TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


giovedì 10 novembre 2016

Karkemish, il cuore delle grandi civiltà mesopotamiche, fra archeologia e guerra


Sul confine fra Turchia e Siria, a un passo dai territori contesi, Karkemish conserva i segreti di popoli e dinastie scomparse. Sfidando i cecchini, gli archeologi italiani hanno scavato in profondità trovando strati di reperti: «I vincitori facevano come l’Isis, eliminavano o disperdevano gli abitanti e distruggevano tutto». Una grande collina è oggi divisa tra postazioni militari e studiosi. Qui gli Ittiti esaltarono le loro conquiste prima di essere schiacciati dagli Assiri.

Livia Capponi

Nell’antichità Un crocevia commerciale e strategico


Karkemish è un’antica città sulle sponde dell’Eufrate, sul confine attuale fra Siria e Turchia. Contesa dai popoli fin dal Neolitico per la sua importanza strategica di snodo commerciale, è stata sede di grandi battaglie nella storia del Vicino Oriente. Di lei parlano già le tavolette di Ebla nel III millennio avanti Cristo e, dagli archivi di Mari e Alalakh, risalenti al 1800 a. C., sappiamo che era una città Stato indipendente, governata da un re, e un importante centro per il commercio del legname.

Intorno al 1600 a. C. fu inglobata nel regno nord-mesopotamico di Mitanni, unione di tribù guerriere di Hurriti, e nel 1350 fu conquistata dal re ittita Suppiluliuma I, che vi insediò uno dei suoi figli, Piyassili, come viceré, a costruire un polo ittita in Siria settentrionale. Crollato l’impero, la città rimase un’importante capitale neo-ittita dal XII all’VIII secolo. La dea patrona era Kubaba, signora dalla lunga veste che veniva rappresentata con uno specchio in mano, accompagnata dal dio Karhuha, associato alla caccia.

Nel 717 a. C. Karkemish fu conquistata dal re Sargon II, autore della massima espansione dell’Assiria, ma continuò a rivestire un ruolo di rilievo fino al 605 a. C., quando fu il teatro della battaglia campale in cui il babilonese Nabucodonosor II sconfisse, con un attacco a sorpresa, l’esercito del faraone Necao II, alleato degli Assiri, come raccontano la Cronaca babilonese e il libro biblico di Geremia. Necao, che nel 609 a.C. aveva già sconfitto e ucciso il re di Giudea Giosia nella battaglia di Megiddo (intorno a cui nacque l’immagine biblica di Armageddon), mirava a contenere l’avanzata babilonese in Siria, tagliando le rotte commerciali a cavallo dell’Eufrate. Dopo la vittoria, Nabucodonosor salì al trono, fondando un impero ricchissimo che andava dall’Egitto alla Persia, dall’Asia Minore al Golfo Persico; la sua conquista di Gerusalemme nel 586 a. C. diede inizio alla cosiddetta «cattività babilonese» del popolo ebraico.

In seguito Karkemish divenne parte dell’impero persiano, mentre nel successivo periodo ellenistico fu chiamata Europos come la città macedone da cui veniva il re Seleuco I, e continuò ad essere crocevia commerciale e militare fino al primo periodo islamico.


Lorenzo Cremonesi

Il pozzo delle Grandi Civiltà

A Karkemish c’è un pozzo. Lo si distingue appena tra le pietre antiche, i resti di mura, di strade pavimentate, delle colonne che tennero in piedi edifici fastosi. Un buco nero che avrebbe dovuto cancellare e far dimenticare per sempre intere civiltà, ma che con un paradosso ironico adesso contribuisce a salvarne la memoria. Per arrivarci occorre viaggiare tra il susseguirsi di colline arse, campi di pistacchi, lungo la linea di verde rigoglioso che marca le rive dell’Eufrate, per giungere al cuore di uno dei siti più celebri per generazioni di archeologi sui resti del palazzo reale. Monarca dopo monarca, regno dopo regno, qui stava il potere. E da tempo immemorabile in questo pozzo ogni volta i nuovi conquistatori gettavano l’anima e la memoria del nemico battuto. Una sorta di pattumiera millenaria destinata a marcare l’onta di generazioni di sconfitti. L’ennesima prova del fatto che da che mondo è mondo gli uomini si fanno la guerra. E, da quando esiste la guerra, l’idea dominante resta la distruzione dell’altro, il suo annientamento, la cancellazione della sua identità profonda.

