TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


domenica 21 agosto 2016

Un miraggio all’orizzonte



Dalle viscere del Medioevo arabo emergono i racconti di viaggiatori bizzarri, mercanti, marinai e geografi dalla fervida fantasia. Molti di loro avvistarono e furono ossessionati dalle isole mobili, sfuggenti all’approdo. E non disdegnarono le isole delle donne, diavolesse e assassine.

Angelo Arioli

Un miraggio all’orizzonte


«Quando in mare desideri sapere se sei prossimo a una terra o a un monte, scruta a pomeriggio inoltrato allorché il sole inclina, ché, se v’è ad esso di fronte un monte o un’isola, allora apparirà…». Così riferisce Capitan Buzurgh, nocchiero, più o meno ignoto, di probabile origine persiana cui si attribuisce un testo manoscritto in lingua araba, il tutto discutibilmente collocabile intorno al nostro anno 1000. Quelle parole non dovrebbero stupire particolarmente chi va per mare, o per deserti: il controluce, a filo d’orizzonte, specie al tramonto, ritaglia ogni eventuale silhouette, sempre più nitidamente prima che il sole scompaia. Da notare, invece, la gradazione ascendente nei termini designanti quel che si profila all’orizzonte: genericamente una terra, pericolosamente un monte (intendi: scoglio), precisamente, infine, un’isola.

Nella retina di chi scruta l’orizzonte, nella mente di chi viaggia per mare, nella fantasia di chi compila Geografie e Cosmografie, persiste un’immagine, un’idea: l’isola. O almeno questo ci suggeriscono i testi arabi d’epoca medioevale lasciatici da viaggiatori (marinai, mercanti, pellegrini), talora autori in proprio, più frequentemente ispiratori di geografi e cosmografi o poligrafi umanisti tout-court che ne rimanipolano con maggiore o minore fortuna letteraria i resoconti, a volte conservandone corposi e preziosi estratti. E non sono testi dove, indugiando sul registro del mirabile, si descrivono esclusivamente delle isole, riconducibili quindi al genere Isolario, inesistente nella letteratura araba medioevale. Sono relazioni di viaggio, opere geografiche variamente congegnate, compilate con intento e rigor di scienza e la cui lettura integrale è fatalmente monotona. Eppure, al sedentario viaggiatore immaginario, lettore visionario, che ne percorra le pagine capita d’improvviso – quasi il testo si lacerasse tra riga e riga – di vedere emergere un’isola, talora con inequivocabile nitore, talaltra avvolta da caligini, foschie, brume, vapori acquorei, come incerto baluginante miraggio.



Nel capriccio dei venti

Le acque dove appaiono, e spesso scompaiono, queste isole sono quelle delGrande Mare, l’Oceano circolare che abbraccia la terra, percorso a Oriente soprattutto nei labirinti dell’Oceano Indiano fino al Mar di Cina; mentre a Occidente, oltre le Colonne d’Ercole i legni s’avventurano verso Nord laddove s’infittisce l’oscurità del Mar delle Tenebre; qualche volta azzardano la prora verso l’Estremo Occidente, ma se mai giunsero al Nuovo Mondo è argomento di dibattito.

In questi mari, soprattutto in epoca medioevale, con una navigazione incerta, spesso determinata dal capriccio dei venti, dal dispotismo del mare, orientandosi seguendo le stelle, l’isola era un luogo geografico difficile, talvolta impossibile, da raggiungere. Non solo. L’essere riusciti ad approdare a un’isola, non garantiva affatto che vi si potesse tornare in seguito. Insomma, il mare con le sue infinite possibili rotte era, poteva rivelarsi, un labirinto, un luogo geografico in cui smarrirsi.

Questa sua difficoltà ad essere raggiunta ha contribuito a rendere l’isola un universo chiuso, un altrove geografico ideale, eletto da affabulanti viaggiatori e da incantati sedentari geografi per depositare, racchiudere, proiettare le proprie fantasie o i propri fantasmi, i propri sogni o i propri incubi. L’isola diventa in questo tipo di letteratura, e poi più in generale, il luogo dove l’immaginario si dispiega nelle proprie molteplici articolazioni privilegiando tutto ciò che è strano, insolito, curioso, anormale, soprannaturale, fantastico.

Dapprima con una modulazione del mirabile che assimila l’isola a un forziere che dischiudendosi lascia scintillare ori, argenti, pietre preziose… un’ossessivaIsola del tesoro mentale che, una volta raggiunta, nega i suoi tesori: portarli via dall’isola sarà impossibile. Ed è inutile dannarsi per tentare di ritornare in isole con oro o argento: dimoreranno irreperibili, perché ammonisce una delle più antiche relazioni di viaggio, databile intorno all’anno 851 e attribuita a un improbabile Mercante Sulayman: «nel mare innumerevoli sono le isole interdette sconosciute ai marinai. E ve ne sono di impossibili».

Miglior sorte, invece, con spezie e aromi, beni meno scintillanti ma di gradevole sentore a far la fortuna di avventurosi mercanti. Frequentissimo l’àloe, allora usato come incenso e oggi riconosciuto come antitumorale, cicatrizzante, disintossicante. Poi, il garofano con istruzioni su come raccoglierlo e raffinarlo. La canfora nelle cui inquietanti isole omonime pullulano tagliatori di teste. Altra pianta pregiata, quella del sandalo di vario uso farmacologico e il giacinto la cui essenza è tuttora usata in profumeria. Ma molti lamenteranno l’assenza d’un frutto simile alla «mandorla» – nell’irreperita Isola di Farsh – che mangiato assieme alla buccia sostituisce qualsiasi medicamento e «chi ne mangia non s’ammala mai, fino alla morte, non invecchia, e se ha i capelli bianchi gli tornano neri» (Ibn Wasif Shah).



