TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


venerdì 18 novembre 2016

L'impero del cotone, ovvero del capitalismo globale


Frutto ricerche nei luoghi più sperduti, «L’impero del cotone», di Sven Beckert per Einaudi, legge nel capitalismo un fenomeno da sempre globale e fondato sulla guerra.


Francesco Benigno

L'incredibile industria del fiocco


Giunto nel 1835 a Manchester, Alexis de Tocqueville descrive la città come una cloaca infetta e oscura da cui si levano miasmi maleodoranti, una realtà labirintica umida e buia in cui trecento mila persone si agitano senza requie. Ma, aggiunge, da questa cloaca infetta, si origina il più grande fiume dell’industria umana, che parte da qui per fecondare il mondo: perché «da questa fogna immonda sgorga oro puro».

L’industria abbrutente ma al contempo mirabolante di cui parla Tocqueville è quella del cotone, cuore dell’Inghilterra ottocentesca e grande volano del mondo moderno. Ora la sua storia viene raccontata in modo accattivante da Sven Beckert, storico di Harvard, in L’impero del cotone Una storia globale (Einaudi, pp.606, euro 34,00).

Frutto di molti anni di ricerche nei più sperduti angoli del pianeta, il corposo volume di Beckert è assai ambizioso. Nel delineare la prima storia globale di una merce tanto umile quanto decisiva, lo studioso statunitense si propone di indagare i meccanismi profondi del capitalismo nella sua classica fase d’espansione industriale.

    Manchester

Se l’Inghilterra è divenuta la «terra dei lunghi comignoli» e dunque la culla di quello straordinario rivolgimento conosciuto come rivoluzione industriale, lo si deve infatti proprio al settore della filatura e della tessitura del cotone, in cui si realizzarono quel grappolo di invenzioni tecnologiche che, moltiplicando a dismisura la produttività, consentirono all’industria tessile inglese di conquistare il primato mondiale.

Ne deriva il fatto che oggi è difficile immaginare un mondo senza cotone, un prodotto ormai tanto diffuso da risultare naturalizzato e perciò quasi invisibile. Nascosto ma onnipresente, ci ricorda Beckert, regola la nostra vita: lo indossiamo sulla pelle, ci dormiamo, ci avvolgiamo i neonati; esso è presente nelle banconote che maneggiamo, nel filtro del caffè, nell’olio vegetale con cui cuciniamo, nel sapone con cui ci laviamo e perfino nella polvere da sparo con cui combattiamo. Malgrado ciò l’Europa, che diverrà nell’Ottocento l’epicentro della produzione mondiale del cotone, per secoli ne aveva fatto a meno.

La scoperta che dalla capsula della pianta del cotone era possibile estrarre una fibra bianca lanuginosa molto adatta a venire tessuta, era infatti avvenuta in altre parti del mondo: in India, in Africa, in America Latina. Nel continente europeo il cotone arrivò solo intorno al IX secolo d. C. grazie agli arabi, che ne diffusero la coltivazione in Andalusia e in Sicilia. Presto la sua produzione si innestò nei centri dotati di tradizione tessile, le Fiandre, la Germania e l’Italia centro-settentrionale: Venezia nel XIII secolo era una specie di Liverpool e a Milano a metà del Quattrocento c’erano ben 6000 lavoranti di tessuti in cotone.


Se le città italiane e tedesche del tardo Medioevo, malgrado raffinati sistemi proto-industriali, non riuscirono a incrementare la propria produzione di cotonine ciò dipese, osserva Beckert, dal mancato controllo delle fonti di rifornimento di materia prima. Questa presa sulla produzione mondiale del cotone grezzo riuscì invece agli inglesi, nel Settecento.

La tesi portante del libro è dunque che il capitalismo non si è globalizzato ma è stato globale sin dall’inizio. E che perciò esso va studiato non solo nel suo centro finanziario o produttivo ma nella sua diffusione, negli anfratti meno visibili ma altrettanto cruciali in cui si estende e, soprattutto, nelle connessioni che legano le varie componenti della filiera produttiva: prodotto grezzo, filato, tessuto.

