TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


mercoledì 24 agosto 2016

La follia reclusa. Museo del manicomio di San Servolo


A Venezia un tempo, i pazzi erano ammassati in una «fusta» ormeggiata davanti Palazzo Ducale. In seguito, si scelse il monastero benedettino dell’isola di san Servolo: qui, fin dal Seicento, vennero reclusi malati fisici e psichici, feriti di guerra e criminali. Oggi ospita un centro studi sull'emarginazione sociale ed un museo. Da visitare.

Tiziana Migliore

Comunità di folli alla deriva


Venezia ha la forma di un pesce circondato da isole, alcune più note per le tradizioni del territorio – il carciofo violetto a Sant’Erasmo – e dell’artigianato – il vetro a Murano, il merletto a Burano – altre rilevanti per spessore storico. San Servolo appartiene al secondo gruppo. Il suo vissuto peculiare, ancora da ricostruire, incarna i più vari significati, positivi e negativi, del concetto di «isola». Non c’è da sorprendersi. L’attuale città lagunare è l’unione di centodiciotto isolette poi fuse insieme, tanto che il nome latino, Venetiae, era unplurale tantum, si declinava cioè al plurale. Venezia è l’emblema e il frattale dell’idea di isola: ha ripetuto e ripete il suo essere isola su scale diverse e in punti diversi della sua territorialità. Non a caso il primo «ghetto» è nato qui.


Battelli dei reietti

«Perché si vede sorgere d’un tratto la sagoma della nave dei folli, e il suo equipaggio insensato che invade i paesaggi più familiari?» (Sebastian Brant, Das Narrenschiff, 1494). Nel Quattrocento l’immagine simbolo della pazzia respinta dal consorzio civile era la «nave dei folli», che artisti come Dürer e Bosch hanno raffigurato, vera e propria linfa dell’immaginario collettivo europeo. Foucault, che alla stultifera navis ha dedicato il primo capitolo di Storia della follia nell’età classica (1961), precisa che non si trattava di un parto della fantasia, ma che, nel Medioevo e oltre, era consuetudine allontanare i «matti» dalla comunità dei «normali» affidandoli al mare. Cita, fra le città europee, Francoforte e Magonza. Non Venezia, che pure ha stabilizzato e mantenuto più a lungo questa prassi: fino al 1797 i pazzi nobili potevano essere curati a pagamento, mentre quelli poveri erano inviati alla «pubblica fusta»: un battello fatiscente ormeggiato in laguna, di fronte a Palazzo Ducale, dove stavano ammassati un centinaio tra condannati, ammalati e matti.

Difficile non pensare ai migranti nei barconi di questo millennio, individui ciascuno con una propria storia, ma riuniti sotto il comune denominatore dell’«altro» – lo straniero, il forestiero. I profughi di oggi sono gli insani di allora. Per molti, meglio tenerli a distanza, abbandonandoli in mare o salvandoli per poi segregarli: dai centri di permanenza temporanea.

Nel 1797, caduta la Repubblica, un governo democratico-assembleare pose fine all’utilizzo della «fusta» veneziana e decretò di ricoverare i folli poveri, a spese dell’erario, a San Servolo, per più di dieci secoli sede di un monastero benedettino e che, dal Seicento, gradualmente, diventa l’isola del malato fisico e psichico, di tutto il Veneto, della Dalmazia e del Tirolo: feriti in guerra, mozzi, «discoli» e un certo numero di «pazzi». Il significato positivo dell’isolamento del sé – l’ora et labora, benché dai documenti risulti una «monastica lussuria»! – si rovescia nel suo contrario: l’alienazione, isolamento dell’altro.

A San Servolo le due facce della contenzione manicomiale hanno convissuto: la presenza di «apparati di forza», che poi Basaglia denuncerà come strumenti di destorificazione e di cosificazione del malato, e il «trattamento morale» (Pinel e Esquirol), mirato a produrre «scosse morali» nel paziente, attraverso interazioni dialogiche giocate sulla dialettica delle passioni. Ma le stesse potevano esser lette come interventi drastici per mutare una passione in eccesso nel suo opposto. Emerge un’inquietante continuità fra il «trattamento morale» e questo tipo di dialogo affidato alle macchine, con la parentesi «morbida» della scossa elettrica culminata nell’elettroshock. Erano anche in uso metodi «dolci», come la musicoterapia e l’ergoterapia. E, dagli anni Cinquanta del ’900, l’approccio gruppale e biopsicosociale, esito dei rapporti fecondi con la psicoterapia francese, ha rischiarato i momenti bui dell’esperienza manicomiale di San Servolo, avviando un periodo di sperimentazione felice, ancora da sondare.


