TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


mercoledì 10 agosto 2016

Anni 70, quando il PCI spiava i dissidenti per conto dello Stato



Era già noto che negli anni di piombo il PCI impiegò contro le BR il suo apparato di sicurezza, quella “Gladio rossa” che negli anni 50 si addestrava in Cecoslovacchia a fini insurrezionali e che ora diveniva funzionale all'opera di inserimento del partito nell'area di governo. Un romanzo, basato su documenti d'archivio, ricostruisce un episodio di quella vicenda per noi molto inquietante, perchè le polizie parallele, qualunque colore abbiano, sono la negazione della democrazia e un vulnus allo Stato di diritto. La liquidazione dell'Autonomia (con decine di anni di carcere preventivo scontati da innocenti) sulla base di un teorema inesistente costruito e appoggiato dagli stessi ambienti politici, ne è ancora oggi la drammatica testimonianza.

Daniela Preziosi

Anni 70, quell’operazione clandestina firmata Pci

«In questo semestre non ancora concluso gli attentati contro persone o cose sono stati 1487. Il mese peggiore è stato gennaio con 372 attentati violenti. Poi c’è stata una diminuzione». «Dopo il rapimento di Aldo Moro?». «Sì, esatto». È un brano di una conversazione fra Ugo Pecchioli, responsabile della Sezione Problemi dello Stato del Pci, e Antonio Sanna, «funzionario disciplinato, fedele e deciso». Si svolge durante una riunione del «gruppo antiterrorismo» di Botteghe Oscure, un organismo composto dai dirigenti considerati «i maggiori esperti del fenomeno eversivo» allo scopo di monitorare con attenzione millimetrica le mosse della «violenza eversiva». Siamo nell’estate del 1978. Dialoghi come questi sono riprodotti con un robusto tasso di verosimiglianza ne L’Infiltrato (Nutrimenti, 190 pp., 15 euro).

L’autore Vindice Lecis sceglie un episodio poco noto della storia del Pci e dell’Italia recente per il suo romanzo, un noir ad alta tensione politica ma soprattutto la storia (vera) di un’operazione clandestina rimasta a lungo segreta: l’infiltrazione di un militante del Pci in un gruppo della galassia della lotta armata sotto la direzione di Carlo Alberto Dalla Chiesa. Il racconto si apre con la strepitosa scena dell’incontro fra il generale e il comunista Pecchioli al casello autostradale Settebagni, fuori Roma. Il primo: «Ho bisogno della vostra collaborazione, dell’aiuto del Partito comunista. A patto che lei mi risparmi la tiritera che siete i più fedeli alla Repubblica. Lo so già da almeno trent’anni». L’altro: «Non esageri, la nostra vigilanza democratica non può essere scambiata per una propensione all’impegno poliziesco».

Sanna invece è un personaggio di fantasia, incarnazione delle mille azioni della «vigilanza democratica» del Pci. E anche nello sviluppo della trama c’è qualche altra concessione alla fiction. Ma è il minimo sindacale di libertà quello che si prende Lecis, che da trentacinque anni fa il cronista nel Gruppo L’Espresso e si è già dimostrato accurato autore di romanzi su altri episodi della nostra storia recente.

Per scrivere questo suo ultimo ha consultato il Fondo Pecchioli conservato all’Istituto Gramsci (e consultabile in rete su Archivi on-line del Senato) ed ha parlato con fonti dell’epoca che comprensibilmente ancora oggi chiedono riserbo. Della vicenda però si trova una traccia nel libro di Gianni Cipriani Lo stato invisibile, (Sperling&Kupfer, 2002) e una recente solida conferma in Tutti gli uomini del generale di Fabiola Paterniti (Melampo, 2016), in cui l’infiltrato che alla fine contribuisce «a dare una mazzata decisiva alla colonna romana della Br» viene descritto da Umberto Bonaventura, l’uomo di Dalla Chiesa che lo «gestì».

