TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


giovedì 6 ottobre 2016

Cesare Pavese, "Officina Einaudi"


Oltre che scrittore e poeta, Pavese fu anche traduttore (sua una bellissima edizione di Moby Dick) e redattore e responsabile di collana per l'Einaudi. E proprio con Pavese nasce il mito della casa torinese, destinato a durare fino al triste declino degli anni berlusconiani. Pasquale Briscolini, con la cura di sempre, ricostruisce questo aspetto poco conosciuto di Pavese, attraverso il carteggio che lo scrittore tenne con i principali esponenti della cultura italiana degli anni Quaranta.

Pasquale Briscolini

Officina Einaudi” 1
Ovvero, le basi e la costruzione dell’iniziativa editoriale


«Perché temo tanto la penna e il tavolino? Eppure, e me lo debbo ficcar bene in testa, se voglio riuscire grande debbo durare a comporre di mio e tradurre per almeno sei ore al giorno. Il resto della giornata passarlo studiando o sui libri stampati o nella vita. E, se dopo sei o sette anni non avrò ancora concluso nulla, non l’avrò ancora il diritto di serrarmi torvo nella delusione. Dovrò semplicemente raddoppiare le ore di lavoro e finalmente confessarmi d’aver sbagliato mestiere».

E’ il mese di maggio del 1926, Cesare Pavese non ha ancora diciott’anni e questo è un suo appunto che ci fa capire – già da quell’età  –  la sua idea di lavoro. Idea della quale è proprio convinto se, due anni dopo, scrive a Carlo Pinelli: “E lavora, andiamo. A testa china, coi denti stretti, senza dir nulla, come una bestia. Vedrai che ti frutta. Su questo ti do la mia parola d’onore”.

Ci serve questa riflessione sul modo di lavorare di Pavese perché – è inutile negarlo – “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi” ci ha condizionati tutti. Per cui l’idea che ci sorge spontanea su Pavese è quella del poeta tormentato, che appare così anche nei vari momenti della vita di tutti i giorni. Facciamo infatti fatica a capire fino in fondo anche le parole di Calvino nella commemorazione alla Casa della Cultura di Milano del 1960, per i valori positivi che contengono e che ci sembrano anche troppo, condizionati come siamo da una forma di pre-giudizio. Dice infatti Calvino:

«Per noi che lo conoscemmo negli ultimi cinque anni della sua vita, Pavese resta l’uomo dell’esatta operosità nello studio, nel lavoro creativo, nel lavoro dell’azienda editoriale, l’uomo per cui ogni gesto, ogni ora aveva una sua funzione e un suo frutto, l’uomo la cui laconicità e insocievolezza erano difesa del suo fare e del suo essere, il cui nervosismo era quello di chi è tutto preso da una febbre attiva, i cui ozi e spassi parsimoniosi ma assaporati con sapienza erano quelli di chi sa lavorare duro. Questo Pavese non è men vero dell’altro, del Pavese negativo e disperato, e non è solo consegnato ai ricordi degli amici, e a un’attività al di fuori delle pagine scritte; era quello l’uomo che “faceva” , l’uomo che scriveva i libri; i libri della maturità portano questo segno di vittoria e addirittura di felicità, sia pur sempre amara».

Di tutto questo possiamo renderci conto direttamente dalle parole di Pavese, quelle delle lettere di “Officina Einaudi”, che coprono un arco di dieci anni (1940 – ’50) della sua attività editoriale. Da esse possiamo facilmente cogliere non solo l’autorevolezza con la quale egli spontaneamente si muove (peraltro in un gruppo di collaboratori di un livello forse irripetibile), ma anche la sottile ironia che pervade praticamente ogni lettera.

