TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


lunedì 17 ottobre 2016

Hokusai Hiroshige Utamaro. Pittura giapponese a Milano.



Una mostra a Milano racconta attraverso le opere di Katsushika Hokusai, Utagawa Hiroshige e Kitagawa Utamaro come nel corso della prima metà dell'Ottocento l'estetica di una borghesia nascente, amante del bello e del lusso, soppianti l'etica guerriera dei samurai.


Annachiara Sacchi

I tre rivali che addolcirono il Giappone

L’acqua, cascate poetiche e coloratissime, vedute marine, baie, foci, la grande onda che accompagna il nostro immaginario del Sol Levante. I monti innevati, i tramonti, le risaie. E cardellini, gru, pesci rossi e tartarughe, papaveri, peonie, rose gialle. Cortigiane e coppie a passeggio. Pop e Zen. Il Giappone del Mondo fluttuante sbarca a Milano con i suoi tre artisti più significativi: Hokusai, Hiroshige, Utamaro. Amati come rockstar, copiati come stilisti, contesi dagli editori e dai nuovi ricchi del Giappone di inizio Ottocento. Pittori-rivali che hanno fatto della concorrenza la loro fortuna. E del loro talento una scuola.

Scorci, scene di vita quotidiana, abiti, volti. Viaggio nel Giappone tra XVIII e XIX secolo attraverso oltre duecento silografie e libri illustrati provenienti dall’Honolulu Museum of Art: a Palazzo Reale, nell’ambito dei festeggiamenti per i 150 anni delle relazioni tra Giappone e Italia (il 25 agosto 1866 fu firmato il Trattato di Amicizia e Commercio tra i due Paesi), è in scena l’ukiyoe, l’estetica nata in epoca Edo (1615- 1868) come contrapposizione al rigore dei samurai e che celebra il godimento della vita in ogni sua forma.



Negozi, sale da tè, commerci. L’arcipelago fiorisce e ha bisogno di una nuova narrazione: in questo contesto si affermano i pittori Katsushika Hokusai (1760-1849), Utagawa Hiroshige (1797-1858) e Kitagawa Utamaro (1753-1806), maestri di una nuova poetica che diventa bestseller. «I chonin, rappresentanti della classe mercantile — spiega Rossella Menegazzo, docente di Storia dell’arte dell’Asia orientale all’Università di Milano e curatrice della mostra organizzata da Palazzo Marino insieme con MondoMostre Skira — si arricchivano prestando denaro ai samurai. Viaggiavano, ricevevano ospiti nelle loro belle case, inviavano biglietti di auguri, surimono ».



Ecco perché servivano tante riproduzioni degli stessi soggetti. Ed ecco perché la lotta per guadagnarsi questi facoltosi acquirenti era spietata, tanto da cercare forme nuove (verticalissime, orizzontali, a ventaglio) e prospettive diverse. Come per le Trentasei vedute del monte Fuji di Hokusai (1830-32) cui seguirono, una ventina di anni dopo, le Trentasei vedute del monte Fuji di Hiroshige (1852-58). O, sempre di Hiroshige, le Cinquantatré stazioni del Tokaido, ripetutamente proposte dall’autore con molteplici editori e in dimensioni inedite. In questo senso la silografia (da matrice in legno) si prestava perfettamente alle richieste del mercato: innumerevoli copie da mettere in vendita come il nome dell’artista, frontman di una squadra di stampatori e intagliatori. Ingaggiati dall’editore-impresario come, oggi, i calciatori. O i musicisti di una band.



Pittura e calligrafia, tratti definiti e tinte preziose. I prezzi variavano come i soggetti, i colori, le dimensioni, il numero di ristampe. «Un po’ come per i poster di oggi», sorride Rossella Menegazzo. O le copie autenticate. I più rappresentati: vedute, fiori e piante, temi in cui maggiormente si è consumata la rivalità tra Hokusai e Hiroshige; ma anche volti e scene «borghesi», di cui fu indiscusso campione Utamaro, capofila del genere bijinga (pittura di beltà femminile).

«Dal punto di vista pittorico — continua la curatrice — non ci fu nessuna rivoluzione: del resto più che un’esigenza di novità c’era, da parte della clientela, la richiesta di rielaborare le tavole care alla cultura del tempo. Per questo anche i migliori continuavano a cimentarsi sulle stesse scene».



Sensibilità, raffinatezza, varietà. La perizia di tre maestri in cui spicca la drammaticità di Hokusai («le onde sono come artigli che si aggrappano alla nave e riesco quasi a sentirli», diceva van Gogh), il tratto unico dei suoi Manga, scoperti nella Parigi di metà Ottocento perché usati per imballare un servizio di ceramiche. E il tocco lieve di Hiroshige, la bravura ritrattistica di Utamaro. Autori in grado di stregare gli impressionisti, di creare mode, di indicare un nuovo cammino ai pittori europei e arrivare fino a oggi con forza ancora dirompente.

«Amati da noi occidentali proprio perché sintesi perfetta di cultura pop e zen, di immediatezza e leggerezza, di quotidianità e meditazione». O, come dice l’ambasciatore giapponese in Italia Umemoto Kazuyoshi, per quella «intensa comprensione tra i nostri due Paesi, che passa attraverso canali profondi, e molto vivi».

Il Corriere della sera/La lettura – 25 settembre 2016