TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


giovedì 13 ottobre 2016

Neruda. Il gioco senza fine del poeta e del poliziotto


Esce al cinema l’antibiografia del Nobel firmata da Pablo Larraín, candidato dal Cile all'Oscar come miglior film straniero. Interpreta il poeta il grandissimo Luis Gnecco affiancato da un “tragico” Gael García Bernal nel ruolo del poliziotto che gli da la caccia.

Natalia Aspesi

Neruda. Il gioco senza fine del poeta e del poliziotto


Baciato, abbracciato, toccato da chi lo ama, come senatore del partito comunista cileno e come meraviglioso poeta, Pablo Neruda entra nei gabinetti del Parlamento dove lo aspettano i colleghi che subito attacca definendoli “di merda”, offendendo il nuovo presidente González Videla, di cui ha curato la campagna, perché “traditore al servizio dell’America”. È il 1948, Neruda ha 44 anni, è già celebre nel mondo (vincerà il Nobel per la letteratura nel 1971) ed è un uomo grosso, molto stempiato, brutto, che fa impazzire le donne. «È obeso e ha messo per la prima volta le scarpe a 12 anni» lo offende un avversario, ricordando le sue origini popolari.

Così inizia Neruda, il grande film del quarantenne cileno Pablo Larraín, che lo definisce un’antibiografia: storicamente e umanamente esatta ma esaltata da una geniale sovrapposizione di invenzioni simili a sogni, e dall’uso del colore spesso sfumato nei viola di una natura notturna stupenda e vuota.

In quell’anno il partito comunista cileno è messo fuori legge, 26 mila cileni privati del voto, i lavoratori in sciopero prelevati dall’esercito e rinchiusi in campi di concentramento, Neruda destituito dal ruolo di senatore, dichiarato nemico pubblico e traditore. Il partito lo convince a entrare in clandestinità e il film segue i lunghi mesi di questa fuga che lo porterà in salvo in Argentina e poi in Europa. Lo insegue il poliziotto Óscar Peluchonneau (così si chiamava davvero chi doveva scovarlo e arrestarlo), che il regista trasforma in un personaggio letterario, che si autoinventa o forse è un invenzione di Neruda.

Lui stesso, Peluchonneau, non sa chi è, si cerca in quell’inseguimento del poeta che gli sfugge pochi minuti prima che lui lo raggiunga, come in un gioco senza fine. Il poeta vaga di paese in paese, di casa in casa, protetto dagli amici comunisti, assieme alla seconda moglie Delia (Mercedes Moran), pittrice argentina di famiglia aristocratica che ha 20 anni più di lui, lo venera e lo aiuta a sgrezzarsi.


Neruda era fisicamente privo di attrattive se non per la voce cantilenante con cui leggeva i suoi versi, d’amore carnale e di pena per la miseria del popolo cileno: e lo interpreta un grandissimo attore, Luis Gnecco (ingrassato di 25 chili), sufficientemente brutto per diventare davvero identico al poeta.

Come nella realtà Neruda non sopporta la clandestinità, e di notte ma anche di giorno, sfida il pericolo uscendo travestito da prete o vistosamente abbigliato di bianco, anche per rifugiarsi nei casini tra prostitute nude cui declama i suoi versi e che lo adorano e lo proteggono. In ogni casa, in ogni macchina, nella tasca della sua elegante giacca che ha lasciato a una mendicante coperta di stracci, lascia per l’inseguitore uno dei libri gialli che adora, come un Pollicino crudele e sprezzante.

Il poeta del film, come quello della realtà, beve molto, fa da mangiare i suoi piatti a base di cipolle, ha sempre con sé le nuove poesie e la macchina da scrivere: è l’epoca, dice Larraín, del grandioso Canto general, che scrive a mano, o ricopia, o detta e poi recita in quella lingua morbida, che non si riesce ad immaginare doppiata.

Peluchonneau ha il viso chiuso e talvolta tragico di Gael García Bernal, con i piccoli baffi, i lunghi silenzi, il cappello d’epoca, e pare il detective Dick Tracy dei fumetti di Chester Gould o il Philip Marlowe di Humphrey Bogart del Grande sonno diretto da Hawks, sempre più irreale, anche ridicolo quando guida una moto con occhialoni e casco, ripreso come fosse un cartoon.


Il duello mortale con l’inseguito è impari, è una sfida sempre persa, sempre umiliante: lui figlio di una prostituta e di un padre ignoto che si è inventato, bisognoso di riscatto, in quella caccia cerca la sua rivincita sul mondo. Vuole passare alla storia mentre una voce fuori campo, il suo pensiero, si racconta come fosse il protagonista di un poliziesco di Raymond Chandler: “il sagace commissario”, “l’esperto poliziotto che segue un odore asiatico”. Perduto in una solitudine impotente, rifiuta di essere un personaggio secondario, di carta, addirittura inventato dal poeta, come gli dice ironica e sicura Delia.

Neruda tornò in Cile ai tempi del presidente Allende ed è ormai sicuro che dopo il golpe di Pinochet sia stato ucciso, a 69 anni con un’iniezione, per ordine del dittatore: che tra l’altro compare nel film come capo di un campo di concentramento per comunisti cileni.

In febbraio arriverà da noi Jackie, il nuovo film di Larraín, antibiografia dei giorni di lutto di Jacqueline Kennedy, che alla Mostra di Venezia ha vinto il premio per la miglior sceneggiatura e che è molto piaciuto anche alla critica


la Republica – 6 ottobre 2016