TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


martedì 9 agosto 2016

La Camorra ha un cuore antico. La malavita organizzata nella Napoli del Trecento



Uno studio, appena pubblicato da Mondadori, ricostruisce la nascita della malavita organizzata nella Napoli del Trecento. Il tutto fondato su codici d'onore che un altro grande storico, Franco Cardini, analizza in modo dettagliato nella sua ultima opera.

Marina Montesano

A ragionar di sangue e codici indigeribili

Il dibattito sulle origini del declino economico e sociale dell’Italia meridionale conta ormai su innumerevoli studi e posizioni. Risale alla mancanza delle autonomie comunali? Al dominio angioino? A quello aragonese o borbonico? O, ancora, alle modalità con cui sono avvenute la conquista dei Savoia e l’unità d’Italia? All’interno di questo macrodibattito ve ne sono altri, come ad esempio quello che concerne la nascita delle malavite organizzate in Italia meridionale: i tempi, i modi, le ragioni sono solo parzialmente indagati. È in questo contesto che si inserisce l’ultimo libro di Amedeo Feniello, Napoli 1343. Le origini medievali di un sistema criminale (Mondadori, pp. 276, euro 22 euro).

Partendo da un’esperienza personale di violenza fra camorristi che l’ha profondamente segnato quando era professore in una scuola, Feniello passa poi a descrivere una scena avvenuta nel 1343: la cattura e il saccheggio di navi genovesi nei mari napoletani, portato a termine da alcuni banditi locali. Il 1343 diviene però anche il simbolo di una crisi sistemica che colpiva il continente europeo e il bacino del Mediterraneo.

Verso la fine del Duecento ogni superficie disponibile era stata ormai dissodata, sicché la produzione cessò di aumentare. La popolazione, per contro, continuava a crescere: era quindi inevitabile che l’alimentazione peggiorasse, almeno per i ceti più. La precarietà di questo equilibrio si rivelò drammaticamente quando, nei primi due decenni del Trecento, il continente europeo dovette affrontare una fase di raffreddamento e di generale peggioramento climatico.



Le calotte polari presero di nuovo a espandersi, e lunghe annate caratterizzate da piogge e da umidità si susseguirono sull’Europa, causando non solo l’infierire di malattie da raffreddamento che colpivano in modo grave soprattutto i bambini sotto i cinque anni e le persone anziane, ma anche una serie di annate agricole cattive, con conseguenti carestie e lievitazione dei prezzi. Il freddo e l’umidità portavano malattie e fame, ed entrambe queste cose determinavano una destabilizzazione anche socioeconomica particolarmente forte tra i ceti meno abbienti, già in una condizione generale di debolezza.

Il primo sintomo delle difficoltà che minacciavano l’Europa è rappresentato dalla grande carestia del 1315-1317. Un’altra grave ondata di carestie percorse l’Europa nel corso del quinto decennio del secolo. Tutto questo lungo processo di destrutturazione condusse però, nel corso degli anni Quaranta, a una stretta congiunturale dalla quale l’Europa risultò duramente provata. Subito dopo sarebbe arrivata la peste del 1348-51.

Nell’area italomeridionale la crisi generale si accompagnava alla lotta fra Angioini e Aragonesi; proprio nel 1343 moriva Roberto d’Angiò, che aveva avuto un grande prestigio, ma era stato anche il capo riconosciuto della parte guelfa della penisola, favorendo in modo particolare i banchieri fiorentini, dei quali aveva permesso l’installazione a Napoli e in tutto il suo regno. Dopo la sua scomparsa la casa angioina, divisa in vari rami, fu percorsa da contese per l’eredità del regno di Napoli. La corona andò alla figlia di Carlo duca di Calabria, erede di Roberto ma premorto al padre.

La regina, che portò il nome di Giovanna I, commise l’errore di lasciarsi coinvolgere in una serie di intrighi e di scandali dai quali la sua autorità uscì del tutto compromessa. Feniello racconta con sapienza e grande conoscenza delle fonti l’intreccio di queste vicende, mostrando come in una società per molti versi malata si andassero rafforzando le solidarietà interne, con i propri codici d’onore. Sono queste le origini del sistema criminale che affligge la Campania? Il libro non lo dimostra; fornisce tuttavia indizi utili per capire come un sistema criminale possa proliferare, ed è probabilmente ciò che soprattutto interessa l’autore.



Una certa idea di onore è essenziale per comprendere il funzionamento dei gruppi malavitosi dei quali parla Feniello; ma di quale onore parliamo, e soprattutto è un concetto, quello di «onore», che si può declinare in modi differenti? Franco Cardini dedica al tema e alla sua storicizzazione un agile saggio: Onore (il Mulino, pp. 118, euro12) ripercorre la storia di una parola e di un concetto partendo dall’età antica, passando soprattutto per il Medioevo, con il sistema feudale e la società cavalleresca, e l’età moderna, fino ad arrivare nell’ultimo capitolo alla nostra contemporaneità, al declino dell’idea di onore e al suo rapporto con il concetto di «dignità».

L’intreccio di letteratura e di storia si fonda tuttavia su una solida base antropologica: evidente nelle considerazioni sulla codificazione della vendetta, in alcune società tradizionali così attenta e minuziosa, dice l’autore, da avvicinarsi molto, nonostante il suo carattere orale, a un vero e proprio codice giuridico.

Una delle discontinuità più significative nel processo ricostruito da Cardini risiede nell’età dei Lumi, con il passaggio da una concezione dell’onore legata ai valori guerrieri, aristocratici e dinastici a quella fondata sui diritti universali, che dunque spettano a ciascun essere umano a prescindere dalla condizione e dai comportamenti. La decriptazione di cosa sia l’onore nella contemporaneità è compito arduo; da una parte, Cardini sottolinea l’importanza dei mutamenti che ci sono stati all’interno della famiglia e, più in generale, dei rapporti fra i generi. Dall’altra, rivendica la necessità di un ritorno a quelli che considera, in senso lato, «valori cavallereschi»: la difesa dei diseredati, di interi popoli, gruppi, categorie sociali, la cui dignità, in un mondo che molto parla di diritti umani, è quotidianamente conculcata. Onore dunque, si potrebbe dire, a quanti ancora si ricordano di questa realtà e operano per cambiarla.


Il Manifesto – 2 agosto 2016