Nel 1978, dopo la chiusura del manicomio, la Provincia di Venezia ha dato vita alla Fondazione San Servolo Irsesc – Istituto ricerche e studi sull’emarginazione sociale e culturale – impegnata a creare una «memoria al futuro»: raccontare l’isola per indagare a fondo il problema dell’emarginazione, evitando il riproporsi di sue nuove forme. La Fondazione ha inventariato e riordinato l’archivio del manicomio, aperto una biblioteca accessibile agli studiosi, inaugurato nel 2006 un museo, su progetto dell’architetto Barbara Accordi e a cura di Diego Fontanari e Mario Galzigna.

Nell’ideazione del dispositivo espositivo si è esclusa l’ipotesi della ricostruzione fedele dell’ambiente, invalsa nei musei a carattere rievocativo. E si è optato, invece, per la conservazione dei reperti nei luoghi e nell’isola dove essi, insieme a medici, pazienti e personale hanno operato. Una documentazione iconografica – fotografie, mappe, disegni, riproduzioni di cartelle cliniche – li ricontestualizza come nuovo scenario enunciazionale. Museo, biblioteca e archivio danno indicazioni importanti anche su ciò che stava fuori dal manicomio: le condizioni materiali delle persone che diventano «i mati» (contadini pellagrosi, bambini cerebropatici, vecchi dementi, paralitici, epilettici, alcolisti), le paure ancestrali dei «normali», che nelle richieste di segregazione ritrovano il loro equilibrio o il loro potere. Da questo spazio eterotopico si osservano, inoltre, stalli e avanzamenti delle discipline della cura: la medicina, in primis, saperi e metodi.

A pianterreno è ricostruita l’antica sala anatomica con tavolo autoptico in pietra e strumentario. In vetrina sono esposti alcuni crani e cervelli conservati con la tecnica della plastinazione. L’orientamento terapeutico di San Servolo era organicista: si tendeva a ritenere le malattie mentali come cerebrali o disturbi connessi ad alterazioni biologiche. Il modello era la «frenologia» di Franz Joseph Gall, più tardi screditata come «pseudoscienza», che, similmente a certe teorie riduzioniste di oggi, correlava la struttura globale del cervello con i comportamenti. C’è poi la sala dell’antica farmacia, con vasetti contenitori, un tempo, di polveri, tinture, resine di origine vegetale o animale.


Il tempo artigianale

Al piano superiore gli spazi del museo sono ripartiti in tre sezioni. La prima è dedicata alle terapie: lungo il corridoio di ingresso oggetti e immagini testimoniano le «buone pratiche» (agli occhi del contemporaneo!) che San Servolo ha adottato. Dominano l’ergoterapia – manufatti e foto di pazienti nei laboratori artigianali o nei campi dell’isola – e la musicoterapia – un pianoforte e una mappa del 1882 con indicazioni della «Sala della musica». Visibile è dicibile (Foucault): velatamente si è voluto creare un impatto positivo con la realtà del manicomio. E tuttavia, nella continuità repressiva dell’«istituzione totale», che annulla il tempo, questo tipo di «lavoro» equivale a un’«uccisione pietosa del tempo», complemento delle attività normalmente repressive, che lo «torturano» (Ervin Goffman).

Ai lati del corridoio, leggibili dall’alto perché dentro basse bacheche, stanno le foto di un interessantissimo «album comparativo». Per protocollo, a San Servolo, si scattavano foto ai degenti al momento del ricovero e della dimissione, con presunta guarigione. Un’autocelebrazione dei sistemi di cura, se non una forma di apologia, contro le accuse sulla «cronicità» dei malati.


Gli oggetti della costrizione

Superato il corridoio, il visitatore si trova nella sala dell’idroterapia. Immagini di vasche sedative occupate da allegri pazienti controbilanciano l’effetto della presenza di alcuni strumenti di contenzione – manette, manicotti rigidi, catene, una camicia di forza, cinture, cinghie – e di un «apparecchio idroterapico per malati recalcitranti», con la sua consolle di comandi. In questa «doccia gabbia» i getti d’acqua, proiettati da ogni lato, servivano a bloccare stati di eccitamento o reazioni inconsulte a cure non tollerate.

Nelle due sale successive, dell’elettroterapia e della farmacoterapia, si inserisce la seconda sezione del museo, che riguarda la strumentazione di laboratorio e l’ambulatorio. Due erano infatti i metodi di studio a San Servolo: uno anatomico e istologico, alla ricerca di lesioni del cervello; uno clinico, in laboratorio appunto, per identificare le alterazioni chimiche dei liquidi organici (sangue, urine, liquor). Vi si effettuavano indagini anatomo-patologiche, batteriologiche e chimico-cliniche. La terza sezione, Mantenimento e alloggi, più modesta, presenta segmenti di quotidianità: piatti, stoviglie, zoccoli, lumini e il campanello del refettorio. Una gigantografia riproduce il cortile del manicomio con al centro un infermiere vestito da custode, figure di pazienti su una panca e recinzioni sullo sfondo.