Torniamo ora al gruppo di compagni scelti fra i più affidabili di Botteghe Oscure che analizzano «il fenomeno terrorista», e che lavorano alacremente a uno studio «che nemmeno il ministero possiede». Il Pci della solidarietà nazionale però non vuole essere una banca dati. Combatte la sua guerra contro brigatisti, terroristi ed eversori; svolge un’azione di intelligence parallela a quella dei servizi e delle forze dell’ordine; denuncia i sospetti nelle università e nelle fabbriche con zelo da primo della classe per dimostrarsi rocciosamente «fedele alla Repubblica». Fin dal 1974 è in corso una «collaborazione attiva» fra il partito e il ministro degli Interni Paolo Emilio Taviani per combattere il comune nemico del terrorismo, come racconterà nel ’97 lo stesso ministro alla Commissione Stragi. Gli amari frutti di questa politica e degli anni dell’emergenza sarebbero tutta un’altra storia.

La storia dell’Infiltrato invece si dipana tutta dentro l’orizzonte ideologico piccista, nel suo modello culturale, dei suoi tic. Dopo l’omicidio Moro il partito si sente stretto «in una tenaglia di ferro e di piombo»: dopo l’avanzamento elettorale del 75 e 76 ripiega sull’appoggio al governo Andreotti. Ma è in mezzo a due fuochi. Da destra arrivano gli attacchi della propaganda Dc, blandi in realtà, che lo considera la matrice dei brigatisti (di «album di famiglia» parlerà Rossana Rossanda nel marzo ’78, provocando ruvide reazioni dal Pci); dalla sua sinistra piovono critiche durissime (e azioni) dei movimenti e delle fazioni armate, nemici giurati del compromesso storico e della politica berlingueriana.

    il processo all'Autonomia

In questo contesto matura il salto di qualità operativo, e cioè la scelta di infiltrare Vasco (nome di fantasia) in un’organizzazione armata quando Dalla Chiesa diventa «coordinatore delle forze di polizia e degli agenti informativi per la lotta contro il terrorismo» e decide l’attacco al cuore delle Br con l’utilizzo degli infiltrati. In questo chiede «aiuto» al Pci per «esperienza, dedizione, capacità di mantenere fermezza senza troppe tattiche», perché possiede «ancora il retaggio della clandestinità» ed è «occhiuto quanto una caserma dei carabinieri di un piccolo paese». Il Pci, al massimo livello, avalla l’operazione chiedendo garanzie sulla vita di Vasco. L’operazione parte.

Seguendo Sanna, il tramite fra partito e infiltrato, attraversiamo due anni della storia italiana, il 78 e il 79. Gli anni dell’omicidio di Guido Rossa, dell’attività dei gruppi extraparlamentari, dell’ostilità del Pcus alla crescente autonomia di Berlinguer. Il protagonista li racconta dal suo punto di vista. «Calogero era un coraggioso», riflette a proposito del giudice del Processo 7 aprile, architettato sulla base di un teorema costruito ad hoc per dimostrare la partecipazione di Autonomia operaia alla lotta armata, teorema poi crollato. Ma questo punto di vista senza dubbi consente di illuminare le scelte del Pci sin nelle pieghe più buie e contraddittorie.

E riportare il lettore di oggi agli interrogativi brucianti aperti in quegli anni: la «potenza geometrica» del fuoco brigatista ha modificato in senso difensivo, e se sì quanto, la politica del Pci e quella del paese? Ovvero quali sono state le concrete conseguenze della lotta armata nella storia della sinistra italiana oltre – si fa per dire – al drammatico tributo di sangue versato da ogni parte in causa? Il libro di Lecis ha il pregio di riportarci lì, in quell’incrocio di strade possibili. E a ripercorrere quelle realmente imboccate dai protagonisti. Come è finita la storia è noto, come finisce la storia di Vasco lo lasciamo scoprire al lettore e alla lettrice.


Il Manifesto – 4 agosto 2016