TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


giovedì 13 ottobre 2016

Dario Fo, voce libera di un popolo che sapeva ancora lottare


Molte cose di Dario Fo non ci convincevano (come l'infatuazione maoista degli anni '70 o la passione senile per i 5 Stelle), ma gli abbiamo sempre voluto bene. E' stato prima di tutto un uomo libero che ha messo la sua voce e la sua arte al servizio della lotta degli operai, dei giovani, dei carcerati rischiando e pagando, lui e la sua compagna, anche di persona. Con lui se ne va un pezzo importante della nostra vita. Restano le sue opere che hanno, anche le più scanzonate, sempre una forte valenza politica. Come il Preludio di Morte accidentale di un anarchico che riprendiamo.

Dario Fo

Morte accidentale di un anarchico

Prologo

Entra in scena Dario Fo

Come ci è venuto in mente di allestire uno spettacolo legato al tema della strage di Stato? Anche in questo caso siamo stati spinti da una situazione di necessità. Durante la primavera del '70 gran parte del pubblico che assisteva ai nostri spettacoli - compagne e compagni operai, studenti, democratici progressisti - ci sollecitavano a scrivere un intero testo sulla strage alla Banca dell'Agricoltura di Milano e sull'assassinio di Pinelli, che ne discutesse le cause e le conseguenze politiche. La ragione di questa richiesta era costituita dal pauroso vuoto d'informazione attorno al problema.

Passato lo shock iniziale, la stampa taceva: i giornali della sinistra ufficiale, «l'Unità» in testa, non si sbilanciavano e non andavano oltre sporadici commenti del tipo: «Il fatto è sconcertante», «Come oscura è la morte di Pinelli, così rimane avvolta nel mistero la strage alle banche». Si aspettava che «luce venisse fatta». Aspettare, purché non si facesse caciara...

E invece no. Bisognava far caciara, con ogni mezzo: perché la gente che è sempre distratta, che legge poco e male e solo quel che gli passa il convento, sapesse come lo Stato può organizzare il massacro e gestire il pianto, lo sdegno, le medaglie alle vedove e agli orfani, e i funerali con i carabinieri sull'attenti che fanno il presentat'arm.

All'inizio dell'estate (sempre del '78) esce da Samonà-Savelli (apparso anonimo ma in realtà a cura di Marco Ligini e di altri compagni) il libro La strage di Stato: un documento straordinariamente preciso, ricco di materiale, e soprattutto scritto con grande decisione e coraggio. In autunno «Lotta Continua» e il suo direttore Pio Baldelli - Docente della facoltà di lettere all’Università di Firenze - vengono denunciati dal Commissario Calabresi. È a questo punto che anche noi comprendiamo la necessità di muoverci al piú presto.



A nostra volta iniziamo il lavoro d'inchiesta. Un gruppo di avvocati e giornalisti ci fa avere le fotocopie di alcuni servizi condotti da giornali democratici e da alcuni fogli della sinistra - ma non pubblicati; abbiamo la fortuna di mettere il naso in documenti riguardanti inchieste giudiziarie, ci è dato perfino di leggere il decreto di archiviazione dell'affare Pinelli. (Com'è noto, i processi che secondo alcuni avrebbero definitivamente dovuto «far luce» sull'episodio verranno successivamente rinviati e definitivamente sospesi.

Stendemmo una prima bozza di commedia. Farsa, addirittura: tanto penosamente grotteschi risultavano gli atti delle istruttorie, le contraddizioni delle dichiarazioni ufficiali. Ci viene fatto presente che potremmo correre il rischio di denunce, incriminazioni, processi: decidiamo comunque che valga la pena di tentare, che anzi, l'andar giù a piedi giunti sia necessario, è il nostro dovere di militanti politici. L'importante è fare in fretta, intervenire a caldo. Il debutto, al Capannone di via Colletta, coincide con i giorni in cui si celebra il processo a Pio Baldelli, direttore di «Lotta Continua».

