TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


mercoledì 14 settembre 2016

Ermanno Rea, scrittore inquieto fedele solo a se stesso



In ricordo di Ermanno Rea

Corrado Stajano

Ermanno Rea, scrittore inquieto fedele solo a se stesso

Una libera vita quella di Ermanno Rea, morto l’altra sera nella sua casa di Roma, vicino al colonnato di piazza San Pietro: lui che si definiva un «anticlericale non militante «viveva in una strada che sembra un collegio di preti. Rideva delle sue contraddizioni. Ha fatto sempre il contrario di quel che i più fanno. Con una vecchia Citroën che sembrava una ciabatta sfondata risalì il Po dal delta alla sorgente senza mollare l’argine maestro per più di 500 chilometri. Sostenne tutti gli esami, un bellissimo libretto il suo, della Facoltà di Lettere, poi trovò inutile laurearsi. Giornalista, fotografo, cominciò a scrivere libri a sessant’anni e divenne un grande scrittore.

Napoletano, tra amore, odio e disincanto, giurava che non avrebbe mai più scritto di Napoli, la città traditrice e tradita. Ma poi — si sentiva un drogato, un pentito — ricadeva nel vizio che considerava assurdo e scriveva di nuovo di quei quartieri, di quei vicoli, di quegli uomini e di quelle donne che non gli erano mai usciti dal cuore. Napoli — l’ha sognato per tutta la vita — doveva essere il contrario della città dell’improvvisazione, dell’approssimazione, dell’imprecisione, della letteratura cartolinesca. Doveva diventare la città della razionalità, della solidarietà, dell’etica del lavoro. Le delusioni sono state tante: la camorra è un’industria che continua a sparare, la classe dirigente non è eccelsa. Il nuovo libro che Rea non ha fatto in tempo a vedere — uscirà tra un mese — s’intitola Nostalgia, un simbolo, un segno del destino. Protagonista è il rione Sanità proprio dov’è nato.



La normalità dell’inquietudine è stata la chiave dell’esistenza di Ermanno Rea. Con un’allegrezza sincera che nasceva dalla sua vitalità sapeva mascherare l’antica tristezza dei napoletani. Che in lui non era rifiuto, passività, ma voglia di fare, di diventare, di inventar programmi, di tentar di cambiare nel suo piccolo, diceva, un mondo che gli era diventato straniero.

Ermanno Rea è stato sempre fedele alle sue idee, alla sua visione della vita. Ragazzo partigiano della brigata garibaldina «Gino Menconi» che operò in Toscana, giornalista all’ «Unità» di Napoli nell’Angiporto Galleria, con Fausto De Luca, Enzo Striano, Franco Prattico, Renzo Lapiccirella e Francesca, la protagonista del suo capolavoro, Mistero Napoletano, (1995), donna di una bellezza aspra, intrigante, «aveva lineamenti da Shéhérazade», libro che Cesare Garboli, presidente del Viareggio, ben capì e premiò l’anno successivo. Per Rea scrittore fu forse la gioia più grande.

Dopo il giornalismo degli anni Cinquanta, diventa un fotografo rinomato della scuola partenopea di Caio Garrubba, Calogero Cascio, Antonio e Nicola Sansone. Con la sua macchina non fissa soltanto l’Italia della società contadina, dell’occupazione delle terre, delle raccoglitrici di olive. Gira il mondo, la Dublino di Joyce, i luoghi del Don Chisciotte, la Lubecca di Thomas Mann, l’India della miseria più cupa, i posti di Che Guevara. Si stanca. Le borse da fotografo pesano troppo, torna a fare il giornalista. Lavora a «Panorama», settimanale nascente, e, soprattutto a «Tempo Illustrato» dov’è direttore Nicola Cattedra cui lo lega la grande simpatia e umanità. Poi «Il Giorno» e altri quotidiani, ma lo scrivere il «suo» libro dev’essere stato per lui un tormento, l’ombra di Francesca che gli è pesata addosso per tutta la vita.