«Vieni a Karkemish e tra le tante cose capisci che l’Isis non ha inventato nulla. Sin dall’antichità gli assedi delle città terminavano spesso con la sostituzione di una civiltà con l’altra. La conquista implicava lo sterminio, la riduzione in schiavitù o l’allontanamento verso le periferie delle popolazioni sconfitte. Ma c’era di più: i vincitori tendevano a cancellare i simboli, picconare e spezzare le immagini identitarie, la cultura e gli alfabeti del nemico caduto nella polvere», spiega a «la Lettura» Nicolò Marchetti mostrando l’apertura del pozzo scavato tra i resti dei mosaici pavimentali di quello che per secoli, addirittura millenni, fu probabilmente l’edificio più importante dell’antico nucleo urbano.

A prima vista parrebbe uno dei tanti anfratti tipici dei siti archeologici a più strati, una fessura che svela i livelli bassi delle fondamenta di città costruite le une sulle altre. «In verità, noi archeologi italiani e turchi vi abbiamo dedicato lunghi mesi di scavo. Sino ad arrivare a oltre 14 metri di profondità e scoprire che qui ogni volta i conquistatori gettavano i manufatti, le stele coperte di geroglifici, le tavolette scritte, le statue, i vasi, insomma le testimonianze di appartenenza collettiva culturalmente più rilevanti degli avversari appena conquistati», aggiunge Marchetti, il capo missione, inviato dall’università di Bologna in cooperazione con quelle turche di Istanbul e Gaziantep.


Storia, archeologia e testimonianza della violenza: da almeno un secolo e mezzo gli studiosi di tutto il mondo guardano a queste pietre con immutato interesse. I primi insediamenti risalgono al quinto millennio avanti Cristo, abbondano i bassorilievi di carri militari trainati da cavalli, scene di battaglie, fanti con scudi e lance, si ritrovano come sassolini sparsi sul terreno le punte di freccia. Ma è dalla seconda metà del terzo millennio, quando la città è per la prima volta citata negli archivi di Ebla, che essa diventa dominante. Ittiti, assiri e babilonesi fanno a gara per conquistarla. Sino poi sparire progressivamente nell’oblio sotto Roma.

Tanti paragonano Karkemish per rilevanza a Troia, Ur, Gerusalemme, Petra, Babilonia, Palmira, Ebla. Il British Museum vi lancia diverse campagne esplorative dopo il 1876. Persino Lawrence d’Arabia vi scavò con passione dal 1911 al 1914. E adesso i risultati di cinque anni di ricerche italo-turche ne rilanciano l’importanza. Proprio sul fondo del pozzo le scoperte più rilevanti: tre frammenti di tavolette in argilla con incisi a caratteri cuneiformi ben leggibili gli scritti di Sargon II, celebre re assiro, che verso la fine dell’VIII secolo avanti Cristo creò uno dei più potenti imperi della Mezzaluna Fertile.

La vicenda è nota agli storici. Ma oggi le drammatiche cronache della regione e persino lo stesso luogo dove è situata la grande collina di Karkemish creano una sorta di filo rosso cruento tra gli eventi bellici di allora e quelli odierni. L’antica acropoli, nella parte più alta, dove si pensa possa essere sepolto un archivio di tavolette cuneiformi forse simile a quello che ha immortalato Ebla, non molto distante da qui, è adesso occupata da una base militare guarnita di trincee, casematte, mitragliatrici pesanti e carri armati della Quinta Brigata corazzata turca. Nonostante le autorità di Gaziantep sperino di fare del sito un’attrazione turistica entro l’estate 2017, per ora si entra solo con uno speciale lasciapassare militare. È assolutamente vietato fotografare le postazioni belliche, ordine che spesso obbliga gli archeologi a censurare pesantemente le loro immagini del sito. L’area è larga almeno 92 ettari, di cui però 35 sono in zona siriana considerata ad alto rischio a causa della presenza di bombe inesplose e trappole. Per renderlo accessibile agli archeologi nella parte turca sono state bonificate oltre 1.300 mine, i campi tutto attorno ne sono ancora infestati.