Oggi la Fondazione San Servolo Irsesc non esiste più. Dal 2015 è stata assorbita in una srl. San Servolo Servizi che organizza eventi e affitta sale e stanze autofinanziandosi. Certo l’isola ha recuperato il volto sereno e arioso dei primi tempi – i 3,8 ettari dei 4,82 dell’intera superficie sono ancora destinati a giardino. Rischia però di divenire un luogo di ritrovo fine a se stesso. Ospitare nell’isola la Fondazione Franca e Franco Basaglia, come già prima del 2015 si era scelto di fare, ha senso se questa ricontestualizzazione valorizza correttamente la memoria del manicomio, non se la annacqua o la soppianta. Fondazione San Servolo aveva un progetto mirato – il Centro Studi sull’Emarginazione – che poteva essere pietra miliare di una politica europea sull’accoglienza. Invece, di fatto, dicitura e specificità dell’Irsesc sono stati cancellati. Brutto segno, quello di non leggere nella storia dell’«isola» il suo anagramma: asilo della «pubblica fusta». O di non saperlo adoperare.

Le prime notizie su San Servolo risalgono all’VIII secolo, quando vi si insediano i monaci benedettini di Altino, in fuga dai Franchi e che qui costruiscono un convento e una chiesa dedicata a San Servilio («Servolo» in Veneto), guaritore e martire triestino del III secolo. Al loro posto subentrano, nel 1109 circa e per oltre cinque secoli, le monache benedettine del convento di Malamocco, distrutto da un incendio. L’accezione di isola come luogo di rifugio, anche spirituale, incrocia il ruolo di sostegno di questi insediamenti al potere ducale, autonomi dal controllo ecclesiastico. Disabitata dal 1615, San Servolo cambia la sua destinazione nella peste del 1630 e diviene ricovero degli affetti dal morbo. Nel 1716 il convento benedettino è adibito a ospedale militare, con gestione dei Fatebenefratelli. La presenza di un medico e di uno speziale dà avvio a una spezieria nota, dal 1749, come «farmacia pubblica dei forti e delle milizie». L’ordine religioso sancisce una pratica medico-assistenziale che assume nel tempo tratti sempre più custodialistici e segregativi: «cura morale» e regolamentazione dell’alimentazione si contaminano con sistemi coercitivi finalizzati al trattamento della follia.


Malati sotto sorveglianza

Paradigmaticamente, quando il governo napoleonico, nel 1804, trasforma l’ospedale in «Manicomio Centrale, per entrambi i sessi, di tutte le province venete, della Dalmazia e del Tirolo», San Servolo continua a lungo a internare, al fianco dei «mati», piagati e militari infermi. Per quell’epoca il malato è infatti indistintamente un paziente da curare e un prigioniero da sorvegliare e reprimere, se non da punire.

Nei primi del ’900 San Servolo è sotto i riflettori per lo «scandalo Minoretti», che prende nome dal dottor Cesare Camillo Minoretti, padre servita, direttore del manicomio, processato e condannato per l’abuso di «barbari mezzi di coercizione». E tuttavia, nella legge del 1904, depositata in Senato nel pieno sviluppo del caso, la logica rimane immutata: è sancita la centralità del concetto di «malato pericoloso a sé e agli altri» e affidata al manicomio la funzione di «contenitore repressivo della devianza e sofferenza psichica».

Nel 1978, all’indomani della chiusura del manicomi per la Legge Basaglia, il Consiglio provinciale di Venezia istituisce la Fondazione San Servolo Irsesc – Istituto Ricerche e Studi sull’Emarginazione Sociale e Culturale, che, negli anni, riordina l’archivio dell’ospedale, apre una biblioteca e un museo. Oggi San Servolo si raggiunge comodamente in vaporetto da San Marco, pontile di San Zaccaria, in dieci minuti. È sede di un Consorzio universitario, la Viu -Venice International University, che richiama giovani da tutto il mondo, e della Fondazione Franca e Franco Basaglia; collabora alla realizzazione del FestivalIsole In Rete e a manifestazioni cittadine come Venice Art Night; ospita eventi collaterali della Biennale, convegni, concerti. Dal 2015, però, la Fondazione è stata soppressa, inglobata in una srl. San Servolo Servizi. Forse la nostra epoca può permettersi di fare a meno di un centro studi nazionale sull’emarginazione: ha raggiunto il know-how necessario in materia o il problema non si pone più…


il manifesto – 11 agosto 2016