TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


lunedì 24 ottobre 2016

Luciana Castellina, La "mia" Ungheria



Uno scritto sincero, che evidenzia però in pieno i limiti politici del gruppo di intellettuali che darà poi vita al Manifesto, prigionieri di una fiducia immotivata nella possibilità di recupero da sinistra dell'URSS (e del PCI). Un limite dovuto a un approdo politicista al marxismo, tipico del togliattismo (e della sua versione di sinistra ingraiana) che si riduce all'analisi dei fatti politici in sé ed è del tutto disinteressato a ricercarne le cause strutturali. La politica dunque come dato autonomo che si traduce in una tattica sganciata da una anche minima visione strategica e diventa poi, a contatto con la grande politica, tatticismo elettorale e meri giochi parlamentari. Un vizio d'origine che segnerà in negativo la storia del Manifesto prima, del PdUP poi, per arrivare sino al nullismo politico (“Tutto chiacchiere e distintivo”) di Nichi Vendola e di SEL.

Luciana Castellina

La «mia» Ungheria


Il 23 ottobre 1956 ero a Bruxelles, membro di un ristretto drappello incaricato dalla Federazione Mondiale della Gioventù di operare un difficile tentativo: consentire all’internazionale dei giovani comunisti (e di una piccola parte di socialisti di sinistra), di rimettere piede in Occidente. La Fmgd, che aveva avuto la sua sede centrale a Parigi, ne era stata cacciata quando la Francia era entrata nella Nato. Da allora aveva dovuto emigrare a Budapest e le era stato proibito di indire una qualsivoglia iniziativa in un paese membro dell’Alleanza Atlantica. Era stato solo quando un socialista, Henri Spaak, era stato eletto primo ministro in Belgio, che uno spiraglio si era dischiuso: il governo di Bruxelles aveva acconsentito a ospitare una conferenza di ragazze promossa dalla Fmgd. («Di ragazze», perché sembrava più innoqua.

Io avrei dovuto tenere il discorso di apertura, e mi era stato gentilmente suggerito da Budapest di cominciare dicendo:«Questa assemblea gioiosa e coquette». Sempre per non spaventare la Nato. Quel 23 ottobre ero per l’appunto impegnata a respingere il suggerimento; e a difendermi dalla asprissima critica delle mie tre colleghe, tutte Pcf, perché stavo leggendo l’appena uscito libro di Simone de Beauvoir Il secondo sesso.)

Nella notte – eravamo alloggiate in uno dei migliori alberghi della città (sempre per far buona figura con la Nato) – il sonno fu interrotto da concitate telefonate da Budapest: dagli uffici centrali della Federazione ci chiamavano in preda al panico per raccontarci cosa stava accadendo.

Scoprimmo il mattino seguente che l’accaduto era grosso e il suo sbocco imprevedibile. Bruxelles fu attraversata subito da manifestazioni di protesta antisovietiche, la sede del partito comunista belga assaltata, i nostri interlocutori belgi, fra cui, il più importante, il consigliere (molto di sinistra) della regina madre (piuttosto di sinistra anche lei), introvabili perché imbarazzati. Le notti successive le telefonate da Budapest si fecero sempre più drammatiche, noi sempre più confuse.

Alla nostra incertezza fu posto rapidamente termine da una telefonata: uno sconosciuto, che si dichiarava amico nostro, ci comunicava di doverci dire cose molto importanti e però riservate. Ci dava appuntamento alle 11 di sera davanti al Café de l’Horologe. Spaventate ci precipitammo al Pc belga per chiedere consiglio, timorose di cadere in una provocazione. Oltretutto in quel luogo le donne passeggiavano per altre ragioni. I compagni ci diedero uno chaperon, il presidente della locale Associazione dei Pionieri, Jean de la Vacherie. Che ci precedette sedendo a un tavolino sbirciando da dietro un giornale come i detectives.

Lo sconosciuto giunse puntuale e in poche parole ci disse di aver avuto visione di carte che ci riguardavano: un ordine di espulsione dal paese prima delle 8 del mattino seguente. Per evitare lo spiacevole affronto ci consigliava di lasciare il paese entro la nottata. A tutt’oggi non so se era un compagno, o, invece, un emissario di Spaak che ci voleva al più presto fuori dai piedi ma preferiva non compiere quel gesto.



Facemmo con ansia i bagagli mentre da una Budapest sempre più in preda all’angoscia ci venivano impartiti gli ultimi ordini: io dovevo andare all’aereoporto e raggiungere Helsnki, capitale di un paese neutrale, per vedere se lì fossero stati disposti a ospitare la famosa Conferenza gioiosa delle ragazze che il Belgio non voleva più. Non avevo mai preso un aereo, non sapevo cosa accadeva realmente, arrivai come un marziano in Finlandia, immediatamente ricevuta dalla segretaria dei locali giovani comunisti (anni dopo diventata persino ministro) che mi disse, a nome del suo saggio partito, se eravamo scemi a insistere. Mi imbarcarono per Parigi (allora il Pcf era considerato la sede occidentale del Cominform), non prima, tuttavia, di avermi introdotto, la sera, a una pratica a me allora totalmente sconosciuta: la sauna, preceduta da frustate di betulla.

A Parigi arrivai il 29 ottobre ma su quanto stava accadendo in Ungheria mi dettero laconiche e tranquillizzanti informazioni. L’opposto di quanto raccontavano i giornali «borghesi» di cui diffido tutt’ora, ma certo meno di allora. Decisi di prendere il treno per Roma la sera stessa. Alla mattutina fermata di Milano mi precipitai a comprare l’Unità. Di cui finalmente mi potevo fidare. L’inviato Alberto Iacoviello raccontava una storia del tutto diversa da quella de l’Humanité.

Non ero totalmente digiuna su quale era la situazione nei paesi dell’est. Già allora lavoravo a Nuova Generazione, il settimanale della Fgci e nei mesi precedenti avevamo dato largo spazio alle rivolte polacche, Poznam e poi Varsavia. Ma lì si era giunti a un esito fantastico: Gomulka, a lungo in prigione perché dissidente, era stato nominato nientemeno che segretario del partito; e il generale sovietico Rokassovskj, e però comandante dell’Esercito polacco, era stato finalmente rimandato a casa. In Ungheria non sembrava andare affatto così.

Quando arrivai a Roma fui investita da una nuova drammatica notizia: nella notte, alle ore 2,30, le truppe di Francia, Gran Bretagna e Israele avevano attaccato l’Egitto, che aveva osato nazionalizzare il canale di Suez.



Alle 4, con un comunicato ufficiale, Mosca, col sostegno della Cina e persino degli jugoslavi, aveva annunciato l’intervento delle proprie truppe di stanza in Ungheria. Il precario equilibrio che fino ad allora aveva evitato la guerra stava saltando.

Anche nella Fgci ci fu qualche rottura. Come nel Partito. Io non partecipai alla protesta, pur con tutte le riserve sui regimi dell’est e sui giudizi minimizzanti che, pur senza censurare le informazioni, furono emessi dal Pci. Non lo feci non per non rompere la disciplina (che poi ruppi per Praga ), ma perché c’era appena stato il XX congresso e l’Urss con Kruscev sembrava stesse cambiando; quanto accaduto a Budapest si presentava come un colpo di coda della vecchia guardia stalinista (e in gran parte lo fu, stando alle ricostruzioni degli stessi storici americani);un mese dopo il Pci operò una svolta decisiva con il suo VIII congresso. Il nostro campo – insomma – poteva ancora nutrire speranze, la minaccia principale restava l’imperialismo occidentale.


il manifesto – 23 ottobre 2016