Oggi come allora questo è un luogo di confini contesi: a nord la Turchia, a est i curdi siriani, a sud la Siria insanguinata dalla guerra. E anche agli italiani non sono mancati incidenti: ogni tanto un missile, una bomba, un proiettile, cadono nelle vicinanze. «Scavavamo sapendo che i cecchini dell’Isis ci seguivano con i cannocchiali dei fucili ad alta precisione», ricorda Marchetti. Ogni tanto si ode uno sparo, una raffica, uno scoppio. A poche decine di metri scorre l’Eufrate che, assieme alla ferrovia costruita dai tedeschi nel primo decennio del Novecento, segna il confine con la Siria. E proprio di fronte al sito, oltre l’alto muro in cemento grigio sovrastato da filo spinato voluto da Ankara in marzo per bloccare trafficanti, profughi e radicali islamici, sta Jarablus, che sino a poche settimane fa costituiva una delle roccaforti più agguerrite del Califfato di Al Baghdadi.

«Il 24 agosto il nostro esercito è intervenuto per scacciare l’Isis e creare una barriera contro le milizie dei curdi siriani. Ora le posizioni del Califfato sono spostate più a sud di 30 chilometri. I curdi invece restano arroccati con le loro armi sulle colline qui di fronte», indicano gli amministratori a Gaziantep, che non vogliono sia pubblicato il loro nome per il semplice fatto, ammettono, «che dal giorno del fallito golpe militare contro il presidente Erdogan a metà luglio siamo tutti sospettati e possibili indiziati. Tanti tra noi amministratori, archeologi e studiosi sono stati arrestati. Nessuno può sottovalutare l’eventualità di poter essere chiuso in cella in qualsiasi momento».



Non ci sono dubbi: l’involuzione totalitaria della Turchia contemporanea influenza pesantemente anche i ricercatori delle antichità. «Gli Ittiti si impadronirono della città più o meno nel 1350 avanti Cristo. È il momento di massimo splendore. Ma poi il loro regno si indebolisce, Karkemish diventa allora una potente città-Stato. Sino a che nel 717 l’assiro Sargon II non la conquista e dà vita a una sorta di welfare state dell’età classica. Lui ce lo descrive nelle tavolette che poi nel 605 il babilonese Nabucodonosor II, trionfante sugli Assiri dopo un lungo e sanguinoso assedio, farà gettare nel pozzo. Sono resoconti dettagliati e certamente di autopromozione delle sue opere pubbliche, che vanno dal rafforzamento delle già poderose mura difensive ripide e alte oltre trenta metri sulla piana circostante, alle dighe sull’Eufrate, ai canali per l’irrigazione dei campi», racconta entusiasta Hasan Peker, filologo dell’università di Istanbul.

Ho costruito, aperto nuovi corsi d’acqua, incrementato la produzione del grano, rinforzato le porte con cerniere di bronzo, allargato i granai, costituito un esercito con 50 carri, 200 cavalli, tremila fanti… e ho reso il popolo felice, fiducioso in se stesso si legge dalle traduzioni. Una parte dei ritrovamenti viene dal deposito dell’abitazione di Lawrence. Una vicenda che ancora una volta si intreccia con i grandi eventi della storia mondiale. Nel 1911 il 23enne neo-laureato a Oxford con una tesi sui castelli crociati è affascinato dalle ricerche sul campo. Nel cuore della cittadella di Karkemish fa costruire la sua abitazione, che ospita anche la camera oscura per lo sviluppo delle lastre fotografiche, e un deposito di materiali. Ogni anno vi trascorre lunghi mesi di lavoro, è un ricercatore coscienzioso, attento. Nel tempo libero studia l’arabo, che impara alla perfezione. Qui sboccia anche la relazione amorosa con il suo assistente arabo, Dahoum, che poi morirà di febbre spagnola nel 1918 e a cui Lawrence dedicherà il suo I Sette Pilastri della Saggezza.


