TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


martedì 18 ottobre 2016

La via di Schèner, una pista sulle Alpi



Un libro ricostruisce la storia di un'antichissima strada che univa il Veneto al Trentino. Una esplorazione storica delle Alpi.

Matteo Giancotti

Una pista sulle Alpi, la via dei due mondi
Non è da oggi che narrativa e storiografia convergono verso forme ibride e si prestano i ferri del mestiere. Lo fanno dalla nascita. Ma pensando a tempi recenti, tra le moltissime testimonianze di un’ibridazione auspicata o in atto, si può ricordare un saggio di vent’anni fa, dedicato alla Resistenza tra storiografia e letteratura, in cui lo storico Giovanni De Luna invitava i colleghi a fare un passo deciso verso la letteratura: «Non si tratta (...) soltanto di un invito a frequentare con più disinvoltura le fonti letterarie, quanto di accettare la sfida sullo stesso piano della narrazione come modello espositivo e interpretativo».

L’avvicinamento alle forme narrative non riguarda d’altra parte solo la storia, come ha dimostrato Remo Ceserani in Convergenze (Bruno Mondadori, 2010) ma molti ambiti del sapere, sempre più attratti da modelli di comunicazione specificamente letterari: diritto, filosofia, economia, medicina...

Per restare alle intersezioni tra storia e letteratura, un esempio dei più rappresentativi si trova in Partigia. Una storia della Resistenza (pubblicato da Mondadori tre anni fa) di Sergio Luzzatto, che racconta la quête dello studioso sulle tracce delle esperienze resistenziali di Primo Levi. A parti inverse, è vero anche che in certi casi è stata la letteratura ad avvicinarsi alle forme dell’indagine storica; se non si fosse abbagliati dal fenomeno dell’autofiction, un libro come Limonov di Carrère si potrebbe leggere infatti come una ricerca di carattere storico-biografico svolta da un grande narratore.

Questa tendenza generale è rappresentata anche dai tre libri più letterari dello storico Matteo Melchiorre (Feltre, 1981), che non è certo il banale follower di un trending topic, ma uno scrittore capace di tenere insieme originalmente la sua triplice passione per il racconto, per l’indagine storico archivistica, per un certo tipo di luoghi fuori mano. È proprio in questi «infiniti spazi dimenticati che ci stanno accanto, e da cui la vita umana, per effetto della storia, si è ritratta come una marea», che Melchiorre vuole farci viaggiare, portandoci a fare una camminata il cui percorso alla fine risulterà tracciato non nella realtà né nella ricostruzione storica, ma in una terza dimensione proiettiva e immaginativa dove le prime due si incontrano.



È questo che si prova leggendo il suo ultimo saggio, La via di Schenèr. Un’esplorazione storica nelle Alpi. Fin dal libro d’esordio, Requiem per un albero (Spartaco, 2004), Melchiorre ha destato interesse sia per il modo in cui mescolava aneddoti, saggistica, fiaba, romanzo e «reportage psicogeografico alla Paolo Rumiz» (come scrisse allora Wu Ming 1) sia per una lingua che sembrava artigianalmente ben costruita, solida, senza affettazioni e con qualche sana irregolarità sfuggita al lavoro di pialla. Il suo secondo libro, La banda della superstrada Fenadora-Anzù (Laterza, 2011), raccontava le gesta di una banda di guastatori che, per vocazione ecologista e militanza etico-politica, agiva contro la costruzione di una strada utile a pochi affaristi e inutile per la comunità: pretesto finzionale per una inchiesta nutrita di documenti e indignazione su un caso reale di opera pubblica all’italiana.

Nel libro, appena pubblicato da Marsilio e corredato da bellissime illustrazioni di Jimi Trotter, Melchiorre torna a occuparsi di transiti, affrontando il tema di un’antica strada che per secoli ha messo in comunicazione «una delle città più settentrionali del dominio veneziano e una delle valli più meridionali del Tirolo», vale a dire Feltre e la valle di Primiero. I due territori, oggi appartenenti rispettivamente al Veneto e al Trentino, sono stati nel medioevo e nell’età moderna le tessere liminari e talvolta bellicosamente contrapposte di due mondi diversi, il Sud e il Nord, Venezia e l’Impero; ma insieme formavano un unico microcosmo (e per gran tempo un solo vescovado) collegato - come scrive Giulio Mozzi - da uno strettissimo «cordone ombelicale»: la via montagnosa, impervia e pericolosa detta appunto «dello Schenèr».

Chi, cosa e come transitasse per quella strada (vino, olio, sale, cereali e altre derrate «di base» da sud a nord; soprattutto ferro, lana e pecore da tosare da nord a sud: tutto a dorso d’asino o addirittura d’uomo; mentre i tronchi tanto necessari a Venezia venivano fluitati giù a valle dal torrente Cismon); quali e quante fossero le dispute per stabilire a chi toccasse la manutenzione della strada (interessantissima vicenda quella dello sciopero dei somieri, che nel 1599 interruppero i trasporti per protestare contro le pessime condizioni della via); con quanta accortezza amministrativa e politica i governi tenessero «aperte ma non spalancate. Larghe ma non larghissime» quelle vie secondarie del reticolo di confine, necessarie all’approvvigionamento e al commercio, ma militarmente pericolose se già vi potesse transitare un carro anziché , come sempre fu, un solo cavallo per volta: di questa materia storica si nutrono le pagine, molto ben documentate, del libro.



La narrazione sta invece nel costante va’ e vieni tra presente e passato: nell’escursione a piedi — sapientemente differita fino alle ultime pagine — sulle tracce dello Schenèr ormai cancellato dal tempo, in cui si cercherà di far collimare gli antichi documenti con la realtà fisica; nel curioso entusiasmo che porta l’autore da un archivio a un bar, da un libro a una frazione montuosa abbandonata, da un’intervista a una bibliografia; nelle apparizioni di misteriosi personaggi che lo indirizzano nella ricerca (una vera e propria detection, per dirla con Wu Ming 1); nelle giornate apparentemente infruttuose che sono il pane quotidiano del ricercatore d’archivio, a cui la vita sorride quando una carta ritrovata mette in ordine tutte le altre.

È con la narrazione di queste vicende che Melchiorre, così attento alla realtà del quotidiano, riesce a rendere tridimensionali i documenti e a far apparire, ben più che un fantasma, una quarta dimensione nei luoghi: il tempo.


Il Corriere della sera/La Lettura – 9 ottobre 2016