TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


mercoledì 23 novembre 2016

Icone dell’arte moderna.Torna a Parigi la collezione sequestrata da Lenin

    Paul Gauguin, Aha oe feii? (1892)

Sergei Ivanovich Shchukin era il più importante imprenditore russo d’inizio Novecento e aveva raccolto 256 capolavori, da Cézanne a Gauguin, da Monet a Picasso. I bolscevichi gli requisirono le opere. Che da ottobre sono in visione a Parigi alla Fondation Louis Vuitton.

Stefano Bucci

La collezione di due secoli sequestrata da Lenin


Chi era Sergei Ivanovich Shchukin? Il ritratto che ci restituisce di lui, il più importante industriale russo del suo tempo nato il 27 maggio 1854 a Mosca e morto in esilio a Parigi il 10 gennaio 1936, il (forse) non troppo celebre pittore norvegese Christian Cornelius Krohn ce lo mostra assai elegante e composto, barba e capelli grigi, braccia conserte, sguardo tranquillo, marsina impeccabile. Proprio come si conviene al terzo dei dieci figli di Ivan Vassily (self-made man venuto su dal nulla) e Ekaterina Petrovna Botkin (erede di una grande famiglia di mercanti di tè), che dopo aver frequentato la Scuola d’Impresa Gera in Turingia aveva preso il controllo dell’azienda di famiglia dopo la morte del padre nel 1890, sposato Lidia Koreneva (un cospicuo patrimonio di miniere in Ucraina) e avuto quattro figli (Ivan, Grigori, Sergei, Ekaterina). E che alla fine (per passione e forse per certificare definitivamente il proprio successo) si era scoperto persino l’animo da collezionista d’arte.

Ma quella tranquillità è solo un’apparenza. Perché il ritratto «ufficiale» di Shchukin firmato dal norvegese Krohn è del 1916 e pochi mesi dopo la Rivoluzione avrebbe annientato l’intero universo di Sergei. A cominciare dalla collezione che lui stesso aveva messo insieme, a partire dal 1908, nelle sontuose stanze di Palazzo Troubetzkoy. Qualche cifra: 8 Cézanne, 13 Monet, 16 Gauguin, 16 Derain, 37 Matisse, 50 Picasso. Otre a Renoir, van Gogh, Lautrec, Pissarro; ai nabis di Denis; ai fauves di Vlaminck; ai cubisti di Braque; alle opere di Puvis de Chavannes e Henri Rousseau. E poi le sculture africane in legno e bronzo, i dipinti dalla Cina e gli oggetti di arte applicata dal Medio Oriente che dimostrano la sua particolare (e modernissima) attenzione al naïf e al primitivo.

    Christian Cornelius Krohn, Ritratto di Sergei Shchukin (1916)

L’8 novembre 1918 un decreto del Commissario del Consiglio del Popolo, firmato da Lenin, avrebbe dunque dichiarato che la «storica Galleria Shchukin, sita in Bolshoy Znamensky pereulok n. 8 e tutto il suo contenuto sono di proprietà del popolo e sarà tenuta in custodia per l’educazione del popolo». L’inventario, effettuato dal conte Michael de Keller, genero di Sergei e marito della figlia Ekaterina, avrebbe all’epoca contato 256 pezzi. Dopo l’annessione il palazzo Trubetzkoy «e tutto il suo contenuto» sarebbe stato rinominato Museo di Stato di Pittura Occidentale n. 1 (GMNZJ) ma la collezione sarebbe stata divisa (nel 1948) tra il Museo Hermitage e il Museo Pushkin, diventando per lungo tempo (a causa delle guerre e dei regimi) in pratica invisibile.

La mostra ora curata da Anne Baldassari che la Fondation Louis Vuitton inaugura a Parigi il 22 ottobre riporta idealmente in vita negli spazi progettati da Frank Gehry il mondo di Shchukin. Sono 160 le opere esposte in questo viaggio incredibile tra i capolavori che Sergei aveva messo insieme solo per passione: il Dessert di Matisse (1908), L’homme à la pipe di Cézanne (1890-92), la Danseuse dans l’atelier du photographe di Degas (1875). In un allestimento che vuole evocare da una parte l’architettura del Palazzo Troubetzkoy (che poteva contare su «stanze private» per Gauguin e Picasso) e dall’altra, grazie all’installazione multimediale di Peter Greenaway e Saskia Bodeke, il mood di quel tempo.

    Henri Matisse, La Desserte. Harmonie en rouge (1908)

«Uno degli aspetti interessanti della figura di Shchukin — spiega a “la Lettura “ Anne Baldassari — è che collezionava contro il gusto della sua classe sociale e, in qualche modo, della sua epoca. Partendo dal principio che gli artisti derisi dalla critica e dalla borghesia, come Cézanne o Matisse, avevano necessariamente ragione e che compito del mecenate era seguirne le decisioni, accompagnandoli e aiutandoli nella loro creazione. Senza limitarsi più alla contemplazione e alla speculazione, con Sergei, il collezionista diventa un militante dell’arte». Proprio per questo, Shchukin avrebbe regolarmente aperto la sua collezione ( e il suo palazzo) al pubblico. «Proprio per questo — aggiunge Baldassari — avrebbe acquistato anche opere che non capiva: come la Donna con il ventaglio di Picasso del 1909 che per lungo tempo sarebbe rimasta confinata in un corridoio, senza essere degnata del minimo sguardo». Fino a quando non avrebbe (finalmente) deciso di credere in Picasso e di promuoverlo «comprando 50 tra le sue opere più importanti».

