TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


venerdì 14 ottobre 2016

Nazim Hikmet, l'Angelo Rosso


«L’Angelo rosso», un romanzo di Nedim Gürsel per Ponte alle Grazie. Fuggito dal suo paese perché comunista trascorse molti anni A Berlino. La vita del poeta turco Nazim Hikmet attraverso i documenti della Stasi.

Anna Maria Merlo

L’illusione tragica di una utopia


«Alla fine fu un casco di banane a rovesciare il comunismo», «se il Muro era caduto, non era perché certi idioti volevano magiare banane?». Il riferimento alle banane ha una sua parte di verità (gli economisti hanno spiegato il desiderio di consumo all’occidentale e, tra l’altro, degli investitori delle banane dollars si sono bruciati le ali all’inizio degli anni Novanta, speculando su un esagerato desiderio di questo frutto nell’Europa dell’est, su standard svedesi o tedeschi – rispettivamente 19 e 13 chili a testa l’anno, contro una media Ue intorno ai 10 chili – mai raggiunti dai paesi ex comunisti).

A parlare di banane è un agente della Stasi, L’Angelo rosso, che dà il titolo dell’ultimo romanzo di Nedim Gürsel (Ponte alle Grazie, pp. 325, euro 24), appena tradotto in italiano da Barbara La Rosa Salim (in Francia è uscito da Seuil nel 2012). Lo scrittore di origine turca che vive a Parigi, dove si era rifugiato in seguito al colpo di stato militare dell’Ottanta, intreccia riferimenti a fatti realmente accaduti con la finzione, dando al racconto una trama da giallo dove è difficile distinguere il vero dal falso.

La storia di fondo è quella del grande poeta turco Nazim Hikmet, un comunista eterodosso e sentimentale, nato nel 1901 a Salonicco (suo nonno era governatore di questa città), che è stato imprigionato in Turchia per una quindicina d’anni per aver aderito al Partito comunista turco, si è rifugiato in Urss, ha vissuto nell’est europeo ed è morto a Mosca nel 1963. Per Hikmet, che alla luce della sua esperienza di vita considerava la poesia «la più sanguinosa delle arti», mentre il comunismo era un misto di utopia e di disillusioni che, sosteneva Hikmet, si sarebbe realizzato quando «la gente sulla terra smetterà di aver fame, nessuno avrà più paura di nessuno, nessuno darà più ordini a nessuno, nessuno maledirà più nessuno, nessuno ruberà la speranza a un altro».

La vita di Hikmet è tratteggiata nel romanzo a partire dallo sguardo dell’uomo che era stato designato dalla Stasi per spiarlo e che di fatto vive nella sua ombra. Un biografo turco del grande poeta va a Berlino, ormai riunificata, per incontrare questo misterioso personaggio, che gli aveva dato appuntamento, con la promessa di consegnargli documenti importanti su Nazim Hikmet e il Partito comunista turco, che erano in suo possesso e che aveva l’intenzione di dare solo a «uno scrittore sulla cui onestà non ci fosse ombra di dubbio». 


Il biografo si rende subito conto che si tratta di una documentazione raccolta da una spia della Stasi. Nel romanzo, una parte è dedicata questa documentazione, agli intrecci tra vita pubblica e vita privata raccontati dalla spia, divisa anche tipograficamente dalle altre parti del libro.

Gürsel ci invita a un viaggio melanconico «nel tempo di una volta che appartiene solo a noi, perché i giovani non conoscono e non vogliono conoscere la Berlino che si identificava al Muro che la divideva in due», un viaggio in un’Europa che non esiste più. Il tragitto ci porta da Istambul a Mosca, passando per Berlino e delle città dell’est.

È la storia dell’impegno politico del grande poeta Nazim Hikmet, ma anche quella degli inevitabili compromessi della vita. Quella del poeta e delle sue donne amate in vari paesi, quella del biografo, che tra Istambul e Berlino rivive il proprio passato e le proprie illusioni. La spia, l’Angelo, ma al tempo stesso il Diavolo (il titolo originale in turco è Diavolo, angelo, comunismo, Istambul, Mosca, Berlino) mostra il lato più nero degli anni della dittatura esercitata in nome del comunismo, scende in basso fino a denunciare il proprio nipote, consegnandolo alla morte. Il filo conduttore, senza pesantezze, sono anche le poesie di Hikmet, tra i primi poeti a utilizzare i versi liberi in turco.

La decostruzione di un’utopia, passo dopo passo, lascia spazio alla disillusione melanconica. Hikmet, per cancellare il ricordo della prigione, riempie la dacia che ad un certo punto ha abitato in Urss con una miriade di oggetti, come un borghese qualunque. In quella casa, nota la spia, «non un solo ritratto dei grandi del socialismo, Marx, Engels o altri».

Il manifesto – 31 agosto 2016