TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


mercoledì 10 agosto 2016

«I Beati Paoli», la Sicilia iniqua tra nobili crudeli e una setta segreta



Ritorna, edita da Sellerio, I Beati Paoli di Luigi Natoli: uscì a puntate tra il 1909 e il 1910. ha fatto sognare generazioni intere di siciliani convinti che si trattasse di una storia vera. E in fondo lo era, visto che in realtà della mafia si parlava, vista come reazione (noi diremmo "deviata") alla corruzione e all'ingiustizia del potere statale. Sul tema intervenne anche Sciascia. Qualunque cosa siano stati (ammesso che siano veramente esistiti), oggi i Beati Paoli sono diventati un richiamo turistico.

Paolo Di Stefano

«I Beati Paoli», la Sicilia iniqua tra nobili crudeli e una setta segreta

Che cos’è questo strano oggetto narrativo che si intitola I Beati Paoli? È un romanzo-fiume, un romanzo d’appendice di quasi 1.300 pagine scritto da Luigi Natoli, fervente mazziniano palermitano, vissuto dal 1857 al 1941, che cominciò a collaborare per i giornali diciassettenne prima di diventare professore di Storia nei licei della sua città e affermato poligrafo, autore di una trentina di romanzi a carattere storico, di numerosi saggi e di opere teatrali. I Beati Paoli uscì in 239 puntate, con grande successo, sul «Giornale di Sicilia», tra il 1909 e il 1910, sotto lo pseudonimo inglese di William Galt.

Che cos’è dunque I Beati Paoli? Intanto è un bel romanzo di sapore dumasiano, appassionante, dal ritmo rapido nonostante la mole, diviso in quattro ampie parti di brevi capitoli (una ventina ciascuno): un romanzo di intrecci contorti e di storie parallele, di personaggi buoni e cattivi, di eroismi (pochi) e viltà (molte), di tradimenti, passioni, follie d’amore, equivoci, fughe, duelli, scorribande cavalleresche, rapimenti, gelosie furibonde, violenze, vendette, capovolgimenti scespiriani del destino. E con una setta segreta, i Beati Paoli. Siamo nella Sicilia che va dal 1698 al 1719, tra Palermo Messina e Catania, con rari sconfinamenti in terraferma (Torino, Genova, Roma sono solo evocate): è l’epoca in cui l’isola, con la pace di Utrecht (1713), viene ceduta dalla Spagna ai Savoia e poi contesa tra spagnoli di ritorno e impero austriaco, ed è il tempo eterno in cui si consumano le rivalità tra nobili locali, feudatari, principi, baroni, duchi, marchesi veri e presunti.



La trama non è raccontabile, il lieto fine assicurato. I protagonisti sono molti, a cominciare dal cuore nero di don Raimondo Albamonte della Motta, che si sbarazza degli eredi del fratello maggiore Emanuele (morto in guerra) per far valere le sue ansie di potere; arriva a cedere sua moglie, donna Gabriella, al re per guadagnarsi i favori del sovrano; viene perseguitato da missive anonime dietro cui si nasconde una misteriosa e potentissima congrega che aspira a fare giustizia della corruzione imperante. Sono, appunto, i Beati Paoli, altro cuore nero del romanzo, che si oppongono ai delitti oscuri di don Raimondo senza farsi scrupolo di compiere nuovi feroci misfatti.

È un libro sui sotterranei metaforici e fisici: nei cunicoli della città si incontra la setta segreta. Un libro sulla cecità del potere che sovrasta l’interesse comune e sull’oscurità della violenza che vorrebbe travolgere quel potere. Due poteri altrettanto nefandi che non risparmiano nulla pur di prevalere all’insaputa del popolo, che c’è ma non sa, non vede e non parla, e se sa viene coinvolto a fare l’interesse dell’una o dell’altra prepotenza, senza via di scampo, perché si ritorni all’ordine (o al disordine) stabilito. Ci sono anche i buoni, il figlio e il figliastro di Emanuele, la povera figlia di Raimondo, Violante, che a volte per troppa bontà o per troppa fierezza sbagliano, cadono, inciampano anche loro nell’orrore, si compromettono. Non ci sono cavalieri senza macchia e senza peccato.

La parola giustizia ricorre in tutte le sue accezioni, anche perché ciascuno ha la sua da imporre all’altro, giusta o ingiusta che sia: «Non bisogna per amore di giustizia essere ingiusti…», dirà Blasco, figliastro del duca Emanuele. Ma il capo dei Beati Paoli non la pensa così: «Che cosa è un uomo dinanzi a un diritto violato? Che cosa una vita umana dinanzi alla giustizia che cammina diritta per la sua strada? Essa deve andare innanzi e stritolerà coloro che incontra». Ma dove sta la nobiltà d’animo se si sente l’esigenza di muoversi nell’ombra? Per caso, chiede Blasco, «voi non osate affrontare la luce, perché sentite vacillare la fede nella vostra giustizia?» Risposta: «Ah no! Vacilla soltanto la fede nella giustizia legale; anzi non vacilla, manca addirittura… L’ombra? È necessaria. È la nostra forza e la nostra sicurezza. La giustizia del re è amministrata da uomini che vedono in essa non un dovere, ma il salario». È la teoria tutta italiota in cui hanno spesso trovato «giustificazione» i delitti mafiosi e quelli brigatisti, ma anche il principio del «governo ladro» su cui spesso si regge il presunto diritto all’evasione fiscale. Il farsi giustizia da sé di fronte all’ingiustizia dello Stato.

