TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


martedì 30 agosto 2016

Simboli dell'Apocalisse e oracoli caldaici



Le «rivelazioni e magie» dei Caldei, raccolte da Giuliano il Teurgo (II sec. d.C.), accanto ai messaggi criptici dei testi apocalittici.

Gianfranco Ravasi

Oracoli. Apocalisse di misteri


Sono inciampato per caso nel titolo di uno dei tanti volumi che ricevo: l’espressione Oracoli caldaici ha, infatti, creato un’increspatura nella mia memoria. Era poco meno di mezzo secolo fa e tra i miei docenti a Roma c’era uno dei maggiori grecisti di quel tempo, il gesuita francese Édouard Des Places, morto a cento anni nel 2000. Era stato lui a guidarmi in una tesi molto “esclusiva” sui temi e i simboli immortalistici nel libro VI dell’ Antologia Palatina, una raccolta di 3700 epigrammi di poeti greci dal V sec. a.C. all’epoca bizantina (è così denominata perché il testo-base è un codice della Biblioteca Palatina di Heidelberg, identificato nel 1607). In quegli anni Des Places, sorprendente figura di filologo puro segnato da una deliziosa dose di ironia e di bonomia, stava completando un fondamentale Lexique de Platon (1967) i cui lemmi erano da lui annotati in minuscole schede cartacee che coprivano la sua scrivania.

Mi confidava, però, di dedicarsi in quel periodo come divertissement (!) all’edizione critica proprio degli Oracoli caldaici che furono appunto da lui pubblicati nel 1971 a Parigi presso Les Belles Lettres. Ma ancora nel 1988 sulla rivista “Orpheus” appariva l’ultimo dei vari saggi che lo studioso, docente al Pontificio Istituto Biblico di Roma, aveva riservato a questo suo particolare “passatempo” e svago intellettuale. Ed ecco ora – all’interno della sempre benemerita collana dei “testi a fronte” di Bompiani, creata e diretta a lungo dal compianto Giovanni Reale – apparire quegli Oracoli caldaici, curati da Angelo Tonelli che si basa proprio sull’edizione di Des Places, preceduta nel 1960 a Gerusalemme (riedizioni successive a Parigi) dai Chaldean Oracles and Theurgy di Hans Lewy.



Il termine “oracolo”, per altro equivalente all’ebraico ne’um dei profeti biblici, evoca già di sua natura qualcosa di esoterico, divinatorio, quasi medianico e sciamanico, certamente rivestito del manto di un’ipotetica trascendenza. Questi testi, tendenzialmente frammentari, miscelano allora luce e oscurità, sapienza e visionarietà, formule magiche indecifrabili e moniti urticanti, in pratica – come per l’oracolo di Delfi – più che asserire o negare nettamente amano ammiccare. Gli studiosi ormai convengono nell’assegnarne la paternità a Giuliano il Teurgo sul finire del II sec. d.C. il quale, in una sorta di trance, avrebbe trasposto «in esametri omerici le rivelazioni e le comparizioni che aveva ascoltato e visto nelle notti in cui tutto era possibile, alla vampa viva del fuoco» (così Tonelli che nella sua introduzione adotta un dettato quasi “impressionistico”).

Siamo, per altro, di fronte a una sequenza testuale molto fluida, giunta a noi parzialmente e indirettamente attraverso citazioni di autori pagani e cristiani come Giamblico, che agli oracoli dedicò un commento perduto, Porfirio, Arnobio, Proclo, che cercò anch’egli di interpretare questi lacerti mantici, interpretazione a noi giunta in forma incompleta attraverso lo scrittore bizantino Michele Psello (XI sec.). Penso che i miei lettori non cultori di queste discipline comincino a perdersi nel magma testuale che ha trasportato le pagliuzze degli oracoli ora riproposti. Uno scompiglio che si infittisce fino al garbuglio quando si cerca di ricomporre la trama ideologico-simbolica di matrice platonica ad essi sottesa. Proviamo a districare i fili principali di questo groviglio.

