TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


venerdì 21 ottobre 2016

Togliatti e la rivoluzione ungherese. "Impiccate pure Nagy, ma solo dopo le elezioni in Italia"



Impiccate pure Nagy, ma solo dopo le elezioni politiche in Italia. Così il PCI non perderà voti. E' quello che si legge nel verbale di un incontro a Mosca tra Togliatti e Kadar. E infatti si votò il 25 maggio 1958 e Nagy fu ucciso il 16 giugno.

Federico Argentieri

E Togliatti lodò la «lotta eroica» contro gli insorti di Budapest

Il sessantesimo della rivoluzione ungherese offre l’occasione per discutere lo stato delle nostre conoscenze sul 1956, specie sulle ripercussioni italiane. È però necessario premettere che alcuni fatti documentati vengono ignorati, il che ritarda il processo di acquisizione di una visione complessiva.

Primo esempio: nel libro Un nocciolo di verità (La Pietra, 1978), poco diffuso e quasi mai citato, l’autrice Felicita Ferrero testimoniò la presenza a Budapest di Aldo Togliatti, figlio di Palmiro, durante l’estate del 1956. L’ottimo e recente studio di Massimo Cirri Un’altra parte del mondo (Feltrinelli, pp. 352, e 18) richiama la nostra attenzione: in effetti, «Aldino», che soffriva di gravi problemi psichici, era in cura presso i medici ungheresi. Non è dato sapere quando esattamente rientrasse in Italia: sembra essere un segreto ottimamente custodito. È però probabile che la vicenda abbia svolto un ruolo nella fredda e rabbiosa determinazione con cui suo padre reagì alla rivoluzione magiara, dapprima invocando e poi festeggiando la sua repressione da parte delle truppe sovietiche.

Secondo esempio: in uno studio scrupolosamente documentato e mai citato, Oro da Mosca (Mondadori, 1999), Valerio Riva e Francesco Bigazzi pubblicarono un documento che dice molto, il cui originale si trova nell’archivio moscovita chiamato Rgani: una «nota spese» datata 4 dicembre 1956 di Boris Ponomariov, responsabile Pcus dei rapporti coi partiti fratelli, in cui si sottoponeva all’approvazione di Krusciov e compagni l’elargizione di due milioni e mezzo di dollari al Pci, la metà al Pcf e via calando. È evidente che, in presenza di tale documento, la retorica sui «capolavori» di Togliatti e sulla «via italiana al socialismo», consacrata qualche giorno dopo dall’VIII Congresso del Pci, acquisisce un significato diverso.

Passando agli inediti, è da registrare che ne manca all’appello almeno ancora uno: il verbale della riunione tra Krusciov e i dirigenti dei Paesi satelliti svoltasi a fine giugno 1956, dopo il lungo viaggio effettuato da Tito in Urss, durante la quale furono comunicate le condizioni appena concordate per la riappacificazione tra Mosca e Belgrado.



Tra queste vi era probabilmente la rimozione di Rákosi dai vertici ungheresi e forse anche la riabilitazione di László Rajk, la principale vittima dei processi-farsa contro il «titoismo», poi avvenuta il 6 ottobre e definita da Togliatti «una follia».

In attesa (probabilmente lunga) che l’archivio presidenziale russo ridiventi disponibile, è da registrare il verbale del colloquio tra Togliatti e Kádár, il leader ungherese installato al potere dai sovietici, svoltosi nel novembre 1957 a Mosca.

Oltre a chiedere l’ormai celebre rinvio dell’esecuzione di Nagy (il primo ministro portato al governo dalla rivolta di Budapest) a dopo le elezioni italiane del 1958, il capo del Pci disse di conoscere quest’ultimo «fin dal 1935 e di non considerarlo una persona seria». Al termine, Togliatti si congratulò con Kádár per la «lotta eroica» da lui guidata nel 1956: dal modo in cui è scritto il verbale e dall’assenza di una risposta, si deduce che questo commento creò comprensibile imbarazzo.


Il Corriere della sera/La Lettura – 16 ottobre 2016