Ne discende che il capitalismo industriale non nasce solo grazie a una serie di straordinarie invenzioni (dalla spoletta volante, alla giannetta, al filatoio meccanico) e neppure in ragione di una presunta accumulazione originaria dovuta a certi rapporti di produzione, ma dallo strutturarsi di un complesso economico-politico, e finanziario-militare che ha nello stato moderno il suo perno. In altre parole, alla domanda cruciale su quale sia la chiave di volta che sostiene il «miracolo» dell’industrializzazione inglese la risposta è che essa poggia su un apparato statale culturalmente orientato allo sviluppo e capace di dominare e proteggere le fonti di approvvigionamento, l’esercito della manodopera, i mercati di sbocco del prodotto finito.

Questo sistema, a cui va ricondotta anche la superiorità europea che dà origine alla cosiddetta «grande divergenza» nello sviluppo economico (rispetto all’Asia) è chiamato da Beckert, «capitalismo di guerra», espressione suggestiva ma non esente da possibili obiezioni. La prima è che essa indurrebbe a pensare che le guerre dei secoli XVI-XVIII siano un sottoprodotto dell’espansione economica, mentre si sa che le ragioni dei conflitti bellici sono state storicamente complesse e si radicano anche nell’ideologia, nella religione, nelle politiche dinastiche.

La seconda è che definire «di guerra» il capitalismo che precede l’industrializzazione, potrebbe indurre a credere che quello successivo, il capitalismo industriale, rifugga la guerra, il che com’è evidente, è lontano dalla realtà.


Ciò detto, l’apporto più suggestivo del libro consiste nel connettere direttamente il successo straordinario dell’industria tessile con l’offerta di materia prima assicurata dalle piantagioni di cotone basate sua lavoro schiavistico, soprattutto quelle del sud degli Stati Uniti. Fondate sul modello risaliente delle piantagioni di canna da zucchero e di tabacco, le piantagioni al servizio dell’industria più avanzata costituiscono un esempio di come l’antico e il moderno, la brutalità e l’innovazione, la politica e l’economia si mescolino. Lo schiavismo delle piantagioni di cotone non è in sostanza un residuo antico e anacronistico che attende solo il diffondersi delle idee illuministiche per essere sbaraccato, ma un «nuovo» schiavismo, effetto della incredibile crescita del bisogno di materia prima. Non per caso la metà degli schiavi portati in America dal 1492 al 1888 vi giunge dopo il 1780.

Sottolineare come il capitalismo sia caratterizzato da una continua capacità di «rifare il mondo» e di adattarsi plasticamente al mutamento è senza dubbio un punto di forza del libro. E tuttavia, a ogni snodo cruciale, i fattori che producono quel necessario squilibrio capace di innestare il cambiamento non risiedono, in ultima analisi, nelle dinamiche esclusivamente economiche descritte da Beckert. vero che quel grappolo di invenzioni che costituisce il nocciolo duro della rivoluzione industriale non avrebbe avuto possibilità di espansione senza il complesso militare-commerciale britannico, ma è anche vero che l’innovazione non è l’effetto di tendenze economiche pregresse ma un vero e proprio salto in avanti qualitativo.

E ancora: è senz’altro vero che l’avvento di una manodopera salariata e capace di contrattare le proprie condizioni di lavoro metterà alla lunga fuori gioco l’industria del cotone europea, attorno alla metà del XX secolo, ma questo non va considerato un’evoluzione scontata, come sembra pensare Beckert, bensì il prodotto di profonde trasformazioni culturali e identitarie, che rimangono estranee alle sue tesi.

La morale del libro è che la globalizzazione capitalistica non è tipica del nostro tempo, in quanto il capitalismo è stato sempre globale. Ciò che è tipico del nostro tempo è invece, osserva Beckert, il fatto che si è rotta quella storica alleanza tra lo stato-nazione e le industrie nazionali. Le odierne multinazionali, pur mantenendo un paese di riferimento, non ne sono più, come una volta, la longa manus. Esse invece sviluppano strategie relativamente autonome, che possono anche non coincidere con quelle del paese che le ha originate. Sta qui, in questa rottura tra stati nazionali e imprese globali, e il conseguente processo di tendenziale autonomizzazione di queste ultime, l’elemento davvero originale del nostro tempo.


Il manifesto/Alias – 9 ottobre 2016