TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


martedì 8 novembre 2016

Nostalgia (di Napoli). L'ultimo romanzo di Rea



Un’amicizia nel Rione Sanità, un delitto (forse) senza castigo. Una Napoli terribile e bellissima protagonista dell' ultimo romanzo di Rea.


Corrado Stajano

La Napoli del riscatto per l’ultimo Rea



È l’ultimo ritorno nella sua Napoli amata e disamata questo libro, Nostalgia , che esce ora e che Ermanno Rea, morto a Roma proprio un mese fa, non può vedere. Per tutta la vita aveva pensato a quella storia che in un tempo lontano era successa nel Rione Sanità dove da bambino aveva vissuto lunghi periodi nella casa dei nonni, in via dei Cristallini, proprio nel cuore del quartiere, una strada lunga come una lama affilata. Era nato poco lontano, in piazza Cavour 8, conosceva bene la Sanità e quella vicenda sanguinante che era venuto a sapere, espressione di tutto un modo di vivere. Doveva raccontarla, un giorno, diceva a se stesso, anche per liberarsi dell’antica angoscia. Ma tra timori e desideri, viaggi, lavoro e altri libri che l’avevano preso aveva sempre rimandato. Fino all’ultimo.

Nostalgia , «il dolore del ritorno», è ora quasi il sigillo doloroso di quel che accadde, di grande forza narrativa, dove il passato si mescola al presente, dove realtà e immaginazione si sommano con naturalezza. Il romanzo è differente, anche nello stile, dagli altri suoi romanzi. Non c’è traccia in Nostalgia di personaggi dal fascino misterioso di Francesca, protagonista del suo capolavoro, Mistero napoletano , l’amore indicibile, la donna romantica che si uccide lasciando come testamento una poesia di Rilke, Alcesti ; non c’è neppure traccia di personaggi realisti come Vincenzo Buonocore, protagonista della Dismissione , l’operaio sofferente che lavora a smontare l’Ilva di Bagnoli a cui aveva affidato la vita.

Il libro racconta la Napoli più cruda e ferina, ai piedi di Capodimonte, la Kasbah della metropoli, costruita su grotte, anfratti, androni oscuri, catacombe, strapiombi di tufo, «bassi fatti apposta per ingoiare chi fugge». È chiamata anche la Valle dei morti, era, o forse è ancora, tra criminalità e degrado, uno dei posti più derelitti d’Europa. Dove talvolta spuntano, chissà come, misteriose isole di giardini incantati. E dove, quasi un ossimoro, nacque Totò, il tragico buffone, e dove Eduardo De Filippo ha ambientato tante delle sue Cantate e anche Il sindaco del Rione Sanità.



Che cosa accadde nel quartiere a turbare la fantasia dello scrittore? Il libro racconta la storia di due ragazzi, Oreste, detto Malommo, e Felice, nati negli anni Cinquanta del secolo passato. I guanti e le scarpe di lusso erano a quel tempo la ricchezza di chi lavorava alla Sanità, apprezzati in tutto il mondo fino al crollo provocato dalla seriale moda cinese che spense nei vicoli le luci delle lavoranti a domicilio. La madre di Felice era una guantaia raffinata ed elegante, «la signora», veniva chiamata. I genitori di Oreste erano di un’altra qualità, se la cavavano rubacchiando, litigavano, soprattutto. La madre del ragazzo era una «vaiassa», come vien chiamata a Napoli la donna che urla.

I due sedicenni cominciavano presto a impratichirsi nell’arte dello scippo. Felice era un motociclista provetto. «Si’ nu dio! Nisciuno corre comm’a te!». Sulla sua Gilera 125 si sentiva davvero un dio. Ma quella moto era il suo tesoro. Per gli scippi i due ragazzi rubavano Vespe, Lambrette con targhe contraffatte che poi gettavano nei dirupi. Felice era il pilota, Oreste, alle sue spalle, il ladro provetto nel rubare, con le sue mani a uncino, borse, borsette, ciò che capitava.

