TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


martedì 23 agosto 2016

La scoperta delle Americhe e la cultura europea



La cultura europea del Cinquecento fu sfidata dall’evidenza di un problema: l’esistenza di popolazioni altre, con costumi, divinità e modi di pensare la cui origine non era illustrata né dalla Bibbia né dai testi della classicità greca e latina. Ecco allora sorgere un certo numero di storie del mondo, le prime che provino a includere i «nuovi» popoli in un racconto comune. In «Indios, cinesi, falsari» Giuseppe Marcocci racconta la sfida lanciata dalla scoperta delle Americhe alla cultura europea del ’500 .

Francesco Benigno

Esploratori consapevoli dei «nuovi mondi»

C’era un tempo la storia universale: genere storiografico nato tra le due grandi guerre, nel periodo di massimo fulgore del colonialismo europeo, celebrava la storia del mondo dei secoli XV-XVIII come progressiva scoperta/conquista europea. Oggi sappiamo che non è andata così, che per molti secoli sono esistiti diversi e concorrenti universi culturali (e commerciali). La coscienza, che la storia del mondo racchiuda al suo interno una polifonia di vicende e di voci non riducibile all’esperienza europea, è oggi senso comune, e corrisponde al nuovo modello della World History. Tuttavia essa trova la sua origine proprio nell’epoca in cui l’Europa riscopriva il suo passato attraverso lo specchio classico, nell’età del Rinascimento. È questa la precoce consapevolezza, stimolata dalla «scoperta» del continente americano, esplorata da Giuseppe Marcocci in un libro curioso e coinvolgente: Indios, cinesi, falsari: Le storie del mondo nel Rinascimento (Laterza 2016, pp.XI-212, euro 20).



La cultura europea del Cinquecento fu sfidata dall’evidenza di un problema: l’esistenza di popolazioni altre, con costumi, divinità e modi di pensare la cui origine non era illustrata né dalla Bibbia né dai testi della classicità greca e latina. Ecco allora sorgere un certo numero di storie del mondo, le prime che provino a includere i «nuovi» popoli in un racconto comune. Una seducente prospettiva, questa, che incrocia la rilettura «geopolitica» di Tommaso Campanella proposta da Jean-Louis Fournel.

Di queste storie Marcocci squaderna un catalogo, invero assai bizzarro. Lo compongono autori dalle vite complicate, spesso marginali o interstiziali: un francescano, Toribio da Benavente, tra i primi sbarcati in America, nel 1524 e a suo modo teorico della colonizzazione spagnola; Antonio Galvão, capitano portoghese delle isole Molucche, le «isole delle spezie»; Felipe Guaman Poma, un indio quechua che aveva lavorato come interprete e era stato condannato per impostura; Giovanni Tarcagnota, figlio di greci della Morea ed emigrato a Venezia per sfuggire ai turchi; Giampietro Maffei, un gesuita bergamasco ma operante in Portogallo.



Furono uomini accomunati dallo sforzo di scrivere delle storie del mondo capaci di includere le popolazioni non europee. Benavente raccolse le antichità latino-americane secondo il modello dell’antiquaria, Antonio Galvão attinse a fonti orientali che dimostrano l’importanza della presenza cinese nell’Oceano Indiano prima dell’arrivo dei Portoghesi: una rivelazione che si incrocia con la vicenda della carta geografica cinese, giunta nelle mani di John Selden e ricostruita da Timothy Brook (ora in traduzione italiana per Einaudi: La mappa della Cina del signor Selden).

Nel costruire questi pastiches, gli autori di queste prime storie del mondo si rifanno – come mostra abilmente Marcocci – al repertorio comune della cultura europea del tempo: e così se Benavente si appoggia sul falso Beroso di Annio da Viterbo per immaginare una derivazione da Mosè delle popolazioni latino-americane, per dimostrare una originaria presenza cinese nelle Americhe Antonio Galvão si appoggia sulle famose Navigationi di Giovanni Battista Ramusio; allo stesso modo Guaman Poma costruirà le sue teorie basandosi su traduzioni delle opere dell’umanista tedesco Hans Böhm e Tracagnota userà Paolo Giovio come modello.



Insomma, per pensare il nuovo si ricorreva al già noto, ma distorcendolo e piegandolo a inedite esigenze e perciò trasformandolo.

Presto però a questa stagione di storie del mondo spontanee ne succederà un’altra in cui la conoscenza dell’estremo (l’estremo oriente, ma anche l’estremo occidente e l’estremo sud) diventerà un tema cruciale per l’espansione coloniale. Si aprirà allora una diversa stagione culturale, in cui la storia e la geografia incontreranno direttamente la politica. Lo mostrano le vite travagliate e talora tragiche dei nuovi narratori delle storie del mondo al servizio dei potenti, talora essi stessi esploratori e corsari: Antonio Herrera, Walter Raleigh, Anthony Sherley. Persone che promettevano di esser capace di consigliare i principi su come portare sulle spalle, come aveva scritto Sherley, «el peso de todo el mundo»


il manifesto – 6 agosto 2016