TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


lunedì 17 ottobre 2016

Leonard Cohen,You want it darker


Beat generation e mistica ebraica, in sintesi questo è per noi Leonard Cohen di cui esce l'ultimo album “You want it darker”.

Giuseppe Videtti

Leonard Cohen
Quella voce profonda e torbida che canta sulla fine dei giorni



Lo ascolti come una preghiera, un sermone, un mantra. Ti fai attraversare dalla sua voce torbida e profonda, implacabilmente sensuale. Ogni verso pronunciato da Leonard Cohen è un’allerta che non puoi ignorare, una raffinata, irresistibile opera di seduzione che induce all’abbandono, azzera le difese, costringe alla resa. Ci si perde nel labirinto di quella voce baritonale che arriva chissà da quali recessi del corpo o dell’anima. Cohen non accarezza, abbraccia, stringe forte, e quando ti lascia, sono solo blues.

Lo faceva con l’entusiasmo e il tormento dei vent’anni, ancora profumato di beat generation, lo fa con voce persino più prepotente oggi che ha compiuto 82 anni e sta per pubblicare (il 21 ottobre)
You want it darker, il quattordicesimo album. Segni di stanchezza? Nessuno. Fragilità senili? Neppure. Cedimenti nella voce? Tutt’altro. Cohen ha fatto suo il motto di Jacques Brel — gli adulti sono così stronzi! — e della maturità sfoggia solo la consapevolezza, nessun presagio di esaustione fisica dopo un interminabile, vigoroso tour di tre anni (parla anzi di altri due dischi in cantiere). Non ha una nuova musa da venerare, la sua Marianne (Ihlen) è morta qualche mese fa mentre al capezzale le sussurravano i versi della “loro” canzone, e Suzanne è un enigma che incarna di volta in volta le sembianze della donna amata, il suo odore, il suo sapore, persino l’assenza.


You want it darker non è un ostentato tripudio di vitalità, sarebbe insensato da un artista di quest’età, ma le riflessioni di un uomo alla fine dei giorni che con serena autorevolezza costringe angeli e demoni, estasi e tormenti di una vita intera, a stringersi la mano. Nella dimensione poetica di Cohen, dove il profano è divino almeno quanto il sacro, il frequente riferimento ai testi sacri è una sorta di catarsi. «Hineni, hineni » , recita in yiddish in You want it darker, «I’m ready my Lord» — Sono qui, mio Signore, sono pronto.

Le parole di Abramo non rappresentano la capitolazione del cantautore né la ricerca di un estremo conforto tra le braccia della fede, piuttosto una quieta accettazione dell’impermanenza (sul finale, la voce di Gideon Zelermyer, cantore della sinagoga Shaar Hashomayim di Montreal, quella che Leonard frequentava da bambino, aggiunge al brano un pathos straordinario). Subito dopo, in Treaty, Cohen si rivolge direttamente a Dio col suo piglio consueto: «Abbiamo acceso milioni di candele per un aiuto che non è mai arrivato (…) Vorrei ci fosse un armistizio tra il tuo amore e il mio». E in It seemed the better way ribadisce con saggezza laica: «Sembrava la via giusta, quando lo sentii parlare per la prima volta. Ora è davvero troppo tardi/Per porgere l’altra guancia. Sembrava la verità, Ma non è la verità oggi».


Adam Cohen, chiamato per la prima volta a collaborare con suo padre insieme all’inseparabile Pat Leonard (già produttore di Madonna), ha enfatizzato la dimensione spirituale di You want it darker affidandosi ai cori femminili (in On the level arrivano come voci portate dal vento da chissà quali altre dimensioni), al pianoforte e al violino, che s’insinua malinconico tra i recitativi — struggente come quello di Itzhak Perlman nella scena più toccante di Schildler’s list. Quando la musica diventa più avvolgente, come in Leaving the table, un sontuoso blues che si scioglie in un valzer, Cohen ci avvita le incertezze della terza età con un’abilità che lascia sbalorditi: «Sto lasciando il tavolo/Sono fuori dai giochi/Non conosco le persone/ Che hai messo in cornice»; non un segno di resa, ma la consapevolezza dei propri limiti.

In Traveling light voce e violino raggiungono un effetto sorprendente: Cohen si abbandona ai ricordi e sussurra i suoi versi all’orecchio, tremendamente persuasivo, appassionato, seducente, come quando, ai tempi del Chelsea Hotel, cantava il mistero del corpo femminile e il desiderio che lascia senza difese: «Buona notte, buona notte mia stella cadente/Credo tu avessi ragione, l’hai sempre avuta/ Vivi una vita che non avresti mai scelto/E io sono solo un pazzo, un sognatore che ha trascurato di sognare di me e di te». Infine in Steer your way, severo e autorevole, bacchetta l’arroganza dei nostri tempi e invita tutti al «mea culpa che col tempo abbiamo dimenticato».

Mentre Bob Dylan tesse le lodi del collega attraverso le pagine del New Yorker, che dedica un profilo monumentale all’illustre canadese, Cohen ha commentato il Nobel che ha diviso il mondo della cultura nel modo più equilibrato: «Come dare una medaglia all’Everest perché è la montagna più alta del mondo».


La Repubblica – 17 ottobre 2016