Come accade ai visitatori del museo Nissim de Camondo a Parigi è però la storia «privata» della famiglia Shchukin a colpire. Una storia in cui si intrecciano con regolarità arte, sentimenti e dolori. Tra il 1897 e il 1907 la collezione si arricchisce di 13 Monet (compresa la versione completa di Déjeuner Sur l’Herbe ), 8 Cezanne (compreso il Mardi Gras ) e 16 Gauguin tahitiani (che sarebbero stati appesi fianco a fianco nella sala da pranzo, in uno stile che ricordava quello delle icone ortodosse). Ma nel 1905 la famiglia sarebbe stata anche travolta da un primo, inaspettato dramma: quello del figlio più giovane, Sergei, suicida in un fiume ghiacciato. Due anni più tardi, nel 1907, dopo la morte della moglie, Sergei Shchukin parte così per un pellegrinaggio perché, convinto di essere responsabile delle proprie disgrazie, «voleva ridare un significato alla sua vita», dal Cairo attraversando il deserto del Sinai alla volta del Monastero di Santa Caterina, sulla montagna di Mosè.

Una volta ritrovata la pace, l’arte sarebbe di nuovo tornata in cima ai pensieri di Sergei: durante una visita a Parigi, Ambroise Vollard lo presentò a Leo e Gertrude Stein, che gli avrebbero fatto conoscere il mondo di Matisse e Picasso, un mondo che non lo salverà dalla tragedia successiva, quella della morte del fratello più giovane, Ivan Ivanovich. Dall’acquisto della natura morta di Matisse Piatto su un Tavolo nel 1906, trentasette tele e un disegno si sarebbero aggiunti alla collezione, compresa la Camera Rossa (1908), il Laboratorio Rosa (1911), Ninfa e Satiro (1908), il Café Marocchino ( 1913).

     Paul Cezanne, Maedi gras (1888)

I nuovi Matisse e i primi Picasso arrivavano a Palazzo Troubetzkoy, ed ecco l’ennesima tragedia: il terzo figlio Grigori suicida con un colpo di revolver. Intanto anche Mosca non riusciva più a capire cosa stesse facendo Shchukin: tanto che si vociferava che la tragedia avesse trasformato la sua mente e che avesse indotto il collezionista a un folle amore per scarabocchi e imbrattature, opere d’arte solo di nome. Nonostante questo Sergei avrebbe acquistato (tra il 1910 e il 1914) altri 16 capolavori di Matisse, compreso il Chevalier X , e due collage di Picasso Composizione con fetta di pera , 1914, e Composizione con grappolo d’uva e fetta di pera , 1914. Ma sarebbero davvero gli ultimi: la dichiarazione di guerra interruppe di fatto tutti i servizi postali tra la Russia e la Francia e gli ultimi due Matisse ( Donna seduta su uno sgabello e Studio con pesci rossi) furono prenotati ma non entrarono mai a far parte della collezione.

Nell’agosto 1918, l’addio (definitivo e in silenzio) alla Madre Russia: Sergei Ivanovich Shchukin parte in treno, con il figlio Ivan, per unirsi alla nuova moglie Nadejda Affanassievna e alla figlia Irina. Separando definitivamente il proprio destino da quello della collezione (che avrebbe perso assieme al palazzo). Nel 1923, ormai esule a Parigi, Sergei revocò anche il suo ultimo testamento in cui lasciava la collezione alla città di Mosca. Per condurre una vita tranquilla fino alla morte, nel 1936, circondato da opere di Raoul Dufy, Henri Le Fauconnier e Pedro Pruna. Ma con il cuore sempre chiuso nelle stanze di Palazzo Troubetzkoy.

Il Corriere della sera/La Lettura – 25 settembre 2016


Icone dell’arte moderna. La Collezione Shchukin è il titolo della mostra curata da Anne Baldassari per la Fondation Louis Vuitton di Parigi che ricostruisce la collezione di Sergei Shchukin (1854-1936). L’esposizione è in programma dal 22 ottobre al 20 febbraio 2017 nella sede della Fondation Louis Vuitton (8 avenue du Mahatma Gandhi, Bois de Boulogne, 75116 Parigi; Info Tel: + 33 1 40 69 96 00; www.fondationlouisvuitton.fr). In mostra 160 opere della collezione provenienti dall’Hermitage di San Pietroburgo e dal Pushkin di Mosca più due opere di Matisse (oggi al Moma di New York e al Musée National d’Art Moderne di Parigi) acquistate e mai consegnate a causa della guerra.