TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


martedì 27 settembre 2016

I Brueghel. Una dinastia fiamminga che ha cambiato l’arte



Con i Brueghel la natura e la vita quotidiana diventano protagoniste. Un'arte che rispecchia l'ascesa sociale e l'ideologia politico-religiosa del ceto mercantile. Una grande mostra a Venaria ne ricostruisce i percorsi.

I Brueghel. Una dinastia fiamminga che ha cambiato l’arte

intervista di Elena Del Drago


Una delle mostre più importanti di questo autunno, «Brueghel, Capolavori dell’arte Fiamminga», consente, nel perfetto ambiente della Reggia di Venaria, di seguire l’incredibile storia pittorica della famiglia Brueghel. E insieme lo sviluppo della pittura delle Fiandre, antitetica eppure complementare a quella italiana. Abbiamo incontrato il curatore di questa esposizione Sergio Gaddi.

Attraverso il lavoro dei Brueghel quale periodo della storia dell’arte si riesce a seguire?

«In mostra abbiamo tutta la dinastia che inizia con Pieter il Vecchio, e continua con Jan il Vecchio e Pieter il giovane. E la notorietà del capostipite si deve proprio ai figli. La dinastia, di generazione in generazione, dalla metà del Cinquecento arriva alle soglie del Settecento con Abraham Brueghel, detto non a caso il Fracassoso, la cui pittura è barocca, assai meno dettagliata rispetto a quella del padre e dei nonni».



Possiamo definire quella dei Brueghel una sorta di factory dell’epoca?

«Sì, una bottega con un marchio di fabbrica molto riconoscibile e apprezzato, lo stile Brueghel era sinonimo di qualità e bellezza pittorica che si tramandava negli anni. Pieter Il vecchio muove i primi passi con Pieter Coecke van Aelst, esponente del Manierismo di Anversa, un raffinato uomo di cultura, di cui sposa la figlia entrando così in bottega in modo deciso! Alla metà del ’500 Anversa aveva più di centomila abitanti, era la capitale del mondo, c’era una grande dinamica in termini di relazione tra artisti, con l’attivissima Gilda di San Luca a fare da tramite. Era un ambiente stimolante, ma allo stesso tempo c’erano le tensioni religiose del re di Spagna, Filippo II, contro i protestanti»

Come si apre la mostra?

«La prima sezione analizza proprio il clima all’interno del quale Pieter Brueghel ha mosso i primi passi. Abbiamo, tra l’altro, quell’opera straordinaria che è I sette peccati capitali di Bosch, il primo surrealista della storia per le sue visione fantastiche e apotropaiche. Pieter Brueghel prende molto da Bosch, anche se i due non si sono mai incontrati».



Per quale motivo la pittura dei Brueghel si può considerare innovativa nella storia dell’arte?

«La parte che abbiamo chiamato “Natura Regina” ci dà la misura dell’innovazione fiamminga: la natura diviene soggetto autonomo e protagonista, non più sfondo, ma vero elemento centrale. E lo si può vedere in un’opera come Riposo durante la Fuga in Egitto di Pieter il Vecchio, nel quale la famiglia è davvero piccola rispetto all’esplosione naturalistica, qualcosa che il Rinascimento italiano non avrebbe neppure immaginato. Nelle Fiandre la natura regna incontrastata, non a caso la rappresentazione delle persone è spesso di spalle o obliqua, senza individualità, come una grande moltitudine. Anche nella parte chiamata “Soldati e cacciatori nella luce dell’Inverno”, ci troviamo di fronte ad un elemento ricorrente che racconta la supremazia naturale: il paesaggio invernale. In particolare La trappola per uccelli di Pieter il Giovane, è emblematico dell’estetica bruegheliana. Altra opera molto interessante è la Strage degli Innocenti dipinta nel 1570 da Marten Van Cleve, un emulo del capostipite Brueghel, che ci spiega l’importanza della quotidianità nella pittura fiamminga. In una scena così drammatica, uno dei soldati, vestito nella foggia contemporanea, fa pipì in primo piano. In Italia non lo avrebbero mai fatto!

Che cosa rappresenta per i fiamminghi la vita quotidiana?

«È un valore, non qualcosa da nascondere, persino con le sue necessità fisiche e fisiologiche. Anche nell’ultima sezione della mostra dedicata al mondo contadino, ci sono virilità fisiche esibite e la loro danza è chiassosa e carnale, non aulica e poetica: la vita si esprime nella sua massima concretezza».



Ma in qualche modo questa pittura è una celebrazione della classe mercantile in ascesa?

«Sì, questo è il tema della quarta sezione, “Storie di viaggiatori e di Mercanti”. Allora Anversa era il centro commerciale in cui le rotte dei viaggi, le navi e i mondi esotici si traducevano in committenza. In questo ambito c’è un lavoro paradigmatico di David Teniers il giovane che sposa Anna, figlia di Jan Brueghel il Vecchio, I contadini nella Taverna: sono una rappresentazione perfetta della teoria calvinista intesa come premio eterno al successo nella vita. È una scena chiara: i contadini aspettano la ricompensa del loro lavoro che è rappresentata da una figura femminile che offre del pane, mentre i contadini sfaccendati non hanno diritto ad alcun compenso. Siamo davvero molto lontani dalla concezione classica».

In mostra ci sono molte Allegorie. Che cosa rappresentano?

«Sì, ce ne sono molte davvero straordinarie: l’allegoria dell’Amore per esempio, che rappresenta una coppia di innamorati in cui la donna, nonostante l’afflato dell’uomo, preferisce guardarsi nello specchio, il primo selfie della storia dell’arte, una rappresentazione perfetta della Vanitas».


La Stampa – 25 settembre 2016