TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


lunedì 22 agosto 2016

Fisiologia del nazismo



In Italia fu Benedetto Croce a parlare del fascismo come di una parentesi. In realtà i regimi totalitari del Novecento furono il frutto di processi complessi che affondavano le loro radici nel cuore della società civile. E' il motivo per cui ne resta attuale lo studio.

Roberto Esposito

Attenti a non ridurre il nazismo a un incidente della storia

A qualche settimana dall'approvazione della legge sul negazionismo e dalla a dir poco incresciosa vicenda della diffusione giornalistica del Mein Kampf di Hitler, la pubblicazione del volume di Alberto Burgio e di Marina Lalatta Costerbosa, Orgoglio e genocidio. L'etica dello sterminio nella Germania nazista per le edizioni DeriveApprodi ripropone con forza la questione del nazismo. In termini non soltanto storici, come spesso si dice per neutralizzarne l'impatto, ma attuali.

Cosa ci lega, nonostante tutte le prese di distanza di prammatica, a quella vicenda apocalittica? Cosa essa — pure respinta dalla storia e dalla politica nell'inferno da cui è emersa — continua a dirci non solamente di quel periodo e di quegli uomini, ma anche di noi stessi, nel momento in cui il razzismo sembra rialzare la testa? Perché i canali televisivi di storia ripropongono ogni sera quelle vicende, quelle immagini, quei volti, contando sulla inquietante attrazione che esercitano su di noi?

Queste sono le domande ultime che sottendono una ricerca attenta, situata al punto di incrocio tra storia, filosofia, diritto e concentrata intorno al nodo etico della responsabilità nei confronti del male. Non solo dei "volenterosi carnefici di Hitler", ma di quell'ampia zona grigia della popolazione tedesca che, col proprio atteggiamento, non ha impedito, e anzi ha agevolato, lo sterminio di massa.

Perché, contro le interpretazioni funzionaliste — in base alle quali i tedeschi furono trascinati dalla forza dei fatti, quasi inconsapevolmente, al fondo dell'abisso — gli autori sostengono la tesi di una precisa scelta, individuale e collettiva, di sostenere e spesso anche collaborare alla carneficina. I tedeschi scelsero, con qualche rara eccezione, di non sottrarsi alla volontà di morte dei loro capi, approfittando in diversi casi dei benefici prodotti dalla persecuzione.

Naturalmente con ciò l'enigma del nazismo non è affatto risolto. Cosa ha portato uno dei popoli più civili di Europa a perpetrare il più sconvolgente bagno di sangue pro-dotto dalla storia moderna? "Why did they kill?", come si è chiesto Chistopher Browning?



Da tempo la ricerca storica ha abbandonato ogni prospettiva di tipo monocausale. Elementi di diversa natura — frustrazione per la sconfitta, paura della crisi economica, bisogno di identificazione in un capo, idolatria della forza — vanno combinati in un unico quadro interpretativo per approssimarsi a una risposta. Che lascia, però, troppi lati ancora oscuri. Per tentare di penetrarli, occorre fare un passo in più, che gli autori del libro compiono solo in parte.

Essi sottolineano giustamente il ruolo di magistrati e giuristi nello stravolgimento della legge da garanzia di uguaglianza a dispositivo di disuguaglianza. Dal decreto del febbraio del 1933, che sospendeva i diritti fondamentali, alle leggi razziali di Norimberga, la giustizia si perverte nel proprio opposto. Burgio e Lalatta Costerbosa riconoscono una radice di questa deriva nel decisionismo di Schmitt, ma anche in un atteggiamento, opposto, di esasperato formalismo giuridico, che ha consentito l'assunzione di qualsiasi contenuto.

Ciò non è sbagliato. Ma non fa abbastanza i conti con un altro elemento ancora più decisivo, riconducibile al processo di biologizzazione del diritto e anche della politica. Al centro delle disuguaglianze cui erano esposti i cittadini tedeschi, e in modo particolare gli ebrei, vi era una dissezione capillare del bios in base a differenze di tipo razziale.

Se si trascura questo passaggio di paradigma — la trasformazione radicale della politica in termini di biopolitica, rovesciata in tanatopolitica — si perde l'elemento differenziale che spinge il nazismo fuori dallo stesso orizzonte moderno, proiettandolo rischiosamente verso di noi. È precisamente questo che, nonostante tutti i ripudi, più o meno sinceri, ci tiene ancora a contatto col nazismo. E perciò non ancora del tutto al sicuro dai suoi rivoltanti fantasmi.

La Repubblica – 3 agosto 2016



A. Burgo e M. Lalatta Costerbosa
Orgoglio e genocidio
DeriveApprodi
euro 29