TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


giovedì 17 novembre 2016

Perchè solo noi. Linguaggio ed evoluzione


Sulla genesi del linguaggio umano Chomsky non rifiuta più il neodarwinismo. Un libro, appena tradotto in italiano, riapre il dibattito fra evoluzionisti e linguisti (di scuola chomskiana).

Telmo Pievani

Evoluzione. Resta un giallo la comparsa del linguaggio



Un abisso separa Homo sapiens da tutti gli altri animali: il linguaggio. In quanto abisso, la sua evoluzione resta un mistero, anzi un giallo. In Perché solo noi (Bollati Boringhieri) due autorevoli linguisti del Mit di Boston, Robert Berwick e Noam Chomsky, provano a cercare il colpevole e pensano di averlo finalmente trovato. Innanzitutto chiariscono che cosa si è evoluto, cioè il nocciolo della facoltà linguistica umana espressa nei suoi minimi termini. Noi parliamo grazie a principi computazionali semplici e ottimali. L’organo del linguaggio è un processo cerebrale basato su un minimo di regole trasformazionali, uniformi e geneticamente fissate in tutti gli esseri umani moderni, indipendentemente dalla lingua specifica che poi istintivamente impariamo da piccoli.

Questa grammatica generativa trova il suo fulcro nella struttura gerarchica della sintassi, che ricorsivamente ci permette di esprimere combinazioni potenzialmente infinite di frasi. Va da sé che, una volta definita la facoltà del linguaggio in questi termini minimalisti e computazionali, come una macchina interna perfetta, una capacità del genere ce l’abbiamo solo noi: nessuna speranza di avvicinamento a questo modello sintattico gerarchico per gli uccelli canori, i cetacei, i primati. E nemmeno per i cugini stretti neanderthaliani.

Tutto il resto, cioè l’esternalizzazione del linguaggio, è secondario. La relazione col mondo esterno, attraverso vocalizzazioni o segni, è condivisa con altri animali in vario grado, ma non è decisiva, perché il linguaggio non si è evoluto per la comunicazione, secondo Berwick e Chomsky. Ciascuna delle innumerevoli lingue di cui abbiamo traccia scritta negli ultimi 5.000 anni è come una stampante che trascrive in modo ogni volta diverso il lavoro dello stesso computer: ciò che conta è il processore interno, che è universale.

Ma come si è evoluta la capacità innovativa di assemblare gerarchicamente le strutture sintattiche? Chomsky rinuncia alla vecchia idea secondo cui il linguaggio sarebbe troppo complesso per essersi evoluto gradualmente come pensava Darwin. Non rifiuta più in blocco il neodarwinismo, e questa è una buona notizia per riaprire un dialogo tra evoluzionisti e linguisti (chomskiani). La nuova ipotesi è che il linguaggio si sia evoluto come effetto casuale propagatosi in un piccolo gruppo, come una mutazione innovativa emersa per deriva genetica più che per selezione naturale. Insomma, una combinazione di circostanze rare e fortunate.

Più precisamente lo scenario è quello di un leggero e rapido ricablaggio neurale (si suppone la chiusura ad anello di un fascio di fibre tra aree ventrale e dorsale), cioè un bricolage evolutivo a partire da circuiti corticali già esistenti, innescatosi a partire da una piccola mutazione genetica accaduta intorno a 80 mila anni fa in un ristretto gruppo umano africano, di cui siamo tutti discendenti. Un piccolo cambiamento biologico con grandi effetti mentali.


Così nacque secondo i due autori la capacità generativa ricorsiva potenzialmente infinita del linguaggio umano, che portò Homo sapiens a uscire dall’Africa e a dominare il mondo, estinguendo le altre forme umane come Neanderthal e Denisova, che non avrebbero avuto questa riorganizzazione cerebrale. Il vantaggio non fu quello di comunicare meglio, ma di pensare meglio, attraverso un collante cognitivo interno che integrò in modo nuovo gli altri sistemi percettivi e cognitivi. Il linguaggio quindi si sarebbe evoluto per il pensiero, permettendoci combinazioni infinite di simboli e la creazione mentale di mondi possibili. Solo successivamente si diversificarono le lingue, come espressioni contingenti di questa capacità.

La congettura è suggestiva e fa leva su indizi interessanti, anche se ve sono altrettanti che sembrano smentirla: per esempio i segni crescenti di intelligenza simbolica in Neanderthal e forse anche in specie più antiche. L’ipotesi stessa di Berwick e Chomsky prevede in molti passaggi la selezione naturale e non è vero che la biologia moderna «si è allontanata dall’originaria concezione darwiniana dell’evoluzione come cambiamento adattativo risultante dalla selezione tra individui».

Il problema maggiore di questa impostazione sta nel presupporre ancora che la teoria evoluzionistica odierna implichi uno stretto gradualismo funzionalista, con l’obbligo di ipotesi che prevedano successioni di modificazioni lievi e numerose, su tempi lunghissimi. Ma quello è solo il darwinismo stereotipato difeso da alcuni divulgatori come Richard Dawkins e Steven Pinker, che è sbagliato identificare come esponenti della «biologia mainstream ». L’evoluzione è un gioco complesso di relazioni ecologiche, mentre nel libro non si fa alcun cenno al contesto reale in cui tutta questa bellissima storia sarebbe avvenuta. Il giallo, dunque, continua.


Il Corriere della sera/La Lettura – 16 ottobre 2016