TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


martedì 26 luglio 2016

Strega ancora la magia dei faraoni. Intervista a Christian Jacq



Un'interessante intervista a Christian Jacq, autore di best sellers ambientati nell'antico Egitto e di studi sulla massoneria. Personaggio molto discusso, Jacq è stato accusato da alcuni giornali (fra cui Charlie Hebdo e Libération) di essere una specie di moderno Cagliostro e fondatore di una organizzazione paramassonica “egiziana”, la Loge Goethe Tradition.

Christian Jacq: "Ecco perché siamo stregati dalla magia dei faraoni"

Intervista di Sara Grattoggi



Tutti pazzi per l'antico Egitto: in Italia, ma non solo, chi legge libri, così come chi frequenta mostre e musei, è sempre più affascinato dalla sua storia, dai suoi misteri, dalle sue leggende. Come dimostra il successo di Christian Jacq, egittologo di rango e campione della letteratura popolare: l'ultimo romanzo giallo della serie "Il figlio di Ramses", intitolato "La città sacra", è appena uscito ed è già in classifica. In questa intervista lo scrittore ci spiega, dal punto di vista diun appassionato di lungo corso, il perché di tanto interesse per un mondo "che ci offre una visione globale della vita".

In Italia il Museo egizio di Torino ha già superato il milione di visitatori, il fascino che questa civiltà esercita sul pubblico è in grande crescita. Come mai, secondo lei?
"È una domanda che meriterebbe un libro a sé. Le ragioni per cui l'Egitto dei faraoni ci affascina sono profonde e molteplici. La prima è senza dubbio la ricchezza della produzione artistica, dalla prima dinastia fino alla fine della civiltà egizia, con capolavori capaci di parlare a tutte le epoche e i popoli, a cominciare dalla celebre Piramide di Cheope, l'unica delle sette meraviglie del mondo sopravvissuta fino a oggi. Inoltre, l'Egitto dei faraoni è stato considerato la patria della saggezza, in comunione con gli dei".

Qual è il segreto di questa che lei chiama saggezza, e che ci attrae ancora oggi?
"Nei suoi tre millenni di vita la civiltà egiziana ha conosciuto un solo modello politico, l'istituzione faraonica, che ha permesso una straordinaria coesione sociale ed economica. Questa istituzione era fondata su Maat, che rappresenta l'ordine cosmico, la giustizia che si oppone alla legge del più forte, la verità. Applicando Maat, si lotta contro il disordine, la violenza, l'ingiustizia e la menzogna. E poi c'è un altro aspetto".

Quale?
"L'Egitto non ha conosciuto né una religione rivelata, né una credenza imposta attraverso dogmi. Non c'erano preti ma sacerdoti, che non avevano il compito di indottrinare nessuno, ma di mantenere vivo, celebrando i riti, il legame fra la terra e il cielo. Possiamo considerarli come degli specialisti dell'invisibile, incaricati di trasformare la natura in arte. E questa visione globale della vita, dell'umanità e delle relazioni sociali si incarnava nei templi e nelle statue, considerate come esseri viventi. Ecco, noi sentiamo questa magia".

Sono molti i misteri dell'antico Egitto che dobbiamo ancora scoprire o comprendere?
"Li dividerei in due tipologie: quelli spirituali e quelli archeologici. Il pensiero degli antichi egizi ci è noto grazie ai testi che siamo riusciti a tradurre, come i Testi delle Piramidi o il Libro dei morti, ma ne restano moltissimi ancora da tradurre, interpretare e comprendere, che parlano, ad esempio, dei miti della creazione o che descrivono dei riti. Anche sotto il profilo archeologico c'è ancora molto da scoprire: persino i siti più celebri - come la Valle dei Re - non sono stati completamente indagati. E ogni anno si registrano nuove scoperte. Scopriremo un giorno la tomba di Imhotep, inventore dell'architettura in pietra, o di altre regine e faraoni? Quante mummie e quanti papiri riposano ancora sotto la sabbia? Sono molti, insomma, i luoghi egizi che ancora custodiscono misteri".



