TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


giovedì 29 settembre 2016

San Michele e i “sorveglianti” in arme dell’equinozio d’autunno

    G. Reni, S. Michele (1636)

Oggi è san Michele. Santo misterioso e polisemico. Guido Araldo ne svela i molteplici significati simbolici, religiosi ed esoterici.


Guido Araldo

I “sorveglianti” in arme dell’equinozio d’autunno

Due sono i “santi custodi dell’equinozio di autunno”, entrambi raffigurati con la spada in mano: San Maurizio che si festeggia il 22 settembre e San Michele Arcangelo il 29 settembre. Santi che furono oggetto d’intensa venerazione fin dai tempi più antichi.

Le agiografie sono concordi nell’indicare san Maurizio come il comandante della mitica Legione Tebea, anche se non esistono documenti storici attestanti l’esistenza di quella legione e, tanto meno, di un ufficiale romano con quel nome. E’ per lo meno curioso che “i sorveglianti” della primavera siano invece due santi pacifici, se non paciocconi: san Giuseppe, il 19 marzo, e san Benedetto, il 21 marzo…

Nessun santo, probabilmente, ha assommato più caratteristiche di san Michele arcangelo. Anzitutto è la trasposizione in area cristiana delle prerogative del dio egizio Anubi: guardiano del paradiso e pesatore di anime.

I pittori hanno sempre prediletto la rappresentazione di san Michele in armi, guerriero di Dio, con la bilancia nella mano sinistra e la spada fiammeggiante in quella destra, con la quale tiene lontano i demoni che cercano di strappare affannosamente le anime dalla bilancia, se questa pende pericolosamente verso di essi.

     Skellig Michael (in alto i resti del monastero)

Ma san Michele fu anche il santo che subentrò al culto del dio Mitra, occupandone le grotte; infatti, i suoi templi più antichi si trovano in grotte che furono in precedenza luoghi di culto del dio Mitra. San Michele nei barbari Longobardi s’identificò con il loro dio più importante: il guercio Odino, custode del Wahalla, prendendone semplicemente il posto. Ecco spiegata la sua enorme diffusione in tutte le terre che furono occupate da questo popolo di guerrieri del Nord.

Infine san Michele arcangelo ha anche un’importante valenza esoterica: su ordine di Dio impedì al suo comandante, Lucifero, di portare la luce della conoscenza agli uomini: San Michele lo affrontò, combatté un epico duello contro il ribelle simile a Prometeo e lo sconfisse.

Antiche e magnifiche abbazie sono consacrate a “san Michele” e costituiscono le colonne che simbolicamente sorreggono l’Europa occidentale. Cinque sono poste in “fila”, proiettate più verso le grandi piramidi egiziane, che verso Gerusalemme. Dall’antichissimo e vertiginoso Skellig Michael di fronte alle frastagliate coste del Munster in Irlanda, al Saint Michael’s Mount all’estremità della Cornovaglia, un po’ isola e un po’ penisola, similmente al dirimpettaio Mont-Saint-Michel in Normandia: “le colonne d’Ercole della Manica”. Sulle Alpi questa linea raggiunge la Sacra di San Michele in Val Susa, autentica abbazia tra le nuvole, quindi il monastero di San Michele sull’isola di Bergeggi in Liguria, da tempo scomparso, e infine il “Monte San Michele” nelle Puglie, sul Gargano, luogo di pellegrinaggio, che un tempo era più importante di San Giacomo di Compostela.

    Saint Michael’s Mount (Cornovaglia)

Tutti i santuari in grotte sono consacrati a san Michele, anche quando portano nomi postumi, come nel caso di Santa Maria del Parto non lontano da Sutri. E poi le abbazie, tra le più famose quelle di San Miguel de Cuixa nel Rossiglione, a Occidente, ai piedi dei Pirenei, cara ai dogi veneziani, e la millenaria abbazia di San Michele di Hildesheim, in Sassonia, a Oriente. Quest’ultima spiccò tra i monumenti più rappresentativi del Sacro Romano Impero: le sue innovative linee architettoniche ispirarono lo stile romanico.

Se si uniscono le linee che collegano le abbazie di Mont-Saint-Michel, la Sacra di San Michele, il Monte San Michele nelle Puglie, Cuixa e Hildesheim si ottiene la lettera M di Michele estesa sull’Europa continentale, a protezione dell’Italia, Francia, Germania…

La Via Francigena, che attraversava l’Europa dalle Fiandre, non finiva a Roma, ma al santuario del Monte San Michele nel Gargano, e il “cammino” di questa strada, antichissima, costituiva non soltanto il più importante asse viario dell’Europa, interessando peraltro le grandi fiere della Champagne, ma il più importante “cammino” dei pellegrini del Medioevo. Un autentico percorso di purificazione interiore attraverso le abbazie di San Michele, la cui tappa più importante era indubbiamente la sosta a Roma, per ricevere la benedizione del successore di Pietro, e la cui meta ultima, per i più temerari, era il Santo Sepolcro a Gerusalemme, dopo aver sostato, ovviamente, al “Monte San Michele delle Puglie”.