Dio, il Padre sommo e trascendente genera un Intelletto demiurgico a cui si associa Hekate, che funge da intermediario tra i due e costituisce anche l’Anima del mondo. Un mondo sul quale piombano angeli e demoni, desiderosi di condizionare nel bene o nel male l’umanità. Si ha, così, un’antropologia dualistica: in noi c’è un’anima divina decaduta e incarcerata nel corpo e soggetta al flusso cosmico. È qui che si innesta la teurgia, ossia la ritualità oracolare iniziatica destinata a ristabilire un ponte salvifico col divino, sostenuta in questo anche da una rigorosa ascesi catartica, protesa al dominio delle passioni corporee. Possiamo, allora, affermare che «divino è il mondo, nella sua radice e divino è il teurgo, e illuminata la sua carne». Chi ama questi orizzonti ove s’incrociano teorie mobili, simboli sfumati, emozioni folgoranti potrà ora essere guidato da questo volume in un itinerario ramificato, anzi in skolioisi reethrois, in “correnti sinuose”, come dice il frammento 171.

Questa esperienza che intreccia metafisica e magia è posta all’insegna dei Caldei, ma tale attribuzione non deve ingannare, perché questo vocabolo perde la sua connotazione etnica (era la designazione biblica di un popolo semitico della Mesopotamia meridionale, tant’è vero che Abramo, il patriarca degli Ebrei, proviene secondo la Genesi da ’ur kasdîm, Ur dei Caldei). In realtà, in epoca ellenistica, il vocabolo diventa sinonimo di maghi o astrologi, come è evidente nel libro biblico di Daniele (II sec. a.C.) ove il re babilonese Nabucodonosor (VI sec. a.C.) per decrittare un sogno convoca «i maghi, gli indovini, gli incantatori e i Caldei» (2,2). A questo punto l’orizzonte oracolare-simbolico, cui abbiamo finora fatto riferimento, ci permette molto liberamente di allegare un altro volume che ci è pervenuto in contemporanea, anche se differente radicalmente a livello testuale e ideale.



Intendiamo parlare dei simboli dell’Apocalisse, l’ultimo dei 73 libri biblici, una vera e propria costellazione di immagini ma anche di messaggi ove ci si affaccia su abissi di tenebra stagnante e ci si innalza verso cieli di luce abbagliante. Un docente della facoltà teologica di Granada, Ignacio Rojas Gálvez, dopo aver delineato le coordinate storico-letterarie di un’opera meno criptica di quanto si ipotizzi a livello popolare (e quindi non classificabile come esoterica nonostante la superficie molto mossa ed eccitata delle sue pagine), ci disegna il panorama simbolico dell’Apocalisse, un orizzonte cosmico, zoomorfo, cromatico, numerologico. Ci mette poi in mano le chiavi necessarie per aprire questi sistemi apparentemente bloccati: si pensi solo ai 283 numeri cardinali, ordinali e frazionali presenti nel libro (chi non ricorda i 144.000 eletti o la cifra misteriosa della Bestia satanica, il 666?). Ci squaderna anche la straordinaria varietà ermeneutica che ne è risultata nella storia dell’esegesi.

Infine da quel centro testuale antico ci conduce fino alla periferia del nostro presente ove questa simbologia può trasformarsi in vessillo di crisi o di speranza, assumere interrogazioni esistenziali o degenerare nei gorghi millenaristici di alcune sette e movimenti apocalittici. Ma soprattutto – e sono le pagine più curiose di questo saggio – lo studioso ci apre il sipario sulla settima arte, il cinema, che ha attinto spesso ai simboli del Veggente di Patmos. Nella filmografia presa in considerazione, talora è la fine del mondo, altre volte è il disorientamento contemporaneo, oppure è la distruzione del male e la salvezza a trovare alimento nella palingenesi dell’Apocalisse. Un’opera che si autodefinisce “profezia” ma non nel senso oracolare-magico popolare, bensì nel valore biblico di “rivelazione” del significato profondo, primo e ultimo della storia (non per nulla in greco apokálypsis significa “rivelazione”).

Il Sole 24 Ore – 28 agosto 2016

Giuliano il Teurgo
Oracoli caldaici
Bompiani
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Ignacio Rojas Gálvez
I simboli dell’Apocalisse
Dehoniane
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