Oreste, figlio di un ladro che non aveva fatto carriera, voleva diventare un grande della malavita. Sentì un giorno che era arrivata l’occasione. Propose al suo coetaneo di entrar di notte nella casa di un noto strozzino, Gennaro Costagliola, per rubargli i soldi e i gioielli custoditi in un nascondiglio di cui era riuscito a conoscere i segreti. Felice era titubante, silenzioso: «Feli’, te sì ’ncagliato?». L’amico finì per acconsentire. Andò tutto alla malora. Felice restò ad attendere nello studio dello strozzino, Oreste entrò nella camera da letto dove erano custoditi i beni da rubare. Gli era stato assicurato che Costagliola quella notte l’avrebbe passata lontano da casa. Era nel suo letto, invece. Felice vide Oreste uscire dalla stanza con le mani sporche di sangue, aveva ucciso lo strozzino con una statuetta di bronzo. Felice volle andare a vedere guidato da una torcia, «con il cuore che batteva lento e lontano». Costagliola «aveva la statuetta di bronzo ancora accanto alla testa fracassata: la morte splendeva come una fiaccola, inconfondibile nella turpe impudicizia del lago di sangue che continuava a spandersi intorno al suo capo».



Il delitto fa da cesura alla vita di Felice. Rea, con sapienza e ironia, affida il racconto a un cardiologo in pensione, l’io mascherato dello scrittore che con le turbe del cuore ebbe grande dimestichezza.

Dopo la notte del delitto Felice non mangiava più, non dormiva, la depressione l’aveva strozzato. Era innocente, ma non del tutto di quella morte, complice, piuttosto, come dimostrare a un giudice che era stato Oreste a impugnare la statuetta? La sua esistenza era finita, pensava, con lo spauracchio della prigione. A salvarlo arrivò uno zio, imprenditore a Beirut, che lo convinse a partire con lui, l’avrebbe fatto lavorare nelle sue aziende che costruivano dighe, viadotti. Felice si convinse, andò nel Libano e poi in Egitto, in Liberia, nel Botswana, uno Stato dell’Africa del Sud, sposò Arlette, divenne un bravo imprenditore. Passarono quarant’anni. Ma Felice non aveva dimenticato la notte dello strozzino. Un tormento. Le ferite profonde, anche se vecchie, seguitano a sanguinare. Decise di tornare. Il Rione era per lui un tarlo roditore. Felice andava a cercare la sua adolescenza. Un ispettore generale, come Ermanno Rea che ritrova alla Sanità la Storia, la sua e quella della città dov’è nato, l’archeologia, la geografia, i Borboni, Gioacchino Murat, l’amata Napoli 99 eternamente sconfitta.

Felice vuol rivedere, chissà perché, il suo antico amico-gemello, Oreste, diventato un gran boss della delinquenza, un duro che controlla bande criminali di taglieggiatori, ricettatori, la prostituzione, e vive come un pascià in una gran casa di lusso. La vicenda finisce in una nuova tragedia.

Con inescusabile ignoranza culturale e arretratezza civile e politica il risvolto editoriale di Nostalgia scrive che il libro è «un omaggio alla Napoli malavitosa e ribelle del Rione Sanità, ai suoi eroi, alle sue vittime».



In realtà Ermanno Rea, alla fine della vita è tornato al Rione Sanità per raccontare non soltanto la Napoli nera, ma anche l’altra Napoli, quella che ha voglia e necessità di ricominciare, nonostante i laceranti dolori: il segretario della Sezione comunista Rashid Kemali che si batte nel nome della legalità sepolta; Adele, la ragazza dei bassi oscuri che è riuscita a laurearsi in Storia dell’Arte, «la prima archeologa nata per partenogenesi da un grande sito archeologico (...) lasciato imputridire nell’incuria più assoluta».

E, soprattutto, padre Rega, prete dei poveri e degli esclusi, parroco di Santa Maria della Sanità, il Monacone, che è riuscito a creare una comunità di ragazzi, a dargli coraggio e dignità, a inventare per loro opere e giorni, togliendoli dal ghetto della malavita. Un prete che crede ancora nei rapporti umani e nei saperi che possono dar fiato al fare onesto.

È anche il Rione del riscatto possibile quello narrato da Ermanno Rea, la sua è una scrittura limpida e fluida, che nasconde con maestria il furore. Non c’è solo camorra e malavita alla Sanità. Lo scrittore credeva nel detto inventato da qualcuno, «Lasciateci almeno la speranza nella speranza».


Il Corriere della sera – 13 ottobre 2016