    Elio Vittorini

In questo primo articolo relativo a “Officina Einaudi” vogliamo considerare i primi quattro anni, dal 1940 al ’44; qui sotto sono riportati i nomi dei destinatari delle lettere di questo periodo, con le rispettive età all’inizio del periodo stesso: si nota che, nel gruppo, Pavese e Vittorini sono i più “grandi” (32 anni), Mario Alicata e Giaime Pintor i più giovani, rispettivamente di 22 e 21 anni:

Mario Alicata, a poco più di vent’anni, è già assistente di Natalino Sapegno e scrive sulle più importanti riviste letterarie italiane; attraverso Carlo Muscetta entra in contatto con Einaudi e la Casa editrice. Il 28 aprile del ’41 Pavese gli scrive:

«Caro Alicata, Einaudi mi ha mostrato il vostro carteggio, da cui risulta che sei già pienamente a giorno della fondazione e dei propositi dello Struzzo. Siccome il primo volume della Biblioteca sarà un mio racconto, non mi è lecito gonfiare troppo l’impresa, ma insomma mi pare che lavorandoci con un po’ di ingegno e di intelligenza – giovani come siamo per qualche anno ancora – possa uscire qualcosa di buono. Comunque vada sarò lieto di avere avuto il pretesto per entrare in corrispondenza con te”. E continua con la sua visione sulla nascente Casa editrice e, in particolare, sui ruoli e le attitudini particolari delle diverse sedi: “Purtroppo – è noto – qui a Torino viviamo fuori dal mondo, e chiunque nasca in Italia all’onor delle lettere ha tutto il tempo di farsi un editore e un pubblico e poi di cambiare mestiere, prima che noi se ne sia sentito il nome. Ecco l’utilità della tua consulenza da Roma. Tenere d’occhio gli ingegni (mi dicono che la città ne formicoli), e anche stuzzicarli. Predicare l’arte narrativa, e soprattutto quella narrativa “come vita morale”….».

Poi Pavese continua con molti dettagli, ma già da questo frammento si coglie il linguaggio, molto impegnato e leggero al tempo stesso. Mario Alicata risponde qualche giorno dopo: “Caro Pavese, anch’io sono molto contento di poter lavorare insieme a te per la nuova iniziativa di Einaudi. Credo che si potrà fare qualcosa di buono, soprattutto se riusciremo a mettere insieme una lista di nomi raggruppati secondo un criterio originale e tenendoci lontani dalle piccole chiesuole di marca fiorentina”. Si “sente” anche il taglio etico con il quale ci si vuole tenere lontani da raggruppamenti particolari e di potere. Poi Alicata continua la lunga lettera e la rende già così piena di proposte da farlo addirittura preoccupare: “Ho inzeppato questa lettera di proposte, di idee; e ne ho quasi paura. Vorrei sapere presto se è questa la linea sulla quale indirizzare il mio lavoro di avanscoperta e di scelta”.

    Giulio Einaudi

Con Einaudi è bello soffermarsi sulla lettera scherzosissima con la quale Pavese gli propone di ripubblicare le poesie di Lavorare stanca (è così singolare che l’ultima parte è stata addirittura riportata nella copertina del libro, Officina Einaudi). Dice Pavese:

«Spettabile Casa Einaudi, sono a offrirvi con questa mia la pubblicazione di un libro di versi che ha già avuto, in prima edizione presso i fratelli Parenti di Firenze, un certo insuccesso e non può mancare di averne un altro.

Cioè, ne avrebbe un altro se un altro Editore si occupasse della cosa. Ma conosco troppo bene le proporzioni novellamente assunte dalla Vostra Casa per ignorare che un lancio da Voi promosso raggiungerebbe proporzioni catastrofiche e toglierebbe la pace a tutti i lettori italiani.

Bando ai preamboli: Voi potete e dovete non lasciarVi sfuggire questa nuova occasione di rendere omaggio a un massimo poeta vivente, che, se Voi lo respingeste, potrebbe rivolgersi a qualche altra Casa, arrecandoVi danno efficacissimo e malvagio.

Ciò non già per ricattarVi, ma, una volta ancora, per aiutarVi a confermare quelle doti di grande Editore che Vi si riconoscono da tutti. Il sottoscritto non ignora che ospitate libri siffatti nelle Vostre Collezioni da far arrossire qualunque tipografo o bibliofilo. Vi assicura, gratuitamente, il suo solerte appoggio nella correzione delle bozze, onde fare in modo che le pagine del suo libro non escano deturpate da troppi errori.

Bando ai preamboli, un’ultima volta. Si tratta del volume Lavorare stanca nuovamente arricchito di poesie inedite e di appendici in prosa sulla poetica dell’autore. Egli si dichiara disposto a fornirvi il ms. esente da spese postali e ad inserirvi forse nuove poesie durante la composizione.»