    Luigi Natoli

A proposito del successo che arrise a I Beati Paoli, lo storico La Duca ha scritto che il romanzo divenne «sillabario e testo sacro, tenuto al capezzale del pater familias che ne leggeva i diversi capitoli a parenti e vicini». Un libro che ha saputo non solo divertire e affascinare, ma anche «toccare le corde profonde dell’identità popolare», aggiunge Barbato.

D’altra parte, come ha fatto notare Eco, ci sono le tinte collaudate del romanzo gotico, con il gusto fosco dell’occulto e del complotto. Si veda la fisiognomica dei ritratti. Il cattivo Raimondo viene descritto con il volto pallido, gli occhi lampeggianti, la bocca come una lunga ferita, le mascelle angolose. L’innocente fanciulla Pellegra ha movenze graziose e composte dalle «dolci curve»: «Il capo, ricco di capelli castani, avvolto in una specie di cuffia o berretto, si inchinava un po’ sull’omero destro, sopra il collo svelto e di classico disegno». Le metafore sono vivide e corpose: una brutta notizia può presentarsi come «un sasso che, cadendo improvviso nel fondo limaccioso di un pozzo, turbi la limpidezza dell’acqua facendo assommare la belletta». 

Gli ambienti si presentano spesso sinistri, con ombre avvolte nei mantelli ferme ad ogni angolo di strada e pronte a dileguarsi all’improvviso. I paesaggi sono tersi e luminosi oppure cupi, il tramonto fa morire il cielo d’oro in tinte prima rosee poi violacee. Lugubri forche, in piazza Marina, hanno braccia nere: «Essi videro con raccapriccio una forma umana pendente da un laccio, girare su se stessa, al soffio del vento». Barbato ricorda un giudizio lusinghiero — e probabilmente un po’ fuori misura — espresso su «Le Monde» dal critico francese Jean-Noël Schifano: «Insieme ai Promessi Sposi, a I Viceré, al Nome della rosa e alla Storia della Morante ecco, infine, tradotto con I Beati Paoli il quinto monumento storico della letteratura italiana contemporanea».

    Palermo, La grotta dei Beati Paoli

Resterebbe da capire se i Beati Paoli sono un’entità oscura realmente esistita,magari, come sostiene qualcuno (Francesco Paolo Castiglione), come «una sorta di servizio segreto deviato nei torbidi del passaggio definitivo della Sicilia e del suo baronaggio al dominio spagnolo». Quanta base storica ci fosse nel libro di Natoli fu la domanda che animò il dibattito seguito all’edizione Flaccovio.

D’altra parte, se il semiologo del Superuomo di massa aveva puntato la sua lettura inserendo I Beati Paoli nel solco europeo del «romanzo popolare» con la vittoria consolatoria del bene sul male, escludendo l’intenzione civile del romanzo storico, La Duca esaltava la realtà documentaria che intrama le vicende. Se per Eco si tratta di una tarda espressione ideologica di quel filone d’evasione che tende a pacificare i conflitti disinnescando ogni velleità rivoluzionaria popolare, per La Duca il libro di Natoli realizza una sintesi tra fonti storiche e tradizione popolare: quanto ai rapporti genetici con la mafia, va escluso, secondo lo studioso, che si possa tracciare un collegamento diretto, ma non c’è dubbio che in quella società segreta soffia uno spirito essenzialmente mafioso.

Leonardo Sciascia, secondo il quale non può fare a meno di conoscere il romanzo di Natoli chi voglia capire che cosa significa «essere siciliani», ricorda un opuscolo del Marchese di Villabianca che dà origine, nella seconda metà del Settecento, alla leggenda dei Beati Paoli. Il Villabianca, che da bambino ha sentito parlare di quella setta, la riconduce ai Vendicosi, una congrega di tenebrosi giustizieri attestata in due cronache del XII secolo. Il diario di Villafranca avrebbe ispirato Natoli suggerendogli la «linea per così dire ideologica» di quel romanzo-fiume che da I Beati Paoli si riversa nei successivi Coriolano della Floresta e Calvello il bastardo: «E il ciclo — osserva Sciascia — si conclude quando i Beati Paoli sono ormai massoni e giacobini». L’avversione che il marchese nutre per la setta viene rovesciata dal Natoli in un consenso considerato da Sciascia «pieno e aperto» e dal quale deriva la popolarità dei suoi libri: «Coi romanzi di Natoli si può dire che arriviamo a scoprire la mafia come vera profonda inalterata costituzione». La mafia come «modo di essere».


Il corriere della sera – 8 agosto 2016