TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


venerdì 25 novembre 2016

Dopo le bombe arrivò la violenza diffusa «all'italiana».



Quella sera a Milano era caldo” di Marco Grispigni riscrive la storia degli anni di piombo a partire dalla strage di Piazza Fontana.

Andrea Colombo

Dopo le bombe arrivò la violenza diffusa «all'italiana».

Perché in Italia? Perché solo in Italia? Si allude all’uso massiccio della violenza negli anni ’70 e le domande che si pone Marco Grispigni in Quella sera a Milano era caldo (manifestolibri, pp.188, euro 16) sono ancora in cerca di risposte. Non che quella fase storica si esaurisca davvero, come molti fingono di credere, in un’esplosione di violenza, la quale anzi non costituisce affatto l’aspetto più eminente del decennio ribelle. Ma è anche vero che il nodo della violenza non è eludibile.

Grispigni prova ad affrontare il tema con ottica diversa da quella delle moltissime pubblicazioni che si sono già esercitate sul tema: allarga infatti il campo d’osservazione nel tempo e nello spazio invece di centrare l’obiettivo, come d’uso, su questo o quell’aspetto specifico. Dunque non parte dal ’68 ma considera la presenza della violenza, sia nella pratica che nel discorso politico, anche nei decenni precedenti. Snoda la sua analisi comparando il caso italiano con quello degli altri Paesi occidentali, in particolare con quello che registrava allora la situazione di partenza più simile, la Francia. Dedica inoltre uno spazio decisamente più ampio del solito alle tattiche cangianti nel tempo adottate dalle forze dell’ordine.

Per prima cosa l’autore cerca di sgombrare il campo dalle tesi esplicative più frequentemente adottate dalla fluviale saggistica in materia: la inusuale «lunghezza» della fase di mobilitazione in Italia e la presenza determinante, da noi, del marxismo. Quelle due risposte, per Grispigni, non possono rendere ragione del caso italiano in quanto frutto di una convinzione diffusa ma inesatta.


Non è affatto vero che in Europa il movimento si sia limitato alla sollevazione del maggio ’68 in Francia o alla rivolta seguita all’attentato contro Rudi Dutschke nella primavera ’68 nella Germania ovest. I movimenti sono durati a lungo anche lì, senza raggiungere il livello diffuso di violenza riscontrato da noi. Ancor più destituita di fondamento è l’idea che solo nella penisola l’ideologia marxista potesse vantare una presa così salda. La verità è opposta. Persino negli Usa, in quella fase, il marxismo era punto di riferimento sia nel movimento giovanile che in quello dei neri.

L’elemento determinante e scatenante, quello che rende il quadro italiano diverso dagli altri e forza in direzione della violenza, sono per Grispigni le stragi. L’autore non è così ingenuo da immaginare una regia unitaria dietro i sanguinosi attentati del 1969-74. Ritiene che la prima strage veda effettivamente coinvolgimenti dello Stato e che le altre siano piuttosto una reazione al tentativo dello Stato di sganciarsi da quelle relazioni.

Ma nel complesso sono le bombe prima, e l’offensiva neofascista che alle bombe fa seguito poi, a creare le condizioni ambientali indispensabili per una violenza diffusa che raggiungerà il massimo livello quando nella seconda metà del decennio l’unità nazionale, l’accordo Pci-Dc, chiuderà ogni residuo spazio politico per i movimenti di massa.


Il Manifesto – 15 novembre 2016