La lettera spiritosa, che porterà all’edizione einaudiana di Lavorare stanca del 1943, si conclude con una specie di supplica, che riportiamo qui nella stesso formato manoscritto che compare nella copertina di Officina Einaudi.


Ricchissimo anche il rapporto con Elio Vittorini che, all’inizio di giugno del ’41 gli aveva scritto, dopo aver letto Paesi tuoi:

«Caro Pavese, ho avuto il tuo libro, grazie per avermelo mandato: l’ho trovato di mio gusto, un libro come ce ne vorrebbero tre o quattro l’anno da noi per togliere di mezzo i secolari equivoci che fanno nascere e accettare tanti falsi libri. …».

Pavese risponde con altrettanto apprezzamento e una proposta di collaborazione:

«Caro Vittorini, la tua lettera mi consola assai. Sento dire un gran bene delle tue Conversazioni in Sicilia ovvero Nome e Lagrime, per esempio da G. Pintor, che ti saluta. Anzi, parlandone con Einaudi, ci è venuto fatto di riflettere… ed Einaudi ti propone quanto segue. Se non sei legato malamente con Parenti, perché non ristampare in 1500 o 2000 copie il tuo volume nella Biblioteca della Struzzo? Ti sarai fatto un’idea della collezione dal carattere del mio libro, che beninteso non intende essere un limite superiore e sarà, col suo autore, lietissimo di farsi compagnia con pagine tanto fini come sono le tue. …”. Elio Vittorini non può accettare la proposta per impegni precedenti con altri editori, ma nella risposta riprende ancora le considerazioni su Paesi tuoi: “… Tornando al tuo libro, come ho sentito vociferare in proposito di americanismo e citare particolarmente Steinbeck, voglio essere più preciso della volta scorsa: io lo trovo di gran lunga migliore dei libri di Steinbeck. Perché non sanno accorgersi di questo (quando questo c’è) i nostri critici? La loro paura di passare per fessi fa proprio rabbia. Ma dimostra una volta di più che sono tali: fessi e ignoranti.»

Questo è il clima di lavoro che si respira nella splendida “officina”; fuori, purtroppo, imperversa prima la guerra e poi la guerra civile. Nel corso del ’43 e poi nel ’44 anche l’officina si dovrà fermare. Non solo, ma nel gruppo di livello forse irripetibile mancheranno alla fine di quel dannato periodo due colonne, uno dei più “vecchi” (Leone Ginzburg) e il più giovane (Giaime Pintor). Perdite irrimediabili di persone insostituibili, per livello intellettuale e struttura umana.

    Giaime Pintor

Giaime Pintor muore il 1° dicembre del ’43 a Castelnuovo di Volturno, mentre tenta di attraversare il fronte e recarsi nel Lazio per organizzare l’attività partigiana. Qualche giorno prima di morire aveva scritto una lettera al fratello, che riportiamo per intero perché dà un’idea precisa della struttura umana oltre che intellettuale di questo ragazzo di 24 anni:

«In realtà la guerra, ultima fase del fascismo trionfante, ha agito su di noi più profondamente di quanto risulti a prima vista. La guerra ha distolto materialmente gli uomini dalle loro abitudini, li ha costretti a prendere atto con le mani e con gli occhi dei pericoli che minacciano i presupposti di ogni vita individuale, li ha persuasi che non c'è possibilità di salvezza nella neutralità e nell'isolamento. Nei più deboli questa violenza ha agito come una rottura degli schemi esteriori in cui vivevano: sarà la «generazione perduta » che ha visto infrante le proprie «carriere»; nei più forti ha portato una massa di materiali grezzi, di nuovi dati su cui crescerà la nuova esperienza.

Senza la guerra io sarei rimasto un intellettuale con interessi prevalentemente letterari, avrei discusso i problemi dell'ordine politico, ma soprattutto avrei cercato nella storia dell'uomo solo le ragioni di un profondo interesse, e l'incontro con una ragazza o un impulso qualunque alla fantasia avrebbero contato per me più di ogni partito o dottrina. Altri amici, meglio disposti a sentire immediatamente il fatto politico, si erano dedicati da anni alla lotta contro il fascismo. Pur sentendomi sempre più vicino a loro, non so se mi sarei deciso a impegnarmi totalmente su quella strada: c'era in me un fondo troppo forte di gusti individuali, d'indifferenza e di spirito critico per sacrificare tutto questo a una fede collettiva. Soltanto la guerra ha risolto la situazione, travolgendo certi ostacoli, sgombrando il terreno da molti comodi ripari e mettendomi brutalmente a contatto con un mondo inconciliabile.