È un successo di massa straordinario: ogni sera la sala è esaurita mezz'ora prima dell'inizio dello spettacolo; ci troviamo a recitare con la gente sul palcoscenico, fra le quinte, nonostante le provocazioni, come la telefonata del solito ignoto che denuncia la presenza di una bomba in sala, l'intervento della Volante, il rilievo dato all'«incidente» dalla stampa padronale. Nonostante tutto ciò, sollecitati a tener duro dai compagni avvocati del processo Calabresi-Baldelli, le repliche proseguono a platee esaurite per oltre duecento serate.

Le difficoltà cominciano con la partenza per la tournée. In via Colletta siamo a casa nostra: fuori, i compagni che ci organizzano sono costretti ad affittare teatri, cinema, sale da ballo. C'è più d'un gestore che si rifiuta di accordarci la sala, all'ultimo momento, nonostante un contratto firmato. Spesso, però, le apparenti sconfitte diventano nostre vittorie. A Bologna, per esempio, ci vengono negati i millecinquecento posti del Teatro Duse: riusciamo a ottenere i settemila del Palazzetto dello Sport, e la gente lo affolla.

Si comincia a intuire che se la polizia e qualche sindaco piú o meno governativo si danno tanto da fare perché certe cose non si sappiano... ebbene, certe cose vanno assolutamente sapute. Ma qual è la vera ragione del grande successo di questo spettacolo? Non tanto lo sghignazzo che provocano le ipocrisie, le menzogne organizzate - a dir poco - in modo becero e grossolano dagli organi costituiti e dalle autorità ad essi preposte (giudici, commissari, questori, prefetti, sottosegretari e ministri), quanto soprattutto il discorso sulla socialdemocrazia e le sue lacrime da coccodrillo, l'indignazione che si placa attraverso il ruttino dello scandalo, lo scandalo come catarsi liberatoria del sistema. Il rutto liberatorio che esplode spandendosi nell'aria quando si viene a scoprire che massacri, truffe, assassini sono organizzati e messi in atto proprio dallo Stato e dagli organi che ci dovrebbero proteggere. Lo scandalo è come l'Alcaselzer che libera lo stomaco offeso dalla cattiva coscienza.

   Fotografie della folla assiepata davanti alla Palazzina Liberty per uno spettacolo 
   di Dario Fo, Franca Rame e Enzo Jannacci.

Così la grande catarsi si realizza nello scoprire che sono proprio le stesse istituzioni, gli organi che hanno progettato e realizzato crimini orrendi contro la popolazione, a puntare il dito accusatore contro se stessi, al grido: «Siamo una democrazia civile, la giustizia farà il suo corso!» Lo spettacolo è stato replicato per altri tre anni (e ripreso nell'86 a Milano) che hanno visto la morte di Feltrinelli, altre bombe, altri massacri.

Evidentemente il testo è via via aggiornato, il discorso si è fatto più esplicito. Lo scopo immediato è quello di far comprendere come la strage di Stato continui imperterrita, e i mandanti siano sempre gli stessi. Gli stessi che hanno tenuto in carcere Valpreda e i suoi compagni per tre anni, sperando che crepassero, gli stessi che ammazzano a bastonate un ragazzo per le strade e nel carcere di Pisa. Gli stessi che preparano trappole e sceneggiate orrende, che preparano colpi di Stato e poi, scoperti, assicurano: «Ma io scherzavo!»


Come diceva Bertold Brecht: «Nei tempi bui cantiamo dei tempi bui, poi verrà anche per noi il tempo delle rose». Ma non illudiamoci, vedremo tornare ancora l'arroganza e la ferocia del potere. Un potere rivestito con costumi nuovi, volti mascherati con sotto le stesse facce. E vedremo anche nostri compagni passati sotto le file loro per pochi o tanti quattrini. L'importante per noi è avere la forza di tornare da capo, con la stessa rabbia e la stessa determinazione di mostrare di nuovo al pubblico il deretano nudo e orrendo dell'ipocrisia.