TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


lunedì 29 agosto 2016

C'era una volta il PCI...


La storia del partito comunista raccontata da Gianni Cervetti. Il diario di un “compagno” mandato a studiare nella Mosca di Krusciov.


Concetto Vecchio

C’era una volta il Pci... ma era un altro secolo


In questo tempo senza più partiti né ideologie, di urne largamente disertate, dove la politica è vista quasi con fastidio dalla gran parte dei cittadini, Gianni Cervetti, ex dirigente del Pci, non poteva che titolare Compagno del secolo scorso, la sua biografia. Davvero le vicende dei comunisti italiani appaiono dentro la cornice di un mondo lontano, di cui un giovane oggi fatica a riconoscerne parole d’ordine e senso. Milanese del quartiere di Porta Magenta, studente in medicina, Cervetti nel 1955 viene convocato in federazione, dove tra mezze frasi e allusioni gli viene spiegato che è stato scelto per andare a studiare a Mosca; vi dovrà rimanere per cinque anni.

Ha 22 anni, e non gli è del tutto chiara la ragione di quella investitura, la intuisce appena: un apprendistato necessario per i predestinati chiamati a future responsabilità di partito. Stalin è morto da due anni, a febbraio Krusciov sarà eletto segretario, dando avvio al nuovo corso: il giovane Cervetti si ritrova dentro la grande storia. E queste pagine moscovite, insieme a quelle milanesi del dopoguerra, sono tra le più vivide.

Perché un giovane diventava comunista? Cervetti elenca due ragioni: per un anelito di giustizia e perché il Pci si batteva per l’interesse generale. Nel partito, ben presto, forse anche a causa di quel che aveva visto a Mosca, Cervetti diventa un esponente della destra interna, disposta al dialogo col Psi craxiano: “I miglioristi”, nella definizione non benevola che ne diede Ingrao. Una corrente di cui gli esponenti più autorevoli erano Napolitano, Macaluso, Chiaromonte, Bufalini.

Il libro è inevitabilmente anche una galleria di personaggi. Figure che avevano dedicato l’intera esistenza alla causa, come il segretario milanese Alberganti, che poi, emarginato per il suo dogmatismo, finirà per sostenere il movimento studentesco del 1968. O come Giancarlo Pajetta. Nel ‘76 il Pci decise di candidare Altiero Spinelli in Parlamento come indipendente di sinistra e Cervetti fu chiamato a gestire la trattativa, in questo contesto assistette a un dialogo tra Pajetta e Amendola, dove entrambi si attribuivano il merito dell’espulsione di Spinelli dal Pci negli anni del fascismo, e Pajetta con più foga la rivendicava.

C’è infine uno strepitoso episodio, a proposito di durezze, che riguarda Mario Alicata, direttore dell’Unità. Nel 1962 Cervetti venne chiamato a tenere davanti alla redazione milanese un resoconto sulle tendenze del capitalismo italiano; «chi chiede la parola?», domandò perentorio Alicata, i redattori, che non condividono la posizione del direttore, rimasero in silenzio, Alicata ripeté allora la domanda, picchiando la mano aperta sul tavolo, ma nessuno, nell’ampia sala, fiatò. Allora Alicata disse: «Faccio, dunque, le conclusioni». E concluse la discussione a cui solo lui aveva partecipato.

La Repubblica – 28 agosto 2016


Gianni Cervetti
Compagno del secolo scorso
Bompiani
Euro 19