TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


mercoledì 6 luglio 2016

Se il poeta vive in una baracca. In morte di Valentino Zeichen



Viveva in una baracca alla periferia di Roma. Caustico e ironico, guardava il mondo con un occhio distaccato.

Paolo Mauri

Addio Zeichen sapiente Peter Pan della poesia


Il poeta è morto ieri a 78 anni. Aveva esordito con una raccolta nel 1974. Ha pubblicato anche romanzi, l’ultimo è “La Sumera”

Esce di scena con la leggerezza di chi svolta l’angolo e scompare, agitando appena la mano. Un ictus lo aveva colpito alcune settimane fa e c’era stata una ripresa cospicua, con gli amici numerosissimi intorno al letto a rincuorarlo. Poi era arrivata la notizia che gli sarebbe stata concessa la legge Bacchelli: lui non la voleva, «mi rovina la biografia», diceva sorridendo, ma alla fine, sempre sorridendo, aveva accettato e del resto non l’aveva chiesta lui. Poi, ieri, il cuore lo ha tradito. Ma è vero che ti chiami Giuseppe Mario e non Valentino? Gli avevo chiesto durante una visita. Aveva spalancato gli occhi, senza rispondermi. Forse gli piaceva avere un nome segreto e una identità alternativa a quella del profugo, nato a Fiume nel ’38.

Valentino Zeichen è stato, me ne rendo conto adesso, una specie di Peter Pan aggrappato alla sua isola-che-non-c’è e al giardino misterioso di cui abitava le pendici, che non è quello di Kensington ma quello di Villa Borghese. Lì, al Borghetto Flaminio, aveva la sua baracca (una baracca vera con la lamiera al posto delle tegole) ma con il telefono e l’acqua corrente, baracca dalla quale usciva la sera, elegantissimo, per andare a cena da qualche amico o da qualche mecenate. Tutto quello che si diceva di lui era vero: non aveva praticamente mai lavorato, salvo da giovane, facendo qualcosa di saltuario e poi, ma ormai tanti anni fa, si era dedicato ai collages che qualcosa gli rendevano.



Villa Borghese, dove il padre era stato giardiniere, era il suo regno e la Galleria d’Arte Moderna, con quelle accoglienti scalinate, il suo teatro privato. È lì che comincia La sumera il romanzo da poco pubblicato da Fazi (al quale aveva anche affidato i suoi diari) che era stato presentato allo Strega. In realtà si trattava di un romanzo di vent’anni e più fa che si intitolava Tana per tutti (Lucarini).

Valentino aveva rinfrescato il titolo ed era piacevolmente sorpreso perché se ne vendeva persino qualche copia. I poeti, si sa, non vendono quasi nulla ed ora che l’aura letteraria è tutta per libri che vendono centinaia di migliaia di copie fruttando bei soldi, la poesia se ne sta in disparte aspettando che il tempo passi, perché il tempo, alla fine, è sempre stato dalla parte della poesia.

«Non appena fuori di casa / ci si chiede quale passo / si dovrebbe adottare / non avendo dove andare. / Lo stato d’animo detta il moto / perpetuo, alla vista del vuoto». Questi versi, da Casa di rieducazione (2012), potrebbero essere un suo ritratto. Come sempre il poeta è per via e si guarda intorno, annota e internamente sorride. Di lui si è detto che fosse un nipotino di Marziale e in effetti spesso sfiora l’epigramma o comunque il ritrattino caustico, mentre tiene d’occhio la città di Roma, di cui si sente padrone e guardiano.

Ricordo che una volta Franco Cordelli, anche lui vecchio amico di Zeichen, scrisse che a Ferragosto loro due non lasciavano mai la città deserta ed era come se si dividessero il territorio per controllare che tutto andasse come al solito. Nel suo ultimo romanzo, Una sostanza sottile, Cordelli racconta proprio di come soffrisse lontano da Roma al punto che, essendo ad Avignone per il festival, era capace di tornare a casa facendo mille chilometri in macchina se c’era un intervallo di un paio di giorni. In Casa di rieducazione Zeichen resuscita un poeta amico con il quale aveva diviso molte cose: Dario Bellezza. Parla,proprio lui!, della sua casa in disordine perenne e mette in bocca a Dario un giudizio sulla svogliatezza di Zeichen, che sarebbe anche un bravo poeta ma non si applica.

Valentino ha coltivato fino allo spasimo la propria pigrizia, grato agli dei che di volta in volta lo hanno protetto. «Si dice che la poesia / manchi di vero slancio, / che non sappia più volare / perché non più sorretta dai grandi angeli alati. / Che farci? È un mondo / di poeti atei che volano /preferibilmente in aereo».

Ogni cosa a ogni cosa ha detto addio è uno dei suoi titoli più belli ed è dedicato a Carmelita Ferrari Dora, mecenate e amica della poesia, che «mi ha paracadutato grazioso soccorso nel deserto della pagina bianca, dove ero disperso». Tutto per Zeichen accade dentro la poesia. Se deve lamentarsi perché un amico (il poeta Giuseppe Conte) non si fa più vivo come una volta, scrive: «G. Conte, l’amico poeta / si è rinchiuso a Nizza / in ermetica avarizia ».



Zeichen esordì nel 1974 con Area di rigore ed era già lo Zeichen più maturo a scrivere «Sprezzante di belle lettere, le traccio nell’aria, svaniscono senza lasciare traccia». Ma i suoi primi versi risalgono a molto tempo prima e li ha riproposti qualche tempo fa la casa editrice La Cometa. In Scenario del 58 leggiamo «Rosoni di chiese esposte al tramonto /arrossiscono per miracolosi pudori». Nello stesso libretto c’è una prosa asciutta e indimenticabile in cui Zeichen, ospite di un colonia estiva, racconta la visita della madre malata di tisi e capisce che la sta vedendo per l’ultima volta.

Oggi chi voglia avere sottomano l’opera di Zeichen può profittare della seconda edizione ampliata di un Oscar a lui dedicato, con una bella prefazione di Giulio Ferroni che spesso gli ha dedicato attenzione critica, e con versi che vanno dal ’63 al 2014. Un bel ritratto gli ha dedicato un altro amico di sempre, Stefano Malatesta, nel suo recente

Quando Roma era un paradiso (Skira), dove tra l’altro ricorda come Hans Magnus Enzesberger lo abbia inserito in un’antologia della poesia contemporanea pubblicata in Germania dove figurano anche Primo Levi, Giovanni Giudici e Andrea Zanzotto.

Valentino amava farsi tagliare i capelli alla tedesca con la sfumatura alta, era diventato un grande esperto di armi e di guerre e si atteggiava volentieri ad antidemocratico, credo soprattutto per far arrabbiare i suoi amici che magari lo avevano invitato a cena. In effetti conduceva le sue battaglie soprattutto nei ristoranti, convocando il cameriere e se possibile anche il cuoco per rimproverargli qualcosa che non andava nella salsa della pasta o nella cottura della carne. Spesso aveva ragione lui e una volta Sapo Matteucci, che di cucina e di bevande se ne intende, mi disse che temeva soprattutto il giudizio di Zeichen.

Adesso ripenso a due versi che mi sono capitati sotto gli occhi quasi per caso, se poi il caso esiste davvero: «Sono vissuto nei secoli / di due differenti millenni / eppure sono morto». Buona eternità, caro Valentino.


La Repubblica – 6 luglio 2016