TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


mercoledì 7 settembre 2016

Pelliccia d'orso e cuoio così si vestiva Oetzi



Trovate tracce di Dna che aggiungono dettagli all'identikit dell'uomo del Similaun. Uno studio di Scientific Reports sull'uomo vissuto 5300 anni fa.


Gaia Scorza Barcellona

Pelliccia d'orso e cuoio così si vestiva Oetzi


Pelliccia d'orso come copricapo, cuoio ai piedi per difendersi dal freddo e dall'acqua: ora sappiamo come si vestiva Oetzi: senza lasciare nulla al caso. I dettagli sul suo "guardaroba" arrivano delle tracce di Dna analizzato dai ricercatori guidati da Niall O'Sullivan, dell'Accademia Europea di Bolzano (Eurac). Dati preziosi che aggiungono un importante tassello all'identikit dell'uomo del Similaun, vissuto 5300 anni fa e ritrovato mummificato sulle Alpi nel 1991.

I risultati dello studio, diffusi da Scientific Reports, dimostrano ad esempio che Oetzi non si occupava solo di pastorizia ma era anche un esperto cacciatore. La conferma è nell'uso sapiente dei pellami che l'uomo dell'età del rame era in grado di scegliere e lavorare per coprirsi.

«La novità, rispetto ai precedenti studi sul suo equipaggiamento — spiega Albert Zink, direttore dell'Istituto delle mummie e dell'iceman di Bolzano — è che oggi sappiamo quali animali Oetzi preferiva per confezionare i propri abiti». Pelli di capra e pecora per il cappotto, ancora capra per i gambali, capriolo per la faretra, mucca e vitello per il resto. Tutte trattate con una procedura complessa che comprendeva raschiatura, affumicatura e l'utilizzo del grasso, cui si è potuto risalire grazie ai residui trattenuti dai pochi vestiti che il ghiaccio ha conservato.



Anche gli strumenti dicono molto su Oetzi, rinvenuto con ascia, pugnale e ritoccatore (un utensile in corno di cervo con cui lavorava la selce) — usati per cacciare e trattare le pelli che cuciva una all'altra, in base alla grandezza. Per le chiusure, fibre ottenute dai tendini di animali per le pelli, corde per le scarpe e una cintura per assicurare un marsupio alla vita: trovate ingegnose, anche se la sopraveste restava aperta.

Dettagli non secondari, che ci aiutano a capire come spendeva, in parte, il suo tempo l'Homo sapiens.
«Poco prima di morire Oetzi aveva mangiato carne di capriolo, quello stesso animale selvatico cacciato per vestirsi», spiega Zink. «Biologia molecolare, genetica, radiografie e Tac servono ad analizzare fino all'ultimo particolare i reperti — prosegue — solo così riusciremo a ricostruire con attendibilità le sue abitudini, comprese dieta, patologie e intolleranze ». Quella al lattosio, per esempio, di cui sembra soffrisse, oltre a carie, gastrite e dolori articolari.

Eppure, a un'età stimata attorno ai 45 anni, Oetzi è morto per una freccia che ha reciso un'arteria. Quel frammento ancora conficcato nella schiena è servito a risolvere parte del puzzle, come i 15 minuti di agonia. Ma la scomparsa resterà un giallo anche per la scienza. Zink conferma: «Impossibile andare oltre, non sapremo mai chi lo ha ucciso».


La Repubblica – 19 agosto 2016