TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


martedì 4 ottobre 2016

Il ritorno dell'Agarthi. Bestie, Uomini, Dei



Il Manifesto ripropone “Bestie, uomini e dei” di Ossendowski. Libro visionario degli anni Venti, da sempre caro alla destra. Il quotidiano “comunista” dedica da tempo molta attenzione ai temi della Tradizione e del Mito con articoli anche di ottimo livello (vedi gli interventi di Raffaele K. Salinari). Sembra un paradosso, ma forse non lo è più che tanto. Il sogno e il mito sono elementi costitutivi di ogni pensiero di superamento dei margini stretti dell'esistente, e il comunismo non fa eccezione. A maggior ragione oggi, in un momento in cui è quasi impossibile pensare un altrove. E allora, crollati i riferimenti storici (Russia, Cina,classe operaia), ben venga il mito antico dell'Agarthi e a noi di certo non dispiace.

Paolo Tosatti

Vi presento il misterioso Re del mondo

Asia, molto più di un «semplice» continente. Terra di misteri, segreti remoti e simboli occulti, di indovini, di draghi, spiriti e mitici animali da bestiario, di prodigi, arcani e magia.

Ma anche, e forse soprattutto, luogo di culti e credenze ancestrali, di fedi ataviche e impenetrabili. Culla di religioni millenarie, custodi di antiche conoscenze sapienziali, che risultano accessibili solo a ristretti circoli di iniziati e che consentono, una volta apprese, di aprire le porte della percezione dell’individuo per consentirgli di scoprire una realtà «altra» e trascendente. Ignoto che intimorisce e attrae.

Come ha scritto Edward Wadie Said nel suo celebre saggio Orientalismo, sin dalle epoche più remote l’Oriente è stato per l’Occidente qualcosa di più di ciò che di esso empiricamente si conosceva. È stato un’idea, un concetto, elaborato in buona parte sulla base di repertori di immagini stereotipiche, frutto di imperativi esotizzanti e xenofilia, ma in ogni caso importante per l’esperienza e l’immaginario occidentali.Il fascino per le culture, le tradizioni e le dottrine asiatiche ha origini lontane nel tempo, certamente però ha conosciuto uno sviluppo significativo tra la fine del XIX e gli inizi del XX secolo, grazie al miglioramento delle vie e dei mezzi di comunicazione. Un contributo fondamentale alla diffusione del sogno e del mito di un Oriente misterioso si deve a un libro molto particolare, scritto non senza reticenza da Ferdynand Antoni Ossendowski, scrittore, professore universitario, giornalista e avventuriero polacco, di cui cadono quest’anno i 140 anni dalla nascita.



Pubblicata per la prima volta in Polonia nel 1922 e intitolata Przez kraj ludzi, zwierzat i bogow (Attraverso il paese delle bestie, degli uomini e degli dei), quest’opera uscì l’anno successivo in un’edizione inglese con il più conciso titolo con il quale sarebbe stata poi conosciuta dal grande pubblico: Beasts, men and gods (Bestie, uomini e dei). Il successo fu immediato: quattro ristampe in quattro mesi, poi altre nel ’24, nel ’25 e nel ’26 e addirittura una popular edition nel ’28. Sempre nel ’24 arrivò, in oltre 40mila copie, la prima traduzione francese e nel 1925 fu la volta delle versioni russa e italiana.

Il volume rappresenta una sorta di diario romanzato in cui l’autore racconta l’avventuroso viaggio da lui intrapreso tra il gennaio del 1920 e il giugno del 1921 attraverso la Siberia, la Mongolia, il Tibet, la Manciuria, la Transbaikalia e la Cina. Durante questa lunga peregrinazione Ossendowski entrò in contatto con banditi, boscaioli solitari, cacciatori, stregoni e misteriose figure legate al lamaismo, al buddhismo mongolo-tibetano e ad altri antichi culti locali. Ad una prima e più superficiale lettura il testo potrebbe essere considerato un avvincente resoconto di una rocambolesca cavalcata sopra migliaia di chilometri di steppa ghiacciata, su fiumi congelati pronti a spaccarsi sotto il peso dei cavalli, in foreste oscure abitate da animali feroci, sulle cime di inaccessibili montagne innevate, sotto cieli cerulei dall’orizzonte infinito capaci di schiacciare un uomo sotto il peso dell’horror vacui, all’interno di lande selvagge piene di pericoli di ogni sorta.