Ulteriore modulazione del mirabile che connota l’isola è data dalla presenza di esseri difformi, animali ma non solo, cui per comodità si potrebbe applicare l’etichetta di «mostri», ma in arabo non esiste un equivalente lessicale che implichi i vari significati di questa parola né esiste il genere «bestiario» con lo sviluppo e le trasformazioni che ha avuto in Occidente, a partire dal Fisiologo.

Tuttavia, un Manual de zoologia fantastica è possibile ritagliarlo vagando per queste isole. Intanto il Rukhkh, di puro conio arabo, tra tutti il più noto, anche solo per sentito dire, che appare maestosamente nel racconto di Sindbad il Marinaio. Animale decisamente enorme: cupole sono le sue uova, barili per acqua le sue piume, una sua ala misura «diecimila braccia», in volo come nube oscura il sole, da lontano sembra un monte e così via… In un brano, riferito da Ibn Battuta (m. 1368) – il viaggiatore più noto dell’Islam – si alza minaccioso davanti alla sua nave in un qualche recesso del Mar di Cina; altrove, nei pressi dell’Isola del Rukhkh (Ibn Wasif Shah), irritato da coloro che gli hanno rotto un uovo, ne bombarda il naviglio scagliando dal cielo un pezzo di montagna. Compare, poi, il Drago, messo a morte da Alessandro (Al-Qazwini) talora, secondo altri, lo si scorgerebbe pacificamente sdraiato all’interno di una nube sospinta dal vento…(Capitan Buzurgh).

Diversi sono gli animali fantastici estranei ai bestiari occidentali, catalogati dal citato Al-Qazwini nella sua cosmografia arabo del XIII sec., come «animali demoniaci», che si trovano nelle isole, come quelle Diavolesse dell’omonima isola «…gente con fattezze di donna, coi canini sporgenti, gli occhi sfolgoranti, le cosce qual legno combusto..» (Al-Idrisi).

Ma la meraviglia suprema è quella dell’Isola delle donne, tema diffusissimo, così ramificato nello spazio geografico e nel tempo da rendere problematici i tentativi esperiti per individuarne, oltre all’origine, i percorsi della successiva diffusione. Isole abitate da sole donne, mirabilia massima che si muta in terrore perché le donne, queste donne, quando possono, assalgono gli uomini, li combattono, li violentano, li uccidono (Capitan Buzurgh). Talora qualcuno si salva, ritorna e racconta, altrimenti noi di esse nulla sapremmo (Al-Qazwini).



Le sponde vaganti

A fianco di questo tema principale, variante araba del mito delle Amazzoni, ordito da penne maschili, parrebbe per alimentare i propri incubi, ve n’è uno di segno opposto elaborato, anche qui parrebbe, per suscitarne invece i sensi di colpa. Si affabula che nelle Isole Waq Waq vi siano donne bellissime che come frutti, appese per i capelli, spuntano dagli alberi; chi taglia a una di loro i capelli e con lei si giace prova voluttà massima, poi quella donna muore… (Ibn al-Wardi). Ma di donne nascoste sugli alberi è meglio diffidare perché, secondo il lapsus (chissà quanto inconscio) di un copista, fra quelle isole v’è «l’Isola delle Fanciulle ove stanno creature dai corpi nudi, di colorito bianco e di bella figura che si rifugiano sulle cime degli alberi. Cacciano le genti, poi le mangiano» (Ibn al-Wardi, codice Vaticano).

Forse il luogo, apparentemente, più accessibile per reperire queste isole è nella mente dell’uomo, nelle sue ossessioni.

E in tema di ossessioni, quelle che più sobillano suggestioni e insinuano metafore, sono provocate dalle isole mobili. Isole vaganti, sfuggenti, elusive, che illudono ed eludono, si profilano e poi si defilano, infine scompaiono. Isole flottanti sulle acque, eppure isole concrete, dove si intravedono in lontananza case, alberi, persone, eppure sfuggono all’approdo. Si delineano all’orizzonte cariche di promesse per poi dissolversi come impalpabili miraggi.

Così, tra le altre: «…Concordi attestano i marinai l’esistenza dell’Isola Mobile e tra loro v’è chi pretende d’averla ripetutamente veduta, senza nutrir dubbio alcuno. È un’isola con monti, alberi, costruzioni e quando il vento soffia da Occidente si sposta a Oriente; a Occidente se il vento soffia da Oriente: tale è il suo costume» (Al-Himyari).

«C’è nell’Oceano un’isola visibile a distanza nel mare; quando qualcuno vuole avvicinarla quella s’allontana celandosi, ma se quegli torna là donde era partito, di nuovo, come prima, la vede…» (Ibn Wasif Shah). «E v’è un’isola con case e cupole bianche che appaiono e prendono forma agli occhi dei marinai che subito anelano giungervi. Ma più s’avvicinano più quella s’allontana, e insistono finché disperati non volgono altrove» (Ibn Wasif Shah).

L’isola mobile realizza il non dove geografico: è un luogo intimo della fantasia, approdo dell’immaginario. E che essa esista è confermato dall’apparente scialo lessicale del termine «terraferma»: la terra è di per sé ferma… Al lettore visionario sembra quasi che questo termine si formi ed entri in uso proprio per differenziarsi dall’inapprodabile terra mobile dell’isola vagante, possibile metafora dell’altro/a che rifugge dall’incontro, perché l’isola che si insegue è sempre altrove.

Il manifesto – 5 agosto 2016