TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


martedì 6 settembre 2016

Il Grande Condè, il principe che faceva ombra al Re Sole



Una grande mostra a Chantilly dedicata al Grand Condé. C'è pure Vatel, il cuoco che si suicidò per aver sbagliato una salsa.

Natalia Aspesi

Il principe che faceva ombra al Re Sole


Alla incessante ricerca del nuovo, si può riscoprire l’antico: la pompa di un tempo, i principi imparruccati, i combattenti vittoriosi a cavallo, le dame dall’aria tonta ricoperte di perle, gli intrighi di corte, ritornando ai “Tre moschettieri” di Alexandre Dumas o alla “Principessa di Clèves” di Madame de La Fayette. C’è anche una mostra inaspettata e fiabesca (4 settembre 2016 — 2 gennaio 2017) nel castello di Chantilly, 40 minuti da Parigi, dedicata a Luigi II di Borbone, duca di Enghien e dalla morte del padre nel 1546 principe di Condé, detto il Grand Condé, primo cugino di re Luigi XIV e primo principe del sangue. Un personaggio leggendario per i francesi, ai tempi delle guerre continue, del fasto come politica, della cultura barocca.

Il catalogo, colto e fantasmagorico, potrebbe entusiasmare con le sue storie e illustrazioni, anche chi conosce quell’epoca solo attraverso, i romanzi del resto irresistibili, delle avventure di Angelica la Marchesa degli Angeli, pubblicati a metà degli anni Cinquanta e continuamente ristampati, diventati poi cinque film, protagonista Michèle Mercier (li stanno ridando in televisione). Si potrebbe pensare, incantati dalla mostra, che il Grand Condé, nato nel 1621 e morto nel 1686, abbia passato la sua vita, sin da piccino, a farsi ritrarre nell’ostentazione più fantasiosa, in tunica e coturni, o con lucide armature tutte infiocchettate, o dentro broccati, pizzi, perle, ori, preziosi, colori squillanti, ermellino e visone, lussi superati in opulenza solo dall’impegno a stupire del Re Sole.



Opulenza da ritratto o per chissà quale impegno di etichette, privilegi, cerimonie a corte, che la mostra racconta attraverso una serie di incisioni incorniciate di putti e veneri pettute: e che si ritrovano in forma di abbagliante dizionario in L’etichetta alla corte di Versailles di Daria Galateria. Perché poi, nella lunga serie di scene di battaglie, come quella di Rocroi contro gli spagnoli, vinte dal Grand Condé stratega militare geniale, i nobili a cavallo in primo piano, sono abbigliati con semplicità, e solo lui, il principe alla testa delle truppe reali, porta un cappello piumato di bianco per essere, nei dipinti, immediatamente riconoscibile.

Il principe era bruttino, e i ritratti non rinunciano al nasone gobbuto e al mento sfuggente e si impegnano però a magnificare l’enorme parrucca a riccioli neri, del resto sul capo di tutti i gentiluomini anche in guerra, o nel caso del re, pure sulla seggetta (la poltrona gabinetto), per le necessità corporali cui potevano assistere solo i massimi privilegiati: e il più agognato favore era quello di essere il prescelto per occuparsi di eliminare le feci reali.

Il tuttora magnifico La Prise du pouvoir par Louis XIV di Roberto Rossellini (1966), telefilm di produzione francese, illustra questa strategia umiliante e vincente per domare l’aristocrazia; anche il Gran Condé partecipò alla Fronda soprattutto contro Mazzarino, fu imprigionato, passò al servizio del nemico spagnolo, poi fu perdonato e gli furono restituite le immense ricchezze.



Colpito dalla gotta (e un dipinto molto cinematografico di Jean-Léon Gérôme, 1878, mostra il povero vincitore di Seneffe (1674) che per raggiungere il Re Sole, viene costretto a salire con fatica un interminabile scalone. Rinunciando alle guerre il principe si chiude a Chantilly, diventa un eccentrico mecenate, si occupa di fiori rari, fa allestire opere di Molière proibite, rivaleggia col re organizzando feste sontuose che duravano giorni, con cacce, pesca, danze, teatro, fuochi d’artificio, spettacoli d’acqua, e soprattutto cene ineguagliabili.

Per la prima volta è resa pubblica una lettera (ritrovata nell’archivio di stato di Modena) di Carlo Vigarani, “intendant des plaisirs du roi”, alla duchessa di Modena, datata primo maggio 1671, in cui racconta come «nella casa di delizie del Signor Principe di Condé », alla festa per il Re e la corte, i passatempi furono «funestati dal importuno accidente occorsovi ne la persona del Maggiordomo »; essendo accaduto qualche «scompiglio», cioè «la tardanza» dell’arrivo del pesce, «disperato e chiusosi ne la camera egli da sé medesimo con tre colpi di spada nel cuore se diede la morte».

    Depardieu/Vatel

Il pover’uomo era il celebre Vatel (si dice inventore della panna montata), che nel film di Roland Joffé ( Vatel, 2000) ha il corpaccione di Depardieu. Mentre il celebre André Le Nôtre, maestro dei giardini e soprattutto inventore di meccanismi per i più stupefacenti giochi d’acqua a Chantilly e a Versailles, è il giovane protagonista (Matthias Schoenaerts) di Le regole del caos, 2015, diretto da Alan Rickman che interpreta pure un Re Sole stanco che si toglie il parruccone nero davanti alla giardiniera Kate Winslet. Madame de Sevigné, in una delle tante lettere in mostra scrive a un cugino per raccontargli della «più bella, magnifica, trionfante pompa funebre» a Notre Dame, ed è una delle tre cerimonie, con orazioni funebri stampate e diffuse come le immagini dei funerali del principe di Condé, morto alle sette di sera dell’11 dicembre del 1686 a Fontainbleu; ma siccome il decesso tarda, il re, contro ogni etichetta, se ne va. Il 23 dicembre il secondo funerale “del corpo” nella necropoli dei Borboni-Condé a Vallery, portando in processione il cuore principesco, che tre mesi dopo verrà sepolto a Notre Dame con ineguagliabile splendore.

Il principe aveva sposato per ragioni politiche una nipote tredicenne del cardinale di Richelieu (e per le stesse ragioni il fratello Borbone-Conti una nipote del Cardinale Mazzarino), poco istruita e scialba come si vede dai suoi ritratti, che gli diede quattro figli, uno solo sopravvissuto ai primi mesi di vita. Le cronache dicono che, innamorato di Mademoiselle de Vigean, fece rinchiudere la moglie in un castello: però Queerblog assicura che il principe era bisessuale, e infatti gli piacevano molto i suoi soldati.



Oggi il domaine di Chantilly, con la serie di giardini e fontane, con il castello dalle torri rotonde, circondato dalle acque, ha la grazia infantile della dimora del principe che si innamora di Cenerentola: ha avuto una vita travagliata, durante la Rivoluzione francese divenne una prigione e fu poi parzialmente distrutto. Henrico d’Orleans duca d’Aumal e, quinto figlio di re Luigi Filippo, dal padrino, ennesimo Condé, ebbe in dono quel che restava del castello di Chantilly: tornato in Francia nel 1871, dall’esilio dopo l’abolizione della monarchia, si dedicò alla ricostruzione e all’arricchimento della proprietà lasciandola poi con tutte le sue ricchezze all’Institut de France.

La Repubblica – 5 settembre 2016