TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


mercoledì 31 agosto 2016

Panico: l'ansia da contatto che nasconde la paura dell'ignoto



Viviamo in un mondo totalmente interconnesso, ma ci fa sempre più paura il contatto, anche fisico, con l'altro. Forse proprio perchè abbiamo smarrito il senso della nostra identità e siamo terrorizzati dall'ignoto.

Massimo Recalcati

L'ansia da contatto che nasconde la paura dell'ignoto

Difficile in questa stagione non essere "toccati" da sconosciuti dove i luoghi di villeggiatura ci espongono alla frequentazione di spazi sempre più affollati. Nella prima riga di Massa e potere, Elias Canetti isola nella paura di essere toccato dall'ignoto una paura atavica dell'essere umano. «Dovunque, l'uomo evita di essere toccato da ciò che gli è estraneo». È qualcosa da cui può scaturire l'esperienza clinica del panico che solitamente colpisce proprio in luoghi di grande ammassamento di gente sconosciuta come sono gli aeroporti, i tunnel autostradali, le stazioni ferroviarie o i grandi centri commerciali, ovvero in tutti quei luoghi che l'antropologo Marc Augé ha definito paradossalmente "non luoghi" perché privi di identità storica, relazionale o antropologica.

Se il non luogo offre il terreno più favorevole all'attacco di panico è perché il panico non è altro che la segnalazione drammatica dello smarrimento dei propri confini identitari interni e esterni. Fintanto che il confine sussiste il tabù del contatto con l'ignoto è preservato. Il problema è che il contatto con lo sconosciuto può far saltare in aria i nostri confini. In questo senso l'esperienza del panico può essere considerata come la forma più estrema di irruzione dell'ignoto e, nello stesso tempo, del tentativo impossibile di fuga dall'ignoto stesso, da tutto ciò che il soggetto non può governare, ovvero dall'incontro con l'eccesso della vita e l'imprevedibilità della morte.

Nel film di Giuseppe Tornatore La migliore offerta il protagonista, un battitore d'aste famoso e ricco collezionista d'arte, concepisce la sua vita come una sorta di ritiro da ogni forma di contatto. Oltre a collezionare opere d'arte colleziona guanti che lo proteggono dall'incontro minaccioso con l'estraneo. Canetti pensa che gli uomini abbiano creato ogni genere di distanze per esorcizzare il pericolo atavico del contatto con l'ignoto.



Non è molto diverso da quello che spiega Lacan quando concepisce la vita collettiva come un insieme di barriere che ci separano dall'incontro col reale terrificante della Cosa. Anche quando camminiamo per strada l'essere toccati involontariamente da uno sconosciuto può suscitare in noi fastidio sino al limite della collera o della ripugnanza. Anche in questi contatti "ordinari" facciamo esperienza di un valicamento improprio del nostro confine: un altro corpo, estraneo, tocca il mio spazio, entra in un contatto imprevisto con la mia vita. Non è questa una motivazione che anima i progetti di chi concepisce le vacanze (o la vita) come un allontanamento da ogni forma di contatto con il genere umano? Nondimeno gli esseri umani amano stare in massa.

Esiste secondo Freud una pulsione gregaria che si soddisfa nel rinunciare alla nostra singolarità e al peso della responsabilità che comporta. Meglio affidarsi a un padrone o a un Essere collettivo che ci sollevino dalla nostra libertà. Per Canetti l'essere nella massa è il solo momento dove la vita umana ama confondersi con quella dell'altro. Il contatto non genera in questi casi un brivido di irritazione, ma è ricercato. Si tratta di una identificazione "densa" che garantisce che in uno stadio di calcio come in una chiesa si possa fare esperienza della condivisione di una "fede" comune.

Perciò Freud ha insistito nel mostrare come la funzione primaria della massa sia costituirsi come rifugio nei confronti dell'angoscia. Ma la condizione affinché la massa eserciti questa funzione di riparo verso l'ignoto, è la condivisione di una identità ideale. Le masse armate degli eserciti e quelle dei fedeli erano per Freud i paradigmi di questa condizione "densa" della massa. La massa totalitaria offre l'illusione di possedere un solo corpo. I confini individuali sono però superati da altri confini che costituiscono un corpo collettivo dall'identità ancora più rigida. Tanto più saldi sono i rapporti che legano un individuo ad una massa, tanto meno si potrà trovare esposto al rischio dell'angoscia.



Ma il nostro tempo non è più il tempo della massa "densa", ma della sua atomizzazione. Il panico è la trascrizione ipermoderna dell'atavica paura umana verso l'ignoto (la vita e la morte). L'attacco di panico trasfigura la massa da luogo di identificazione a luogo di pericolo. In questo senso il panico ipermoderno è il rovescio del fanatismo totalitario: se quest'ultimo si fonda su di un'identificazione della massa a un Ideale assoluto, il primo segnala il vacillamento o la caduta di quell'Ideale. La massa travolta dal panico è acefala, senza corpo, fluida anziché densa, smarrita anziché identificata. Accade quando un concerto o una competizione sportiva sono interrotti da un incendio o da un altro evento imprevisto.

L'emergere del panico comporta la rapida disgregazione della massa. È allora – nell'onda del panico – che la massa rivela di nuovo la sua faccia minacciosa: il carattere anonimo della folla non rafforza più l'identità ma contribuisce a sgretolarla. Nella vertigine del panico non avverto più la presenza confortante dell'altro, come accade al credente che, nella liturgia cattolica, scambia il segno della pace col proprio "fratello", ma come lo straniero assoluto, l'intrattabile, la fonte più grande del pericolo. Il panico spezza l'identificazione verticale della massa frammentando l'illusione del suo corpo unico in una miriade impazzita di schegge. Avrebbe forse ragione il collezionista di guanti di Tornatore a tenersi lontano dal contatto, a sottrarsi all'angoscia nei confronti dell'ignoto?


La Repubblica – 7 agosto 2016