TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


giovedì 15 settembre 2016

Il panettiere di Saliceto



Nessuno lo ricorda quasi più e i giovani neppure lo immaginano, eppure una volta (e nemmeno tanti anni fa) la vita era semplice ma si potevano fare incontri e vivere avventure straordinarie quasi senza allontanarsi dall'uscio di casa. Una vita più umana, dove i rapporti erano diretti e non mediati da una tastiera e da uno schermo. Guido Araldo ci racconta con un pizzico di commozione e molto affetto una di queste storie.


Guido Araldo

Il panettiere di Saliceto

C’era una volta un mitico panettiere che il vento della vita si è ripreso all’età di 83 anni, sotto le stelle cadenti di San Lorenzo: giorni di festa per Saliceto, paese per lui ormai lontano. Gli amici lo hanno ricondotto nella sua terra tra le pieghe delle Langhe più Alte, al confine tra Piemonte e Liguria, dove riposerà nella carezza del “maren” o dell’“arsüra” (la tramontana).

Michele Fissore fu il panettiere “storico” di Saliceto per decenni. Ricordo mio padre e il libretto a righe bordato di rosso e blu, dove accuratamente il fornaio vi annotava la farina consegnata e “le grize” ritirate.

Questo il ciclo del grano: i buoi solenni e pazienti imprestati a mio padre da Carluciòn (Carlo Santero), con lo scrivente davanti, ragazzino, per l’aratura dei due campi al Cian Suvran nel fondovalle e al “cascinotto”, sul versante occidentale dell’assolata collina della Rosa, un tempo totalmente ammantata di vigne, dal Moscato tra i più rinomati in Piemonte. Il tempo della mietitura sotto l’implacabile sole di luglio: mio padre abile con la falce ‘msòira, dagli ampi gesti, e io dietro a fare “i liämi”: legacci per i covoni. Ër capäle nel campo di stoppie, quindi la “burla” e infine “ër burlòn” nell’aia del solito Caluciòn.

La “mächina da bati” (la trebbiatrice) con il trattore “testacalda” a segnare lento il tempo in nubi di polvere, paglia e crusca: più una festa, che un giorno d’infernale fatica, con a sera “er raviòre al plen”, polli davvero ruspanti “alla cacciatora” e il miglior vino della cantina; anzi, dr’infernòt .  I sacchi di grano da un quintale portati in spalla da mio padre su per le ripide scale, fino allo “sctanziòn”, in quella che era la torre mozzata della Fontana: improvvisato granaio. Il grano doveva asciugare sano, prima di essere portato al mugnaio che, trasformandolo in farina, se ne teneva una giusta percentuale. In ultimo, la farina arrivava al panettiere e pure lui se ne teneva la giusta quantità, in cambio di fragranti “grize”. Altri tempi, altre farine, altre panificazioni; sconosciuti i celiaci…

Ancora in anni recenti Michele, che di grano e farina se n’intendeva, ricordava con nostalgia che non c’è grano migliore di quello delle Langhe. Ai tempi della società contadina mugnai e panettieri erano propensi a pagarlo un prezzo superiore di quello prodotto in pianura. Le Langhe, da sempre, terra d’eccellenze!

Ma Michele, scapolo impenitente, non era soltanto un ottimo mugnaio; ma anche numismatico, filatelico, collezionista di giornali lontani e critico cinematografico. Famosi i cineforum dell’epoca quando, dopo la visione del film, seguiva il dibattito. Il panettiere di Saliceto era il terrore degli organizzatori di quei cineforum per gl’interventi sagaci, ironici, persino caustici, dotti e mai “fuori luogo”, sovente in dialetto e poco importava se non tutti i presenti capivano. Ma un giorno Sandro Magliano e Carlo Cellario andarono da lui a chiedergli consiglio: correva l’anno 1970 e nelle sale cinematografiche era in distribuzione il film I senza nome, dal titolo originario Le cercle rouge, del regista francese Jean-Pierre Melville: storicamente tra le migliori pellicole del genere noir. Gli posero un quesito trappola: meglio “I senza nome” all’Astor di Savona o “le cercle rouge” al Cristallo di Cairo? Memorabile la risposta: “Uh, le cercle rouge! Che bel film: da vughi!”. E scuoteva la mano in segno di massimo gradimento. “I senza nome”, invece “Uh. Che cutlâ!”: una coltellata pazzesca!

