TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


mercoledì 27 luglio 2016

Si chiama Yanez la rivincita di Emilio Salgari


Bello, ironico, elegante, bohémien, avventuroso: il “fratellino” portoghese di Sandokan riflette tutto ciò che Salgari sarebbe voluto essere, ma purtroppo non era.

Ernesto Ferrero

Si chiama Yanez la rivincita di Emilio Salgari


Maltrattato o platealmente ignorato dalle storie della letteratura perché «scriveva male», Emilio Salgari continua a vivere nell’affetto inalterabile che non si stancano di testimoniargli tanti scrittori, da Claudio Magris a Pietro Citati. Non solo: pochi altri autori possono contare come lui su una vivace pattuglia di esegeti che da decenni non si stancano di approfondire ogni minimo aspetto esistenziale o scrittorio, identificando nuove fonti, scoprendo pagine disperse, raccogliendo documenti e cimeli. Instancabili cacciatori animati da un intatto fervore adolescenziale, teneri tigrotti fedeli sino alla morte al loro carissimo leader.

Di questa confraternita è decano il vercellese Felice Pozzo, che ora aggiunge alle bibliografie un nuovo tassello: Tra Sandokan e Salgari. Yanez de Gomera, il bohémien dei mari malesi (ed. Bibliografia e Informazione, Pontedera, pp. 160, € 18). Che Yanez sia il vero alter ego del suo creatore (mentre Sandokan è piuttosto ricalcato su Garibaldi) si sapeva, ma Pozzo ci fornisce puntuali pezze giustificative che illuminano bene il complesso rapporto tra vita e scrittura. Dove non sono le prose dichiaratamente autobiografiche, per lo più «impostate» e artefatte, a raccontarci l’autore, ma proprio le pagine in cui, non sentendosi osservato, più e meglio racconta di sé.


Autoritratto abbellito

«Beffardo spirito della ragione e dell’astuzia, cialtronesco e spavaldo, ultima incarnazione della mitologia bohème di Emilio Salgari»: così Pietro Citati definisce Yanez. Il «fratellino» portoghese era quel che Emilio avrebbe voluto apparire: un intellettuale europeo schierato dalla parte dei ribelli, ironico, elegante, flemmatico, impassibile anche nei frangenti più drammatici. Al tempo stesso un raffinato gauchiste e un bon vivant, esperto conoscitore di musica (adora i valzer di Strauss), forte bevitore, la sigaretta incollata alle labbra, proprio come lo scrittore veronese, che ne fumava cento al giorno per la disperazione della moglie e dei dottori. Nel descriverlo, Salgari abbellisce il proprio stesso ritratto: «di media statura, robustissimo, dalla pelle bianchissima, i lineamenti regolari, gli occhi grigi, astuti, le labbra beffarde e sottili»; magari incline alle infatuazioni e agli innamoramenti di giovanissime bajadere. Più tardi, lo farà crescere di statura (era il suo cruccio).


Come lord Byron

Come Salgari, Yanez è un appassionato cultore di teatro, un attore nato, abilissimo nei travestimenti, con i quali si diverte a ingannare gli odiati imperialisti inglesi. È persino capace di inventare raffinate drammatizzazioni terapeutiche per guarire Ada, la figlia della Perla di Labuan, dalla follia che le ha procurato un trauma lontano. «Soffro lo spleen degli inglesi», confidava lo scrittore con una punta di compiacimento, come se fosse la prova di una sensibilità (e una classe) superiore. Anche Yanez confessa di soffrire dello stesso male, un po’ come quel lord Byron che era andato a combattere in Grecia per guarire dalle sue malinconie.

L’età del disincanto

Come alter ego dello scrittore, Yanez non poteva restare confinato in un ruolo subalterno. Nei romanzi dell’ultimo decennio è lui a rubare la scena all’esagitato signore di Mompracem, da cui si emancipa in maniera sempre più netta. Se Sandokan è Garibaldi, lui è quel gran furbo di Bixio. Con le sue astuzie di moderno Ulisse, diventa motore di trame complesse. L’ex pirata ora ambisce a una nuova rispettabile identità di regnante, poi addirittura a quello di principe consorte.

    Emilio Salgari

Battagliare stanca

Gli ultimi travagliati anni dello scrittore veronese trovano un puntuale riscontro nel disincanto di Yanez, preda di nervosismi e stanchezze mortali. Non crede più alla propria invulnerabilità, si lascia sopraffare da nostalgie, rimpianti, rimorsi. Si sente abbandonato, tradito dai suoi. Si ridurrà a nascondersi nelle cloache della sua capitale e a cibarsi di topi. L’imminente disfatta del suicidio sta cifrata in un ultimo aforisma, tra saggezza e sconforto: «Le ritirate, talvolta, sono necessarie e servono a preparare altre vittorie». L’unica, grande e definitiva vittoria Emilio-Yanez la otterrà soltanto con l’inossidabile amore dei suoi lettori.


La Stampa – 14 giugno 2016