TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


martedì 30 agosto 2016

Libere comunità delle Alpi. Forme di autogoverno nella Svizzera del Cinquecento



Tra Cinquecento e Seicento le vallate dell'attuale Cantone svizzero dei Grigioni sono state un'isola di libertà, teatro di un esperimento sociale e politico originale. Liberatisi dall'influenza imperiale, le comunità rifiutano il potere del clero e della nobiltà e si autogovernano tramite assemblee e referendum. Una storia da approfondire.

Beppe Caccia

Comunità politiche senza sovrano

Nel Capitolo 55 del Libro primo dei Discorsi, Machiavelli discute la cruciale distinzione tra repubblica e principato, introducendo il concetto di «equalità». L’obiettivo è dimostrare «quanto facilmente si conduchino le cose in quella città dove la moltitudine non è corrotta, e che dove è equalità, non si può fare principato, e dove la non è, non si può fare republica». Così, contrappone ai regimi politici di Francia, Spagna e Italia, «le quali nazioni tutte insieme sono la corruttela del mondo», la realtà delle «molte repubbliche» che «vivono libere (…) nella provincia della Magna».

Una delle ragioni della loro superiorità risiede nel fatto che «quelle republiche dove si è mantenuto il vivere politico ed incorrotto, non sopportono che alcuno loro cittadino né sia né viva a uso di gentiluomo: anzi mantengono infra loro una pari equalità, ed a quelli signori e gentiluomini che sono in quella provincia sono inimicissimi».

Quando scrive di «repubbliche della Magna», Machiavelli non pensa solo alle città-Stato tedesche, ma ha presente anche lo sgretolamento dei rapporti di dominio feudale che sta avvenendo ai margini dei possedimenti degli Asburgo. Qui la guerra di Svevia, e in particolare la sanguinosissima battaglia della Calven (1499), affermano l’indipendenza delle vallate alpine corrispondenti all’attuale Cantone svizzero dei Grigioni.

    Alta Engadina

Contadini e cittadini

Sono le terre dove sgorga il Reno, abitate fin dal Mesolitico e, per la loro posizione strategica al centro del continente, vengono conquistate dai romani e incorporate nella provincia della Raetia. Durante il regno dei Franchi il vescovo di Coira, l’abate di Disentis e il conte di Toggenburg, custodi di valichi alpini di grande importanza per l’imperatore, costituiscono per sé aggregati feudali in larga misura autonomi. E fin dal Quattordicesimo secolo il Capitolo della Cattedrale, le comunità di valle e la Città di Coira si sono uniti in un fronte difensivo, la futura Lega della Ca’ di Dio.

Nel 1395 seguono la Lega Grigia, e nel 1436 la Lega delle Dieci Giurisdizioni, entrambe costituite per garantire indipendenza e pace del territorio. Ma è solo con il Patto del 1524 che le tre Leghe (Bünden) assumono il ruolo di struttura politica «proto-federativa» per i Comuni giurisdizionali (Gerichtsgemeinde), che ne resteranno invece a lungo la fondamentale entità autonoma e sovrana.
Sono questi anni cruciali per la storia politica dei Grigioni: è come se le più radicali istanze di cambiamento sociale, che nel resto d’Europa si sono intrecciate con la Riforma protestante e che, dall’esito delle «guerre contadine» in Germania, hanno visto la tragica sconfitta di chi si era sollevato e la vittoria dei prìncipi e dei loro eserciti, avessero invece trovato tra queste montagne una positiva e concreta traduzione.

Il Patto tra le Leghe è infatti immediatamente seguito dall’adozione tra il 1524 e il 1526, da parte dei rappresentanti dei comuni riuniti, degli Articoli di Ilanz. Qui questione religiosa e sociale si intrecciano nella compiuta formalizzazione del tramonto del potere feudale dei signori e del vescovo di Coira: viene affermato il pieno diritto dei comuni di scegliersi o destituire i propri ecclesiastici, e al tempo stesso si riordina il sistema delle decime e dei tributi, e la regolazione della proprietà fondiaria. In sostanza si impone un drastico ridimensionamento della pressione fiscale e del gravame economico esercitati dalla Chiesa sulle comunità locali, così come si stabiliscono forti limitazioni alla proprietà privata delle terre, a tutto vantaggio della «proprietà comune» di almeno un terzo dei suoli coltivabili, dei pascoli e degli alpeggi.

Non è stato certo un processo lineare e irenico: il quarto di secolo, che separa la cacciata degli Asburgo dalla Bassa Engadina e dalla Val Monastero dall’approvazione dei «documenti costituzionali» di Ilanz, è segnato da sollevazioni popolari, rivolte contadine, discese in armi dei comuni e ripetuti assalti ai palazzi nobiliari e vescovili.

    Val Monastero

Esperimenti sociali

Proprio a partire dall’esito dello scontro favorevole alla parte più «popolare» della società grigionese, questi territori, per quanto attraversati da alcune tra le principali vie di comunicazione transalpine del tempo, costituiscono di fatto per alcuni decenni un’isola nel cuore dell’Europa. Essi sono infatti il teatro di un esperimento sociale e politico, specifico e originale, e in controtendenza con l’epoca: liberati a caro prezzo dalla diretta influenza imperiale, le sue popolazioni rifutano di perpetuare rapporti di obbligazione personale e sudditanza territoriale, siano essi dominati da poteri esterni, dal clero o dalla nobiltà locale. Praticano la decisione democratica nelle assemblee comunali e la condivisione confederativa delle principali scelte politiche, attraverso le procedure delle Diete e dei «referendum» tra le Leghe.