    Le Mont Saint Michel (Normandia)

Il primo colpo “mortale” a questo “cammino” fu apportato dalla perdita di Gerusalemme alla fine del XII secolo e dal tramonto delle Crociate cent’anni dopo, con la definitiva sconfitta in Oriente della civiltà cristiana. Fino ad allora il santuario del Monte San Michele era stato una tappa ambita dai “pellegrini armati”, i Crociati con la croce cucita sul petto o sopra la spalla, prima di affrontare il gran balzo in mare verso i porti di Giaffa o di San Giovanni d’Acri.

Il secondo colpo il “cammino” lo ricevette dallo scioglimento dell’Ordine dei Templari, che ne garantivano la sicurezza lungo l’intero percorso, con i loro presidi armati costituiti da “rose e spine” (chiese, ospedali, commende, magioni).

Il terzo colpo, definitivo, fu il trasferimento della sede apostolica da Roma, caput mundi, ad Avignone: più centrale in Europa Occidentale, ma estraneo alla Via Francigena e al “cammino di san Michele”.















Sacra di S. Michele (Val Susa)

Le chiese consacrate a san Michele sono solitamente antiche: molte di esse, infatti, risalgono all’epoca longobarda, se non bizantina. Infatti sia i Bizantini che i Longobardi riservavano una particolare venerazione a san Michele. Non a caso, nel cuore della loro capitale, Pavia, i Longobardi edificarono già nel VI secolo un’importante basilica, consacrata a San Michele, che in origine si trovava all’interno del palazzo reale, distrutta da un incendio nel 1004.

Un santo poliedrico, san Michele, che in antichi affreschi bizantini tende a confondersi in san Giorgio per come sconfigge, uccide ma a volte ammansisce il drago, sinonimo di male. Presso i Longobardi, come già evidenziato, subentra al dio Odino: grande combattente e signore - guardiano del Walhalla. Un dio che i Longobardi e i Sassoni chiamavano Wodan o Woden (da cui l’inglese wednesday, mercoledì: giorno di Woden, di Odino). Narra la leggenda che i capi dei Vandali, dovendo confrontarsi in battaglia con i Longobardi, pregarono Odino di concedere loro la vittoria; ma il dio supremo disse che il successo avrebbe arriso al popolo che, al mattino della battaglia, avrebbe visto per primo.

I Longobardi, che all’epoca si chiamavano ancora Winnili, pregarono Frigg, la moglie di Odino (da cui friday, venerdì), che consigliò: “Presentatevi in battaglia al sorgere del sole”. I Winnili erano inferiori di numero ai Vandali, e Frigg continuò: “Portate con voi le vostre donne e fatele somigliare agli uomini, con i capelli sciolti fin sotto il mento, come fossero barbe”. Al sorgere del sole Frigg agì in modo tale che Odino si girasse verso i Winnili e il dio, quando li vide, domandò stupito: «Chi sono questi uomini con le lunghe barbe?». Allora la dea rispose: «Poiché hai dato loro un nome, dai loro anche la vittoria!». E così accadde, poiché Odino aveva visto per primi i Longobardi, grazie allo stratagemma della moglie. (Paolo Diacono, Historia Langobardorum I,8).

Da allora, il popolo dei Winnili prese il nome di Longobardi, che significa “dalle lunghe barbe”, in ricordo dei capelli delle loro donne sciolti sotto il mento. Quando i re Longobardi si convertirono al cristianesimo ariano, trovarono il loro santo prediletto in san Michele arcangelo, così affine a Odino, e ovunque alzarono chiese in suo onore.

    Chiesa di San Michele (Gargano)

Su san Michele esoterico il discorso è alquanto complesso, poiché la lotta tra Lucifero e san Michele costituisce uno straordinario parallelismo con il mito pagano di Prometeo e Zeus, quasi una sua rielaborazione. Per la verità, in nessun testo biblico e neotestamentario si fa riferimento a questo scontro celeste, se non nell’Apocalisse attribuito a san Giovanni, ufficialmente riconosciuto dalla Chiesa. Ma nell’Apocalisse Lucifero non è assolutamente menzionato: al posto suo c’è il drago, rappresentazione del demonio.E allora?

