo. Illuminante, a questo proposito, il bel libro di Frances Stonor Saunders, La guerra fredda culturale.

Angelo Bolaffi

Intellettuale e agente Cia. Marcuse uomo a due dimensioni

«Alla fine della guerra i comunisti in Francia e in Italia erano probabilmente così forti che un tentativo di presa del potere sarebbe stato giustificato. A impedirglielo fu non solo la presenza delle truppe alleate ma anche l’interesse dell’Unione sovietica di evitare una aperta rottura della alleanza militare. In questa situazione i comunisti sono evidentemente giunti alla convinzione di poter arrivare al potere tramite la collaborazione a una coalizione di governo (...) La spettacolare crescita del comunismo in Francia e in Italia sembra dovuta alle specifiche condizioni che esistono nei due paesi. In Italia un mix di dominio fascista e di sconfitta bellica ha prodotto un vuoto politico di cui ha approfittato un dirigenza comunista estremamente capace e brillante». Così Herbert Marcuse nella introduzione a un documento di analisi strategica datato 1 Agosto 1949 intitolato The Potentials of World Communism redatto dall’Office of Intelligence Research del ministero degli Esteri americano.

Dunque il filosofo che negli anni di Weimar aveva per primo pensato di integrare l’esistenzialismo di Heidegger (di cui poi divenne critico implacabile) con l’opera di Marx, l’icona filosofica della ribellione giovanile del ’68 in Usa e in Europa e per questo messo sotto osservazione dalla Fbi, l’autore di bestseller planetari come L’uomo a una dimensione o Eros e civiltà, il critico intransigente della “tolleranza repressiva” delle società di tardo-capitalismo di cui proprio quella americana era per lui il prototipo, ha collaborato con i servizi di informazione statunitensi.

La notizia ha certo del clamoroso anche se voci in tal senso erano circolate già ai tempi della rivolta studentesca. Ovviamente la vicenda venne allora giudicata con estremo sospetto e condannata con molta durezza. Memorabile in tal senso la contestazione, durante una conferenza tenuta da Marcuse a Roma nel giugno del 1969 al teatro Eliseo, di Daniel Cohn-Bendit, che chiese al filosofo tedesco-americano di giustificarsi per quei suoi «scandalosi trascorsi» con la Cia.

A dire il vero almeno da quando tra il 1975 e il 1976 era stato tolto il segreto che copriva le attività svolte dalla sezione Mitteleuropa del Research and Analysis Branch (R&A) e dalla sezione ricerche e analisi del Office of Strategic Services (Oss), poi inglobato nella Cia, e grazie alla pionieristiche ricerche di Alfons Söllner documentate nei due volumi apparsi in Germania nel 1986 col titolo Zur Archäologie der Demokratie in Deutschland, si sapeva che durante il Secondo conflitto mondiale alcuni intellettuali ebrei poi costretti ad attraversare l’Atlantico per sfuggire alle persecuzioni naziste avevano collaborato con le autorità americane fornendo analisi della società tedesca, delle ragioni della sconfitta delle forze democratiche e repubblicane e dei meccanismi di funzionamento del regime del III Reich.



E che anche Franz Neumann, cui si deve la prima analisi sistematica del regime nazionalsocialista apparsa nel 1942 col titolo di Behemoth, e Otto Kirchheimer, il geniale allievo socialdemocratico di Carl Schmitt e dello stesso Marcuse, avevano cooperato con il governo americano anche dopo la fine della guerra. Per agevolare l’opera di denazificazione della Germania e poi, scoppiata la Guerra fredda in Europa, per respingere la minaccia del totalitarismo sovietico.

Solo che fino ad oggi non era stato possibile individuare con certezza l’autore delle singole analisi. Adesso grazie a un imponente lavoro d’archivio condotto dallo studioso italiano Raffaele Laudani negli US-National Archives del Maryland è stata fatta piena luce su un capitolo fondamentale dell’emigrazione ebraico-tedesca «da sponda a sponda», secondo la felice formulazione di H. Stuart Hughes.

Dunque conosciamo la paternità dei singoli documenti che lo stesso Laudani ha raccolto e pubblicato in un volume di quasi 800 pagine apparso prima in inglese (Secret Reports on Nazy Germany. The Frankfurt School Contribution in the War Effort, Princeton University Press, 2013). E proprio in questi giorni in tedesco col titolo Im Kampf gegen Nazideu-tschland. Die Berichte der Frankfurter Schule für den amerikanischen Geheimdienst 1943- 1949 (Campus Verlag Frankfurt/ New York 2016) nella collana ufficiale dell’Istituto per la ricerca sociale di Francoforte diretto da Axel Honneth, che in questa carica ha preso il posto di Jürgen Habermas.

La scelta di ritradurre in tedesco, nella lingua madre degli autori, testi che questi avevano scritto in inglese ha una ragione stilistica e una politico-simbolica. Infatti quando Herbert Marcuse, Franz Neumann e Otto Kirchheimer redassero i loro report per il servizio segreto americano parlavano un broken English, quell’inglese zoppicante tipico degli emigranti, che aveva fortemente limitato le loro capacità espressive rendendo molto faticosa la loro lettura e in qualche caso anche la loro comprensione. Inoltre nel riferire in inglese citazioni e brani tratti da giornali, riviste e saggi tedeschi gli autori erano incorsi in numerose imprecisioni o commesso veri e propri errori. Come ad esempio usare differenti termini inglesi per la medesima parola tedesca.

Inoltre la decisione di ritradurre in tedesco questi scritti dall’esilio è un simbolico gesto di gratitudine morale nei confronti di chi si era impegnato nella lotta contro la Germania nazista. Il riconoscimento che l’attività politica e culturale di chi aveva scelto la via dell’esilio e poi esaminato criticamente la realtà della società americana ha costituito uno dei presupposti spirituali che hanno consentito la straordinaria metamorfosi, quel «lungo cammino verso Occidente» come l’ha definito lo storico Heinrich Winkler, che ha fatto della odierna Germania un paese democratico e liberale.



Un gesto, quello compiuto dall’Istituto per le ricerche sociali di Francoforte, che inoltre archivia definitivamente la drammatica frattura, politica e filosofica che negli anni ’40 aveva contrapposto, come bene ricostruisce

Laudani nella sua ampia e documentata introduzione (e conferma lo stesso Honneth) Adorno, Max Horkheimer e Friedrich Pollock a Neumann, Kirchheimer e Marcuse. I primi convinti che il fenomeno del nazismo fosse parte di una più generale processo di trasformazione che comprendeva tanto il comunismo sovietico che le società democratiche dell’occidente e parlavano per questo di Staatskapitalismus, di un nuovo ordine sociale in cui le ragioni del potere avevano definitivamente sostituito quelle del profitto.

Una visione catastrofica e pessimistica che accomunava Hitler, Stalin e Roosevelt, Auschwitz, il Gulag e Hollywood da cui nacque il colossale abbaglio chiamato Dialettica dell’illuminismo. I secondi convinti invece che il nazismo fosse una forma di capitalismo monopolistico tendenzialmente totalitario contro cui si poteva e doveva combattere in nome dei valori dell’illuminismo e della emancipazione politica e sociale.

Ragione per cui, dopo la caduta del nazismo, ritennero necessario proprio in nome del “vero” Marx opporsi al “marxismo sovietico” e alle minacce del nuovo totalitarismo di Mosca, restando al tempo stesso critici delle degenerazioni del tardo-capitalismo americano.


La repubblica – 20 luglio 2016