Ricorda Marchetti: «Nel maggio 1914 il giovane inglese finisce la sua campagna di scavi, pronto a tornare in settembre. Ma in mezzo scoppia la guerra. Ogni attività viene bloccata». La zona diventa off limits. Nelle sue vicinanze si consuma la tragedia armena. Crolla l’impero ottomano. Lawrence è in prima fila ad aizzare gli arabi contro i turchi. Da qui transitano poi i nuovi, controversi confini imposti dalla potenze coloniali vittoriose. Ma appena dopo Ataturk, il grande padre del moderno nazionalismo turco-anatolico, scaccia gli stranieri, a maggior ragione se sono inglesi. Si bloccano le spedizioni archeologiche internazionali: su Karkemish calano polvere e silenzio. Lawrence non avrà mai più modo di tornare sul posto. Ogni ricerca tace. Non pare vi siano stati furti rilevanti, non si registrano tombaroli. Semplicemente il sito viene usato come cava, violato dall’espansione urbana, danneggiato dalla presenza dei militari.

Sino al 2011, quando arrivano gli italiani coadiuvati dai ricercatori locali e iniziano subito a scavare presso il rudere della casa di Lawrence. «Come d’incanto abbiamo ritrovato migliaia e migliaia di reperti che gli inglesi non avevano mai più potuto recuperare. Erano il loro deposito rimasto abbandonato per un secolo. Dunque le prime fasi del nostro lavoro sono state assolutamente proficue, addirittura strabilianti», ammettono gli archeologi.


È così la spedizione italo-turca a gettare luce e dare un senso compiuto al materiale trovato da Lawrence e i suoi colleghi. Dal 2012 i manufatti vengono catalogati e metodicamente studiati. Oggi la successione delle civiltà che per quasi sei millenni abitarono Karkemish è stata datata e compresa. «Le nostre prossime ricerche vorrebbero concentrarsi sulla parte siriana. Questa venne brevemente vista da archeologi anglo-americani prima dello scoppio delle primavere arabe nel 2011. Ma non è stato affatto sufficiente», spiegano. Tre settimane fa con Marchetti abbiamo provato ad attraversare il confine per visitare l’area di Jarablus. Ma i soldati turchi stavano facendo brillare le mine e ci è stato vietato. Per quello che si è potuto capire tuttavia, al contrario di altri siti celebri in Iraq e Siria, qui non c’è stata alcuna metodica attività di rapina e trafugamento di manufatti.

L’Isis si è preoccupata solo di fare la guerra e scavare trincee. «Non temiamo i tombaroli, piuttosto lo sviluppo urbano senza regole, che nel caos della guerra civile rischia di danneggiare reperti importantissimi», dice Marchetti. Tuttavia, poco o nulla garantisce che la situazione possa pacificarsi nel breve-medio periodo. A Jarablus, ancora ferita dai crimini dell’Isis, l’esercito turco deve tenere a bada almeno sei tribù e sette milizie locali formalmente alleate al Nuovo Esercito Siriano Libero, la coalizione di forze sostenute da americani e turchi che combatte l’Isis e allo stesso tempo il fronte legato a Bashar al-Assad. Ma è lo stesso Rahmo Kocaaslan, il notabile turco incaricato da Ankara di supervisionare l’amministrazione di Jarablus, a confidarci che «queste stesse milizie e forze siriane locali sono in costante attrito tra loro, litigano per nulla: dal controllo della distribuzione del pane alla gestione dell’acqua e dell’energia elettrica fornite da noi turchi».

Nel 2010 la città aveva 30 mila abitanti, scesi a 20 mila con l’Isis. Ora se ne contano 23 mila, ma in grande maggioranza sono profughi di altre località siriane che abitano come squatter nelle case abbandonate. Aleppo dista un’ottantina di chilometri in linea d’aria. Gli echi della battaglia arrivano forti su questo tratto di confine. E le memorie lunghe del pozzo nel palazzo di Sargon non fanno che sottolineare quanto sia pesante, minaccioso e distruttivo il retaggio della guerra.


Il Corriere della sera / La Lettura – 9 ottobre 2016