Lo scontro tra Lucifero e San Michele si perde in miti antichissimi, zaratustriani, caratterizzati dall’eterna lotta tra il Bene e il Male. Ed ecco riaffiorare la sovrapposizione Mitra – san Michele arcangelo. Resta inquietante il messaggio antichissimo di Lucifero che porta la luce, poiché questo è il significato letterale della parola. Nell’antica tradizione pagana è una divinità positiva, corrispondente alla “stella del mattino”, assimilata all’aurora e addirittura a Venere.

Il Dio cristiano non vuole, similmente a Zeus, che l’uomo acquisisca la conoscenza, e lo dimostra in due momenti. Allorché Adamo addenta la mela proibita nel Paradiso Terrestre, ed ecco il marchio dell’Apple. Quando Lucifero ruba la fiaccola della luce, la conoscenza, per portarla agli uomini. E proprio per bloccare Lucifero Dio manda il suo arcangelo più fidato: san Michele.

Messaggi che ci pervengono agli albori del mito e che dovrebbero indurci a riflettere. Messaggi affioranti nell’angelo di Piazza Statuto in cima alla montagna della conoscenza: la penna in mano e l’esalfa sulla fronte con la punta rivolta verso il basso (ora rubata). Esorta gli uomini contorti, con gesto inquivocabile, a non salire, a stare giù, boni…

    L'Angelo di Piazza Statuto (Torino)

Inequivocabili messaggi gnostici risalenti agli albori del cristianesimo e sfociati poi nella Massoneria universale che ha posto la fiaccola, la luce di Lucifero, al centro dei suoi templi, verso oriente, dove si alza il sole, in tutto il mondo.

Già nel II, III secolo una “corrente gnostica cristiana” addivenne all’interpretazione della figura luciferina in chiave salvifica e liberatrice dal dio demiurgo che forgiò il mondo: lo Javhé della Genesi. Concetti acquisiti sia dal marcianesimo che dal manicheismo. Il serpente/Lucifero induce l’uomo alla conoscenza, tende alla sua elevazione da livello animale a livello divino, contro la volontà del demiurgo, che in questo caso non è il “Grande Architetto dell’Universo” poiché ambisce mantenere l’uomo a un livello animalesco.

Questa corrente gnostica riaffiora velatamente in Dante, attestando quanto rimase sopita nella storia; si fece palese nel Rinascimento (pavimento del duomo di Siena e chiesa di San Lorenzo a Saliceto) per ravvivarsi nei Rosacroce, nell’Illuminismo, nel romanticismo di Byron e Shelley, in Baudelaire. Si pensi all’Inno a Satana di Carducci (notoriamente massone) o al poema Lucifero di Rapisardi; alla teosofia della Blavatsky, alla stessa New Age…



Sia chiaro: questo antichissimo filone culturale distingue chiaramente Lucifero da Satana anzi, li contrappone: luce contrapposta a tenebra. Lucifero come Sophia, Sapienza. E allora, San Michele? Il suo ruolo, al servizio del dio minore demiurgo si ribalta, ma soltanto fino a un certo punto.

E se il dio della Genesi fosse il vero architetto dell’universo? Se la luce della conoscenza, così cercata avidamente dall’uomo, sarà un giorno la causa della sua totale rovina? La sua maledizione? Domanda che genera brividi. Ecco perché l’angelo di Piazza Statuto a Torino esorta gli uomini a stare in basso, a non farsi troppo audaci. In questo caso san Michele e Lucifero coincidono, sono la stessa persona. Lucifero prende coscienza di quanto possa essere nocivo il suo dono all’uomo, che non è dio, non lo sarà mai; ma resta bestia. E ritorna il versetto centrale dell’Apocalisse:

“Hic sapientia est! Qui habet intellectum, computet numerum bestiae. Numerus enim hominis est et numerus eius sescenti sexaginta sex”. “Qui sta la sapienza! Chi ha intelletto, computi il numero della bestia. In verità, è il numero dell’uomo e il suo numero è seicento sessanta sei”. “Dell’uomo”, dell’umanità, e non “di un uomo” come viene tradotta comunemente la frase che, in realtà, è un pugno nello stomaco. Così sta scritto a chiare lettere, con buona pace di tutti i satanisti.

Per intanto, nei calendari san Michele sta lì, in armi, nel penultimo giorno del mese di settembre, data venerata già agli albori del cristianesimo, una settimana dopo l’equinozio… Guardiano astronomico, più che del paradiso. E guardiano silenzioso, anche, dell’umanità propensa a fare fesserie.

Riondure a San Miché, vanta scpetè per vughi fiuchè = rondini a San Michele, bisogna aspettare per veder nevicare: l’inverno sarà tardo.