TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


giovedì 15 settembre 2016

I romanzi cancellati da Stalin



Il paziente lavoro di un poeta per recuperare gli scritti di Bulgakov e altri scrittori russi sepolti negli archivi della polizia politica.

Anna Zafesova

Ho salvato i romanzi cancellati da Stalin”



Quando il diavolo chiede al Maestro di leggere il suo romanzo, il protagonista del capolavoro di Mikhail Bulgakov risponde di averlo bruciato. «Scusi , non ci credo, non può essere. I manoscritti non bruciano», replicò Voland, e il romanzo si materializza dall’aria. Succede che i grandi scrittori profetizzino quello che poi accade nella vita reale, dice Vitalij Shentalinskij, che ne ha avuto la prova quando il colonello del Kgb Anatolij Kraiushkin, responsabile degli archivi della polizia segreta sovietica, gli chiese se gli interessavano i diari di Bulgakov. Erano stati sequestrati durante una perquisizione del 1926, restituiti tre anni dopo e bruciati immediatamente dallo stesso scrittore. Ma nell’Urss di Stalin nemmeno il fuoco era una protezione sicura: il Kgb aveva fatto una copia dei diari, conservata negli archivi segreti per 60 anni.

Shentalinskij ha dedicato la sua vita a una missione unica: cercare i manoscritti che non bruciano e riscrivere la storia. «Metà degli scrittori sovietici furono perseguitati, la categoria più esposta, perché in Russia la letteratura è il secondo governo come diceva Herzen», dice, e nel suo archivio oggi ci sono tre mila nomi di autori fucilati, arrestati o ridotti al silenzio.

Dagli archivi della Lubjanka sono emersi romanzi e poemi di cui si ignorava l’esistenza, lettere, diari e manoscritti - come la famosa lettera di Bulgakov a Stalin, alla quale il dittatore rispose con una telefonata a sorpresa - che hanno cambiato la storia della letteratura russa. Luciana Vagge Saccorotti racconta l’odissea dell’autore del Maestro e Margherita e la ricerca di Shentalinskij per scoprire la verita nel libro Il maestro svelato (Gammarò, pp. 170 €18), che gli autori presenteranno il 18 settembre a Pordenonelegge.



Poeta e scrittore, agli albori della perestroika, Shentalinskij si mise a bussare alle porte degli archivi. «Sapevo che c’era un intero strato sommerso di letteratura, sapevo che numerosi scrittori erano stati vittime delle purghe staliniane e che da qualche parte c’erano tutti i manoscritti che erano periti con loro. Non potevo più resuscitare i morti, ma uno scrittore vive nei suoi libri, e ho voluto far resuscitare i manoscritti».

Era la fine degli anni Ottanta, quel periodo unico di libertà e caduta dei divieti in cui ogni giorno si apriva un nuovo spazio di libertà, «un momento irripetibile, oggi sarebbe impossibile», ricorda Shentalinskij che all’epoca teneva sulla rivista Ogoniok una rubrica dal titolo «Conservare per sempre», il timbro che troneggiava sulla copertina delle cartelle degli archivi della Lubianka. Ogni rubrica era una scoperta, e si ricorda di aver ricevuto lettere di lettori infuriati: «Lei scrive che Pavel Florenskij fu fucilato nel 1937, ma l’enciclopedia sostiene che è morto nel 1943». Ma anche le enciclopedie erano state falsificate, per occultare l’incredibile mattanza di intellettuali del 1937.

Gli archivi del Kgb erano - e rimangono - impenetrabili, e nessun ricercatore indipendente vi ha mai messo piede. Il colonello Kraiushkin convocava Shentalinskij alla Lubianka - «lei è il primo scrittore a essere entrato in questo edificio di propria spontanea volontà», scherzava - e gli metteva davanti le cartelle che aveva scelto quel giorno. Leggerle era un incubo: «Alcune pagine erano schizzate di sangue, probabilmente l’agente che conduceva gli interrogatori non aveva badato a chiudere i verbali prima di picchiare il detenuto per estorcergli la confessione». I manoscritti si potevano fotografare, i verbali no, e andavano trascritti a mano, di corsa, prima che venissero portati via. Aveva paura? «Cercavo di controllarmi, mi ricordavo sempre che la mia paura non poteva essere nulla in confronto a quella che avevano provato loro in quei momenti».



La scoperta più incredibile? Il «Romanzo tecnico» di Andrej Platonov, di cui si ignorava l’esistenza, e il Poema della grande madre di Nikolaj Kljuev, di cui si conoscevano soltanto pochi brani». Tutto conservato non per amore della letteratura ma come prove e indizi, visto che gli scrittori venivano incriminati e fucilati per quello che scrivevano, o affermavano in pubblico, come dimostrato da decine di rapporti dei delatori che circondavano Bulgakov: «E’ l’unico modo che abbiamo oggi di sentire la sua voce, capire che uomo fosse, raccontato da chi lo spiava».

Qualcosa è sopravvissuto per puro caso. Un archivista del Kgb salvò il romanzo di Platonov per caso: doveva distruggere l’incartamento, ma l’aveva aperto e le prime righe l’avevano catturato. Altri manoscritti sono scomparsi nel nulla, come i leggendari sette plichi con 24 cartelle di Isaak Babel, affidati a un tenente maggiore di cui si sono perse le tracce. Il continente sommerso della letteratura massacrata insieme ai suoi autori attende ancora di essere mappato.


La Stampa – 14 settembre 2016