TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


lunedì 10 ottobre 2016

La scoperta del mondo tra pugni e carezze


Assolutamente da vedere «Quando hai 17 anni», l'ultimo film di André Téchiné presentato alla Berlinale. Una storia di formazione e di scoperta di vita che si intreccia con quella della sessualità. Un film che aiuta a combattere stereotipi e pregiudizi con il linguaggio crudele e tenero della poesia.

Cristina Piccino

La scoperta del mondo tra pugni e carezze

Quando hai 17 anni, uno dei più bei film di André Téchiné, tra i più raffinati narratori per immagini d’oltralpe, dai tempi del capolavoro Le Roseaux Sauvages (’94), è un romanzo di formazione e di scoperta della vita che si intreccia a quella della sessualità. Prepotente, furiosa, col cuore in gola e lo spavento di lasciarsi andare come accade solo a quell’età. «Non si è seri a diciassette anni» scriveva Rimbaud nella poesia che uno dei protagonisti, Damien (Kacey Mottet Klein, lo abbiamo visto ragazzino in Home di Ursula Meier) recita davanti alla classe prima che tornando al suo posto uno dei compagni non lo sgambetti facendolo finire faccia terra. È Tom, scontroso, sempre di corsa, energia pura e solitudine. Bello, sensuale, senza la goffaggine degli adolescenti, ogni mattina scende dai monti fino a scuola, figlio adottivo di due fattori col sogno di diventare veterinario.

I due ragazzi si odiano, a scuola si picchiano continuamente, e intanto si annusano, misurano il proprio spazio e la propria paura: ogni pugno, livido, lotta è una carezza, un bacio, il desiderio che preme e che spaventa, la conoscenza di sé e della vita. Che scorre intorno a loro, dura, coi suoi dolori, i momenti di grazia, le sue sorprese. Il cuore che balza in gola e la paura del futuro, dei cambiamenti, dei salti nel vuoto.


E per quegli strani accidenti del caso le loro esistenze si avvicinano nonostante tutto: la madre di Damien è il medico del piccolo paese ai piedi dei Pirenei (Sandrine Kimberlain spigolosa e piena di dolce ironia), e prende in cura la madre di Tom, costretta a letto da una gravidanza inattesa e difficile, fino a proporre al ragazzo di vivere a casa loro, lei e Damien, quasi provocando le loro reazioni come nella regia di un’improvvisazione.Techinè racconta a partire dai corpi filmati con amore, quello del protagonista, straordinaria faccia nuova del cinema francese, Corentin Fila, una specie di caos che scompiglia gli universi e le certezze: intimamente legato alla natura in cui è cresciuto a cui fa da specchio Damien, trattenuto e disorientato nel confronto sul bordo del gender con la sua sessualità.

Thomas lo attrae ma: «Sono omosessuale o sei solo tu che mi piaci?». Avere 17 anni – presentato in concorso all’ultima Berlinale e in sala da oggi, grazie a Cinema di Valerio De Paolis, – è una storia d’amore, fisica e colta con pudore nella sua profonda segretezza (e uno di quei film da lasciarsi sfuggire). Ma è anche la scoperta della vita e del mondo che avviene attraverso la sessualità, la liberazione del desiderio, la conquista di una nuova libertà che è insieme fiducia nel mondo e in un futuro. 


Devi imparare a avere fiducia in te stesso e negli altri dice a Damien la madre, una figura nella quale il Téchiné fa coincidere con intelligenza il suo sguardo e il suo punto di vista. Nei tre trimestri scolastici che modulano la narrazione, vita e morte si confondono nelle vite dei due giovani protagonisti. E la realtà irrompe ogni passo nelle loro esistenze anche in modo doloroso.

Si può narrare il presente, la fragilità del nostro tempo nell’amore? Sembra anche questo una sfida impossibile a meno che non sia orientata da un magnifico senso del cinema come quello che guida lo sguardo del regista.. Non c’è mai in ogni singola inquadratura di Téchiné qualcosa di eccessivo, del sentimentalismo a buon mercato o l’esibizione della sceneggiatura.

L’equilibrio complicato e prezioso, mai artefatto, è tra la scrittura precisissima nei toni dell’emozione, complice Céline Sciamma (autrice dei bellissimi Diamante nero e Tomboy), e una messinscena decisa e insieme delicata. In cui la dimensione intima si spalanca sul presente – il padre di Damien è militare – e sulla Storia. Sempre però con leggerezza, in quel flusso della vita che sembra impossibile catturare e di cui invece il regista sa tradurre nelle sue immagini il respiro.


Il manifesto – 6 ottobre 2016