TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


martedì 22 novembre 2016

Chi ha paura dell'orso russo?


La paura della Russia, vista come un corpo estraneo all'Europa, è un pregiudizio secolare che ha preso nel tempo forme diverse. Così oggi la paura dello “zar” Putin ha rimpiazzato quella del comunismo a tenere insieme i pezzi di una identità occidentale mai raggiunta. Questa la tesi (interessante) di un libro di uno studioso svizzero appena edito in Italia.

Paolo Valentino

Ma tanta paura dell’orso cattivo è anche il frutto di un pregiudizio


Uno spettro nuovo e antico si aggira per l’Europa. Chiuso il «secolo breve» con l’implosione della galassia comunista, minaccia chiara e concretissima ma anche utile cemento dell’incerta identità europea, l’«orso russo» torna a turbare i governi e le opinioni pubbliche dell’Occidente. Eppure parliamo di un Paese, la Russia, che ha un prodotto lordo inferiore a quello dell’Italia, ormai l’ombra della superpotenza sovietica che per mezzo secolo contese agli Stati Uniti il predominio del mondo. Nessun analista serio oggi è disposto a considerare atti pur gravi e da condannare con forza, come l’annessione della Crimea, la guerra ibrida in Ucraina o le sbavature siriane, come il preludio a un’aggressione su vasta scala verso Ovest, tantomeno la prova di un’ambizione egemonica globale di Vladimir Putin.

Perché allora tanto allarme ed enfasi sul pericolo russo? Perché toni così ostili e a tratti isterici verso il Cremlino e il suo leader, sicuramente non un democratico a 24 carati, come disse una volta di lui il cancelliere tedesco Gerhard Schröder, ma raccontato dai governi e dai media occidentali al meglio come un autocrate megalomane e mattoide, al peggio come un dittatore assetato di sangue? Com’è possibile che, crollata l’Urss, dissolto senza spargimento di sangue il suo impero, restituita la libertà ai Paesi dell’Europa centrale occupati e l’indipendenza a 15 ex repubbliche sovietiche, la Russia sia tornata spauracchio e concreta incarnazione del nemico, torvo e cattivo?

Il giornalista svizzero Guy Mettan ha una risposta semplice e ardita: l’odio ancestrale per la Russia, la sua cultura, la sua gente, la sua identità, i suoi costumi. È certo un libro a tesi e di parte il suo Russofobia , edito da Sandro Teti nella collana Historos diretta da Luciano Canfora. Ma è un libro rigoroso nella dimostrazione di un teorema che, se a tratti può essere rovesciato, offre squarci illuminanti su un rapporto complesso e tormentato.



Come spiega Franco Cardini nella sua bella introduzione, la russofobia occidentale «nacque dalla diffidenza verso Bisanzio» cui Carlo Magno contese il ruolo di erede dell’Impero romano, «per poi accanirsi contro l’imperialismo degli zar» e infine approdare nell’Ottocento «alla demonizzazione della tirannide zarista», vista come barbarie e poi «tradotta senza soluzione di continuità nell’odio per quella bolscevica». Mettan definisce le origini storiche, religiose, ideologiche e geopolitiche dell’odio verso la Russia, distinguendo cinque forme di russofobia: quella del papato e poi quelle francese, tedesca, inglese e americana. Nella sua visione, si tratta di «un’unica guerra millenaria, più o meno calda, che l’Occidente ha condotto contro la Russia, la quale peraltro ha largamente ricambiato».

L’autore rifiuta tuttavia l’etichetta di un saggio antioccidentale: «Evidenziare le cause dell’odio per la Russia non significa rinnegare i valori di democrazia, libertà e diritti umani che l’Occidente promuove fin dalla rivoluzione francese, né ammirare in estasi la Russia di Putin». Men che meno significa sollevare Mosca dalle sue mancanze e responsabilità. Più semplicemente Mettan vuole convincere il lettore che «non è necessario odiare la Russia per parlare con essa».



Il libro è anche un atto di accusa contro il pregiudizio dei media occidentali quando si occupano della Russia. Ricostruendo le coperture di eventi come il sequestro di Beslan, la guerra in Ossezia, i giochi olimpici di Soci e da ultimo la crisi ucraina, Mettan cerca di dimostrare come i media europei e americani «abbiano rinunciato a esporre i fatti, a porre domande, a esplicitare i punti di vista che non quadravano con la versione ufficiale».

Non sempre le prove a carico sono convincenti, ma non c’è dubbio che nel caso dell’Ucraina, per esempio, la narrazione dominante sia stata quella semplicistica dell’aggressione russa, senza alcuna considerazione per il passato comune, gli inquinamenti filonazisti del nazionalismo ucraino, la paura legittima delle minoranze russofone di fronte al governo di Jevromaidan (nato dalle manifestazioni di Kiev). Ma l’autore è attento a non scivolare nella trappola della cospirazione: «La russofobia è uno stato d’animo, non un complotto».

Una delle conclusioni più interessanti di Mettan è che il racconto della Russia cattiva che sogna di divorare l’innocente Europa, sia «fondativo per una identità occidentale mai raggiunta». Detto altrimenti, l’Europa in crisi e divisa avrebbe bisogno di tenere vivo il mito dell’alterità russa, vicina ma incivile e barbara, una sorta di doppio negativo, per rinsaldare il fondamento vacillante della sua unità. Se così è, non sembra che il tentativo stia producendo grandi risultati. E forse faremmo bene a ripensare l’intero rapporto con Mosca, invece di riprodurre, mille anni dopo, il Grande Scisma.


Il Corriere della sera/La lettura – 30 ottobre 2016