Quando nel remoto 1968 partii solitario verso gli Stati Uniti d’America per un insolito viaggio studio, conseguente una borsa di studio, Michele mi chiese che al ritorno gli portassi quattro cose: un mezzo dollaro di Franklin coniato a Filadelfia fino al 1963, famoso per il rovescio della “campana della libertà rotta” a forza di suonare nel chiamare a raccolta i patrioti.



Il mitico mezzo dollaro d’argento di Kennedy, possibilmente con “l’accident hair”: un’emissione peculiare, limitata, relativa ai capelli, che ne aumentava il valore; il maggior numero di francobolli possibile e una copia del “New York Times” acquistata a New York. Richieste che ovviamente soddisfeci, pur contenendomi nell’acquisto dei francobolli. Avevo anche intenzione di donargli provocatoriamente, sapendolo antiamericano dichiarato, un grande candido cappello da cow boy acquistato dalle parti del Tennessee, ma lo lasciai alla bella ragazza francese che effettuò la trasvolata oceanica nel sedile accanto.

Michele era noto per una peculiarità: forse l’unico panettiere al mondo a lasciare il letto dopo il canto del gallo, al levar del sole. Le sue mitiche “grize”, produceva soltanto questo tipo di pane, erano pronte, nella migliore delle ipotesi, alle undici del mattino. Era, a quei tempi, un panettiere su prenotazione. Famosa la coda delle massaie a mezzogiorno, quando sfornava la seconda infornata. A volte usciva terribile dal forno, nei momenti in cui la sorella Elvira, addetta alle vendite, sembrava non riuscire a contenere le proteste, e allora esclamava “E i’hò pa dù bâle dascì!”, accompagnando la frase con un gesto inequivocabile, e le massaie ridevano. Forse le proteste scaturivano dalla speranza di vederlo uscire dal forno con i capelli ritti. Rarissima la focaccia, deliziosa, prodotta in occasioni particolari, soprattutto d’estate quando il dirimpettaio castellano, suo amico, gliela prenotava il giorno prima.

Quante discussioni storiche, filosofiche, cinematografiche, geografiche… mai politiche e neppure calcistiche, sull’uscio della sua bottega, fin sul far della mezzanotte, dopo che aveva preparato la “märe”! Il suo negozio sorgeva in piazza della chiesa, a lato del più bel monumento rinascimentale in Piemonte: la parrocchiale di San Lorenzo. Ancora mi echeggia nella mente l’esortazione di mia madre: “Va nent a piè ‘a mësa da Michele!”: “Non andare a prendere la messa da Michele!”; poiché la sua antica bottega si trasformava, la domenica mattina, in un cenacolo culturale. Nella notte magica di Natale, prima della messa di mezzanotte, una sosta nel suo caldo forno era d’obbligo: senza quella sosta, non era notte di Natale.

Era sempre critico sulle mie ricerche storiche, e mi prendevo colpi di balengu mentre dissentiva; ma una in particolare apprezzava, da bòn panaté: gli antichi mercati delle granaglie a Saliceto, per secoli tra i più importanti del Basso Piemonte. Lui, Giacomo, il maestro Augusto, il capostazione Fedele, Diego avevano rinvenuto abbandonate nell’antica scuola di San Michele Otrebormida le “grida” dei duchi sabaudi, e alcune di esse vietavano il mercato di granaglie di Saliceto, durante i periodi di carestia, affinché Genovesi e Finalesi non se ne potessero rifornire.


Mi sia concessa un’ultima annotazione: forse sono stato l’unico ad avergli appioppato un soprannome. Tucidide, antico storico greco. Un giorno l’amico Giacomo m’informò che Michele teneva un diario segreto: una specie di “Chronaca”, dove annotava gli eventi più salienti in un paese dove non accadeva mai niente. E da allora, di tanto in tanto, lo chiamavamo con quel soprannome, ma in segreto; facendo attenzione a non farci sentire. Michele Fissore era Michele Fissore e non necessitava di soprannomi, al massimo Micki per gli amici! Soprannomi che, volentieri, lui attribuiva agli altri con l’ironia e la sagacia che lo caratterizzavano; mai volgari.