Una sfida tra l’uomo e la natura, grande protagonista della storia, onnipresente, spietata e bellissima, che porterà Albert Shaw, a quel tempo uno dei più eminenti scrittori statunitensi, a paragonare Ossendowski a un moderno Robinson Crusoe nella recensione del libro scritta per la prestigiosa Review of reviwes. Bestie, uomini, dei, però, è anche un libro politico, che offre un crudo resoconto delle ultime lotte antibolsceviche portate avanti dalle Armate Bianche ai confini dell’impero russo. Nel testo battaglie, scontri, eccidi e fucilazioni sono descritte con particolare attenzione. L’autore voleva dimostrare che il Bolscevismo altro non era se non l’inevitabile conseguenza dei processi involutivi che da tempo interessavano la civiltà occidentale. Una temibile infezione dello spirito.

Gli agenti dei Soviet e della Ceka sono presentati come sadici perversi che mirano a instaurare un regime di terrore nelle zone sottoposte alla loro giurisdizione, e il passaggio delle truppe rosse è sempre contrassegnato da una scia di morte e distruzione, tanto da spingere l’avventuriero polacco a viaggiare con in tasca una pillola di cianuro nel caso fosse stato fatto prigioniero dai «servi del male rosso».



Ancora, l’opera di Ossendowski può essere letta come una biografia delle ultime settimane di vita di un altro sinistro e affascinante personaggio, Roman Nicolaus von Ungern-Sternberg, noto anche come il Barone Sanguinario, un nobile di origine baltico-tedesca, erede di un sogno panasiatico che lo porterà a farsi guida della controrivoluzione russa e a dar vita nel 1921 a un Regno autonomo della Mongolia, crollato nel giro di pochi mesi sotto i colpi dell’armata sovietica.

Da sempre attratto dal buddhismo e dalle dottrine filosofiche orientali, il barone von Ungern-Sternberg, che vantava tra i propri antenati alcuni dei fondatori dell’Ordine dei Cavalieri Teutonici, arrivò a considerarsi una reincarnazione di Gengis Khan, mischiando nazionalismo e credenze religiose mongole, tibetane e cinesi.



Da ultimo il volume presenta interessanti risvolti religiosi ed esoterici, descrivendo un tipo di buddhismo, quello mongolo e tibetano, ancora oggi poco conosciuto in Occidente. Tra i tanti personaggi singolari di cui l’autore fa la diretta conoscenza vi è ad esempio Tushegun Lama (letteralmente «Lama vendicatore»), non monaco ma guerriero, dotato di un «potere irresistibile», basato su «una scienza misteriosa e segreta». È lui a ricordargli che «la natura include anche l’ignoto e l’arte di servirsi dell’ignoto produce miracoli, ma pochi posseggono questo potere». Il boccone più ghiotto Ossendowski lo offre al vorace lettore occidentale nel finale, parlando del Re del Mondo, «il mistero dei misteri», come lo definisce, di cui viene a conoscenza grazie ai lama, che gli riferiscono l’esistenza dell’Aghartta, o Agharti.

Un misterioso centro iniziatico sotterraneo che attraverso dei cunicoli sarebbe collegato a tutte le regioni del globo, e in cui vivrebbero un gruppo di saggi chiamati Arhat («Illuminati») e il loro sovrano, lontano da occhi indiscreti per preservare dalla barbarie i loro poteri e le loro conoscenze superiori. Troppo fantasioso per potervi credere. O forse si tratta solo di una storia dal valore simbolico ma dal contenuto reale, come ha ipotizzato uno dei maggiori esperti di esoterismo, René Guénon, che dopo aver letto Ossendowski, al Re del Mondo ha dedicato il suo libro più celebre.


Il manifesto – 28 settembre 2016