Credo che per la maggior parte dei miei coetanei questo passaggio sia stato naturale: la corsa verso la politica è un fenomeno che ho constatato in molti dei migliori, simile a quello che avvenne in Germania quando si esaurì l'ultima generazione romantica. Fenomeni di questo genere si riproducono ogni volta che la politica cessa di essere ordinaria amministrazione e impegna tutte le forze di una società per salvarla da una grave malattia, per rispondere a un estremo pericolo. Una società moderna si basa su una grande varietà di specificazioni, ma può sussistere soltanto se conserva la possibilità di abolirle a un certo momento per sacrificare tutto a un'unica esigenza rivoluzionaria. È questo il senso morale, non tecnico, della mobilitazione: una gioventù che non si conserva «disponibile», che si perde completamente nelle varie tecniche, è compromessa. A un certo momento gli intellettuali devono essere capaci di trasferire la loro esperienza sul terreno dell'utilità comune, ciascuno deve sapere prendere il suo posto in una organizzazione di combattimento.

Questo vale soprattutto per l'Italia. Parlo dell'Italia non perché mi stia più a cuore della Germania o dell'America, ma perché gli italiani sono la parte del genere umano con cui mi trovo naturalmente a contatto e su cui posso agire più facilmente. Gli italiani sono un popolo fiacco, profondamente corrotto dalla sua storia recente, sempre sul punto di cedere a una viltà o a una debolezza. Ma essi continuano a esprimere minoranze rivoluzionarie di prim'ordine: filosofi e operai che sono all'avanguardia d'Europa.

L'Italia è nata dal pensiero di pochi intellettuali: il Risorgimento, unico episodio della nostra storia politica, è stato lo sforzo di altre minoranze per restituire all'Europa un popolo di africani e di levantini. Oggi in nessuna nazione civile il distacco fra le possibilità vitali e la condizione attuale è così grande: tocca a noi di colmare questo distacco e di dichiarare lo stato d'emergenza.

Musicisti e scrittori dobbiamo rinunciare ai nostri privilegi per contribuire alla liberazione di tutti. Contrariamente a quanto afferma una frase celebre, le rivoluzioni riescono quando le preparano i poeti e i pittori, purché i poeti e i pittori sappiano quale deve essere la loro parte. Vent'anni fa la confusione dominante poteva far prendere sul serio l'impresa di Fiume. Oggi sono riaperte agli italiani tutte le possibilità del Risorgimento: nessun gesto è inutile purché non sia fine a se stesso. Quanto a me, ti assicuro che l'idea di andare a fare il partigiano in questa stagione mi diverte pochissimo; non ho mai apprezzato come ora i pregi della vita civile e ho coscienza di essere un ottimo traduttore un buon diplomatico, ma secondo ogni probabilità un mediocre partigiano. Tuttavia è l’unica possibilità aperta e l’accolgo.

Se non dovessi tornare non mostratevi inconsolabili. Una delle poche certezze acquistate nella mia esperienza è che non ci sono individui insostituibili e perdite irreparabili. Un uomo vivo trova sempre ragioni sufficienti di gioia negli altri uomini vivi, e tu che sei giovane e vitale hai il dovere di lasciare che morti seppelliscano i morti. Anche per questo ho scritto a te e ho parlato di cose che forse ti sembrano ora meno evidenti ma che in definitiva contano più delle altre. Mi sarebbe stato difficile rivolgere la stessa esortazione alla mamma e agli zii, e il pensiero della loro angoscia è la più grave preoccupazione che abbia in questo momento. Non posso fermarmi su una difficile materia sentimentale, ma voglio che conoscano la mia gratitudine: il loro affetto e la loro presenza sono stati uno dei fattori positivi principali nella mia vita. Un’altra grande ragione di felicità è stata l'amicizia, la possibilità di vincere la solitudine istituendo sinceri rapporti fra gli uomini.