Gli enigmi, i misteri lo attraggono. Non scrive subito di Francesca. Lo attrae la sparizione di Federico Caffè, grande economista, uscito di casa la notte tra il 14 e il 15 aprile 1987 e non più ritornato né ritrovato vivo o morto, nonostante gli infiniti tentativi fatti dai suoi allievi della Sapienza di Roma. Qual è stato il progetto di scomparire, rigorosamente preparato, di uno scienziato dell’economia che non affidava nulla al caso? La vecchia Einaudi pubblica nel 1992 questo romanzo minuziosamente vero che non passa inosservato. Rea si identifica in Caffè, nel mondo inconciliabile degli anni ’80 che ferisce, emargina, offende, governato com’è da un dio maligno, ottuso e reazionario, mascherato con i simboli della modernità. Non è un instant book L’ultima lezione. È nato uno scrittore.


Tre anni dopo, Mistero Napoletano. Narrazione, romanzo, saggio, inchiesta, diario, è un libro ricco di suggestioni. Lo scrittore è tornato a Napoli. Non è uno svagato cantore della memoria. Quel che scrive è una dichiarazione d’amore per una donna, per una città, anche se Rea lo nega: dice pudicamente che lui non è stato mai innamorato di Francesca. Lo scrittore ricostruisce quel tempo smarrito, e, come un misirizzi, spunta la Napoli degli anni Cinquanta, ombelico del mondo della guerra fredda, venduta agli americani, con un sindaco sanfedista, un Pci stalinista e settario. Personaggi ben reali fanno da sfondo, il matematico Caccioppoli, il ragazzo Rea, i dirigenti del Pci e le loro logiche di potere, uomini e donne umiliati e offesi perché cercano di difendere con opinioni difformi la loro dignità.

Francesca si uccide, su un letto agghindato, la sovracoperta raffinata, i fiori sparsi dell’iconografia romantica. Lascia come testamento una poesia di Rilke, Alcesti, la donna che si diede la morte per tentare di salvare il suo uomo. Un romanzo storico? Un romanzo soltanto d’amore? Perché Francesca si uccide in questa scena difficile da dimenticare?

Lo scrittore è ormai sicuro di sé, non cambierà più mestiere. La critica è attenta, anche se i suoi libri escono dagli schemi accademici e c’è chi gli rimprovera la mescolanza dei generi. Scrive anche romanzi romanzi, come Fuochi fiammanti a un’hora di notte (Premio Campiello 1999), ma non dimentica le sue origini di comunista critico, la sua attenzione per i problemi sociali e civili. La dismissione, del 2002, è il racconto della fine dell’Ilva di Bagnoli.


Da ragazzo, Rea andava a fare il bagno in un posto chiamato Trentaremi sul fondo della collina di Posillipo e — era appena finita la Seconda guerra mondiale — guardava con orgoglio l’acciaieria, in quel posto di impagabile bellezza. Nel libro-verità l’operaio Vincenzo Buonocore, la memoria della fabbrica che non esiste più, racconta quel che è accaduto. I cinesi hanno acquistato le apparecchiature, i macchinari, e lui deve smontarli a regola d’arte, come il personaggio di Primo Levi, il montatore Faussone della Chiave a stella. Il lavoro dev’essere ben fatto. È un romanzo di fascino doloroso, La dismissione, se si pensa alla funzione politico-culturale che hanno avuto le grandi fabbriche, a Milano la Pirelli, la Breda, la Falck, la Magneti Marelli che non esistono più e hanno lasciato nell’intero Paese un vuoto non colmato, un assetto sociale da rifondare.

Ermanno Rea ha lavorato fino all’ultimo giorno. Attento al futuro dei suoi due figli, Carlo, pittore, scultore, musicista, e Caterina, ordinaria di Antropologia all’Università di Salvador de Baja, in Brasile. Ha vissuto a Milano, a Campagnano di Roma, a Massa Lubrense, nella sua lunga vita ha fatto soltanto ciò che ha ritenuto giusto. Gli è rimasto un desiderio inappagato, una grande terrazza sul mare.


Il Corriere della sera – 14 settembre 2016