TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


lunedì 5 settembre 2016

La storia della spia che venne dal freddo. In un libro la vita di John Le Carrè

    John Le Carrè nel 1964

Sta per uscire l'autobiografia di John Le Carrè. Racconta di un'infanzia difficile, del suo lavoro nel MI6 (il servizio segreto britannico), del suo lungo apprendistato di scrittore e poi del successo. “Sono fedele – scrive - alla tradizione secolare della scrittura non meccanizzata. Le idee arrivano in una passeggiata, sul treno e al caffè”.


Enrico Franceschini

Da bimbo maltrattato a spia e scrittore Le Carré racconta le sue mille vite


Picchiato dal padre, abbandonato dalla madre, adottato per così dire dal servizio britannico, salvato dalla scrittura, dissidente per vocazione. Potrebbe riassumersi così l’autobiografia di John le Carré, uno dei più grandi scrittori del dopoguerra, che ha deciso di raccontare se stesso nel suo prossimo libro.

Per quanto si sapesse già molto dell’autore di “La spia che venne dal freddo” e tanti altri best- seller tradotti in tutto il mondo, le sue memorie aggiungono rivelazioni e particolari illuminanti sulla vita e sull’arte di un romanziere che abita da 40 anni in un’isolata villa sulla costa della Cornovaglia, concede rare interviste, sta lontano dai talk show televisivi, dai festival di letteratura e dai corsi di scrittura creativa.

In David Cornwall, questo il suo vero nome, c’è sempre stato qualcosa di enigmatico, e la nuova opera conferma il senso di mistero a partire dal titolo: “The pigeon’s tunnel” (Il tunnel dei piccioni). Si riferisce – come spiega lui stesso nella lunga anticipazione del volume pubblicata ieri dal Guardian – a un club di tiro al piccione a Montecarlo che visitò insieme a suo padre quando era bambino. I piccioni venivano immessi in un tunnel, da cui sbucavano prendendo il volo e finendo nel mirino dei tiratori. Quelli che sfuggivano alle fucilate ritornavano sul tetto del casinò che organizzava l’evento, dopodiché venivano infilati di nuovo nel tunnel per un altro volo verso una probabile morte. «Per quale motivo questa immagine mi abbia perseguitato per così tanto tempo è qualcosa che il lettore può giudicare meglio di me», scrive le Carré.



Il difficile rapporto con il genitore è uno dei passaggi più intimi del libro. L’84enne scrittore descrive il padre Ronnie come «un imbroglione, un sognatore e un avanzo di galera», che picchiava selvaggiamente la madre. «Picchiava anche me, ma solo ogni tanto e senza troppa convinzione», aggiunge, ricordando che Ronnie gli telefonava da varie prigioni all’estero chiedendogli soldi. La mamma lo abbandonò quando aveva 5 anni: «Non ricordo di avere provato affetto per nessuno durante la mia infanzia, tranne che per mio fratello maggiore (Rupert, diventato un noto giornalista, da tempo corrispondente estero del quotidiano Independent, ndr.), che a tratti era come il mio unico genitore». Una carenza di affetti che può avere influito sui suoi comportamenti da adulto: «Non sono stato né un marito né un padre modello e non ho interesse a cercare di sembrare tale», confida le Carré.

Degli anni in cui lavorò per l’Mi6, il servizio di spionaggio britannico, afferma: «Mi sento uno scrittore a cui a un certo punto è capitato di essere una spia piuttosto che una spia che a un certo punto si è messa a scrivere». Confessa che preferisce rimanere fedele «alla tradizione secolare della scrittura non meccanizzata», trovando meglio l’ispirazione con penna e quaderno, «durante passeggiate, sul treno e al caffè». Scrivere, ribadisce, è comunque quello che gli «piace fare», dividendo la sua vita tra il periodo prima della pubblicazione di “La spia che venne dal freddo”, il romanzo che gli ha dato fama e successo, e tutto quello che è venuto dopo.



Nelle memorie le Carré non risparmia dettagli sui suoi incontri con personaggi famosi. Ricorda un invito a colazione da Margaret Thatcher, in cui chiese all’allora premier britannico di fare di più per la causa dei palestinesi: «Mi rispose freddamente che i palestinesi avevano addestrato i guerriglieri nord-irlandesi dell’Ira, i quali avevano assassinato un suo amico». Il magnate dei media Rupert Murdoch voleva sapere da lui chi fosse responsabile della morte dell’editore rivale Robert Maxwell, misteriosamente affogato dopo essere caduto in mare dal suo yacht: quando Le Carrè risponde di non saperlo, Murdoch perde interesse e se ne va. 

Lo scrittore esprime scarsa simpatia per Kim Philby, l’agente segreto britannico che faceva il doppio gioco per l’Urss e fuggì a Mosca, mentre è più solidale con Edward Snowden, l’ex-agente della Cia autore delle rivelazioni sul Datagate: «Siamo diventati troppo mansueti riguardo alle violazioni della privacy». La sua, finora, l’ha difesa puntigliosamente. Fino a quando ha deciso di scrivere un libro di memorie.


La Repubblica – 4 settembre 2016