Gli amici che mi sono stati più vicini, Kamenetzki, Balbo, qualcuna delle ragazze che ho amato, dividono con voi questi sereni pensieri e mi assicurano di non avere trascorso inutilmente questi anni di giovinezza.

Giaime»

    Natalia e Leone Ginzburg

Leone Ginzburg era stato arrestato dal fascismo e internato a Pizzoli nel giugno del 1940, fino alla caduta del regime. Liberato nel 1943, fu a Roma uno degli animatori della Resistenza; nuovamente catturato e incarcerato a Regina Coeli, fu torturato dai tedeschi perché rifiutò di collaborare. Morì in carcere in conseguenza delle torture subite, il 5 febbraio 1944. Di lui Norberto Bobbio dice:

«La nostra classe, o per lo meno alcuni di noi, avevano acquistato una speciale sensibilità [...] per la presenza di un giovane precocissimo, che aveva, a quindici anni – quando entrò al d'Azeglio come studente di prima liceo – tal vastità di cultura, tal maturità di giudizio e tal altezza di coscienza morale da suscitar meraviglia nei professori – e uno di quei professori lo ha chiamato discepolo maestro – e schietta ammirazione, senza invidia, nei compagni: parlo di Leone Ginzburg.»

Poco prima di morire, Leone Ginzburg scrive una lettera alla moglie; ne riportiamo dei frammenti per il loro significato generale, e perché ci fanno capire l’uomo. E, di conseguenza, la perdita che abbiamo avuto con la sua morte:

«Natalia cara, amore mio

ogni volta spero che non sia l’ultima lettera che ti scrivo, prima della partenza o in genere; e così è anche oggi. ….

Gli auspici, dunque, non sono lieti; ma pazienza. Comunque, se mi facessero partire non venirmi dietro in nessun caso. Sei molto più necessaria ai bambini, e soprattutto alla piccola. E io non avrei un’ora di pace se ti sapessi esposta chissà per quanto tempo a dei pericoli, che dovrebbero presto cessare per te, e non accrescersi a dismisura. So di quale conforto mi privo a questo modo; ma sarebbe un conforto avvelenato dal timore per te e dal rimorso verso i bambini. Del resto, bisogna continuare a sperare che finiremo col rivederci, e tante emozioni si comporranno e si smorzeranno nel ricordo, formando di sé un tutto diventato sopportabile e coerente. Ma parliamo d’altro.

Una delle cose che più mi addolora è la facilità con cui le persone intorno a me (e qualche volta io stesso) perdono il gusto dei problemi generali dinanzi al pericolo personale. Cercherò di conseguenza di non parlarti di me, ma di te. La mia aspirazione è che tu normalizzi, appena ti sia possibile, la tua esistenza; che tu lavori e scriva e sia utile agli altri. Questi consigli ti parranno facili e irritanti; invece sono il miglior frutto della mia tenerezza e del mio senso di responsabilità. Attraverso la creazione artistica ti libererai delle troppe lacrime che ti fanno groppo dentro; attraverso l’attività sociale, qualunque essa sia, rimarrai vicina al mondo delle altre persone, per il quale io ti ero così spesso l’unico ponte di passaggio.

A ogni modo, avere i bambini significherà per te avere una grande riserva di forza a tua disposizione. Vorrei che anche Andrea si ricordasse di me, se non dovesse più rivedermi. Io li penso di continuo, ma cerco di non attardarmi mai sul pensiero di loro, per non infiacchirmi nella malinconia. Il pensiero di te invece non lo scaccio, e ha quasi sempre un effetto corroborante su di me. Rivedere facce amiche, in questi giorni, mi ha grandemente eccitato in principio, come puoi immaginare. Adesso l’esistenza si viene di nuovo normalizzando, in attesa che muti più radicalmente. …

Ma non voglio perderti, ….e non voglio che tu ti perda nemmeno se, per qualche caso, mi perderò io. … Bacia i bambini. Vi benedico tutti e quattro, e vi ringrazio di essere al mondo. …

Non ti preoccupare troppo per me. Immagina che io sia un prigioniero di guerra; ce ne sono tanti, soprattutto in questa guerra; e nella stragrande maggioranza torneranno. Auguriamoci di essere nel maggior numero, non è vero, Natalia?

Ti bacio ancora e ancora e ancora. Sii coraggiosa.


Leone»