A livello di ciascun Gemeinde si armano in milizie civiche, per difendere sicurezza e proprietà comuni. Anticipano, nella coesistenza tra le diverse fedi protestanti e cattolica (frequenti sono i villaggi «misti»), la tolleranza religiosa. Indicano, in sostanza, nella costruzione di comunità politiche senza sovrano, una possibile alternativa al politico moderno che, proprio in quel momento, si sta presentando sulla scena storica col volto degli Stati nazionali, assolutistici e centralistici.

È questa la lettura suggerita dallo storico americano Randolph Head, a partire dal testo dedicato alla Early Modern Democracy in the Grisons (Cambridge University Press, 1995). E si inserisce nel più generale fenomeno, che uno studioso come Peter Blickle ha efficacemente definito nel suo Kommunalismus pubblicato nel 2000 (2 voll., Oldenburg): nella crisi degli ordinamenti feudali, «contadini e cittadini» sono stati quelle vive forze sociali capaci, all’interno degli organismi comunali, di realizzare «uguaglianza e parità per mezzo di relazioni e distinzioni tra persone, in senso orizzontale». Da qui è derivata una concezione normativa di «bene comune», decisamente opposta al «princìpio verticale delle strutture di dominio del feudalesimo».

L’esito affermativo della cinquecentesca Revolution des gemeinen Mannes trova del resto piena corrispondenza nella cultura politica che si diffonde ampiamente nei Grigioni coevi: che l’accento sia posto sulle più antiche radici (e relativa legittimazione tradizionale) delle Tre Leghe, o sul patrimonio secolare di lotte per la libertà dai «cattivi signori», o in termini più innovativi e radicali sulla centralità anti-aristocratica dell’«uomo comune» della Rezia, è comunque la peculiarietà della propria esperienza politica ad essere esaltata. Tre essenziali affermazioni, tra loro correlate, ricorrono secondo Head nei canti e negli scritti polemici del periodo: innanzitutto, «la libertà è un bene che tutti desideravano e che Dio aveva accordato ai Grigioni». In secondo luogo, si insiste sulla sovranità del popolo e si difende la capacità dell’uomo comune di prendere decisioni politiche. Infine, si associa esplicitamente la libertà spirituale con quella politica. A lungo ci si potrebbe soffermare su limiti e contraddizioni di tale condizione «insulare».

A partire dalle uniche caratteristiche geografiche e ambientali, e di conseguenza umane ed economiche, in cui si trova. O dalla rigida divisione dei ruoli di genere che si determina in comunità ferocemente patriarcali. Li diamo come fatti negativi noti o facilmente immaginabili. È qui forse più utile insistere su due elementi che risultano decisivi nell’esaurimento di questa esperienza, che si compie tra la fine del Sedicesimo e il Diciassettimo secolo. Il primo origina nel 1512 con l’occupazione, da parte delle Leghe, del Contado di Bormio, della Valtellina e della Val Chiavenna.

La presenza grigionese renderà queste terre, come ha magistralmente raccontato Delio Cantimori, luoghi ospitali per riformatori ed eretici italiani in fuga dall’Inquisizione cattolica. Ma, al tempo stesso, si strutturerà via via nella forma di un dominio di tipo coloniale. Le famiglie che riusciranno a intestarsi cariche e proprietà in Valtellina risulteranno così predominanti per ricchezza e potere nei comuni a Nord e finiranno per costituire un’oligarchia destinata a destabilizzarne e condizionarne fatalmente la vita politica.



Scacchiere strategico

Nel frattempo questa regione alpina diventa, per le grandi potenze nazionali in conflitto, uno degli scacchieri strategici europei: il controllo dei passi e delle vie di comunicazione che attraversano le vallate si rivela decisivo per lo scontro in atto tra Francia e Spagna, Austria e Venezia.

L’aristocrazia e gli stessi comuni dei Grigioni entrano, con un ruolo subalterno e dipendente, in questo gioco. Inizia una lunga vicenda di alleanze e schieramenti che, nel segno della mercenariato e della diffusa corruzione, dividono le famiglie e le Leghe mettendo definitivamente in discussione le autonomie comunali. Sarà così fino al tardo ingresso (1803) nella Confederazione Elvetica.

Resta, nelle parole con cui ancora Machiavelli, nel Capitolo XII del Principe a proposito della superiorità della «repubblica armata di armi proprie», definisce «i svizzeri (…) armatissimi e liberissimi», la memoria spesso rimossa di un’apertura di possibilità storica, il desiderio – incomprimibile e più che mai attuale – che libertà e proprietà comune, autonomia e decisione politica comune, costituiscano alternativa viva alle forme di dominio e statualità moderna.



Per approfondire

Oltre alle opere già citate di Peter Blickle e Randolph C. Head, in lingua italiana si può invece consultare la collettiva «Storia dei Grigioni», pubblicata in tre volumi nel 2000 dalle Edizioni Casagrande di Bellinzona. E leggere i saggi dello storico britannico W.A.B. Coolidge, scritti tra il 1891 e il 1908 e ristampati nel 2008, col titolo «I Grigioni nella storia» dalle Fondazioni «Enrico Monti» e «Maria Giussani Bernasconi».


il Manifesto – 18 agosto 2016