La sua ultima saga, "Il figlio di Ramses" (edita da tre60), ha come protagonista Setna, figlio minore del grande faraone Ramses II, uno scriba di grande saggezza, un mago che sa opporsi alle forze del Male. Perché ha scelto questa figura per la sua nuova serie? Si è ispirato ai racconti del Ciclo di Setne?
"Effettivamente sì, mi sono ispirato a un "bestseller" scritto da uno scriba egiziano, il Ciclo di Setne, che racconta di un saggio e mago capace di conoscere il Libro di Thot, della conoscenza, e di lottare contro le forze del Male. Ho trovato appassionante l'impresa di proseguire l'opera di un mio antico predecessore, facendo rivivere un personaggio straordinario. La figura di Setna, eroe del romanzo, si ispira a un personaggio reale, Khaemwaset, figlio di Ramses II. Poco interessato al potere, Setna fu un sacerdote di primo piano e un erudito. Amava studiare i testi antichi e può essere considerato come il primo egittologo, nella misura in cui fece restaurare dei monumenti costruiti nell'età d'oro delle piramidi".

La magia e il soprannaturale, due elementi presenti in altri suoi romanzi, sono centrali nella nuova saga, in cui tra l'altro Setna intraprende una sorta di ricerca del Santo Graal, per ritrovare il prezioso Vaso di Osiride.
"Secondo i testi egiziani, il Vaso di Osiride contiene il segreto della vita e della morte e si trova in un luogo inaccessibile agli umani. Come ha mostrato l'egittologo Paul Barguet, questo mito è all'origine della ricerca del Graal e io ho voluto evocare questa epopea inserendola però nel contesto dell'antico Egitto. Per gli antichi egizi, la magia era una sorta di scienza esatta, che permetteva di conoscere i segreti delle forze creatrici e di non soccombere agli strali del destino".



Una visione consolante...
"In questa civiltà il naturale è intriso di soprannaturale e non esiste una frontiera impermeabile fra l'invisibile e il visibile. Ai maghi, come Setna, spetta il compito di decifrare i segni, di capire il messaggio degli dei e di tracciare il proprio cammino".


Ci sono delle storie o delle figure dell'antico Egitto che vorrebbe raccontare, anche se finora non lo ha fatto?
"Ce ne sono moltissime e non parlo solo di faraoni o regine più o meno celebri, ma anche di figure diverse, che vanno dallo scriba all'artigiano. Ho moltissimi dossier aperti che si riempiono man mano che proseguono le ricerche. E quando un personaggio si impone come eroe del romanzo, vado a scavare nella sua epoca e indago la sua storia".

Dunque che rapporto c'è fra l'egittologo e il romanziere che sono in lei?
"Da più di cinquant'anni convivono bene: l'egittologo beneficia della narrazione dello scrittore e lo scrittore delle conoscenze scientifiche dell'egittologo. Ho cominciato a scrivere a tredici anni, poco prima che nascesse il mio interesse per l'Egitto. E ho portato avanti queste due attività parallelamente. Unire la scrittura e la ricerca scientifica è diventato, per me, naturale. E anche quando scrivo i romanzi polizieschi di altro tipi, quelli della serie Le indagini dell'ispettore Higgins, raccolgo sempre prima un'abbondante documentazione, per trasmettere al lettore informazioni precise".

Insomma è soprattutto l'agittologo a dare una mano al narratore.
"Sì, saper leggere i geroglifici e conoscere l'Egitto dall'interno, mi permette, credo, di descrivere e raccontare meglio i personaggi, i luoghi e le situazioni, di farli rivivere. Per tentare di restituire a chi mi legge un po' del soffio vitale di questa prodigiosa civiltà"


La Repubblica – 27 luglio 2016