TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


martedì 22 novembre 2016

Virginia Woolf



In libreria le prose brevi della scrittrice inglese, scritte dal 1906 al 1941, che ne raccontano i primi tentativi e l'evoluzione della scrittura. Presentiamo un'anticipazione tratta dall'introduzione al volume.

Liliana Rampello

Virginia Woolf

C’è sempre qualcosa di meraviglioso ed eccitante nel leggere o rileggere Virginia Woolf. Da qualsiasi pagina si parta, improvvisamente si scoperchia tutto un mondo, e tutto è legato, e lei è così intera, integra, così sempre se stessa, quando scrive, quando pensa, quando legge, quando cammina, quando viaggia, quando conversa, quando ride, scherza, gioca, e quando ci viene incontro con la sua mente luminosa, che non importa se è la prima o l’ennesima volta che abbiamo in mano un suo libro, ecco: la cosa che non avevamo ancora visto, che non avevamo mai capito, tanto è immensa, tanto è vera, è lì, ancora capace di abbagliarci dopo un secolo. Di questo suo variato immaginare sono notevole e sorprendente espressione tutti i racconti raccolti ora in Oggetti solidi, accompagnati da qualche breve prosa, schizzi che si proponeva eventualmente di riprendere, riscrivendoli più e più volte, quando ne avesse avuto voglia o bisogno.

Ne fanno fede, certo in modo obliquo, i suoi primi racconti, che mettono in scena molte tematiche che le saranno sempre care, e che si svilupperanno nella più ampia tessitura dei romanzi o ritroveremo imbullonate nell’intelaiatura dei suoi saggi, così come questi e quelli illumineranno a loro volta i movimenti di un racconto o dell’altro, movimenti che capita di scoprire a volte solo per via di un lampo improvviso.



Phyllis e Rosamond, per esempio, nasconde nel buio della sua ovatta molti semi vivi che riguarderanno l’interesse costante di Virginia Woolf per le vite comuni, di donne «ordinarie», le vite «degli oscuri», «degli eccentrici», di quelle ragazze che, sorde alle sirene dell’emancipazione che le renderebbe banalmente simili ai loro fratelli, hanno come luogo di lavoro il salotto, il luogo della conversazione e del mercato matrimoniale, poiché è lì che imparano a conoscere il desiderio e i suoi limiti, l’illibertà e la dipendenza, la paura e l’automoderazione […]

Ma è ora di passare al secondo gruppo di racconti (1917-1921), che merita una diversa riflessione. Siamo di fronte a un mutamento profondo, a una maturità che comincia a esplorare con coraggiosa consapevolezza la forza del proprio stile e lo appoggia definitivamente sul ritmo: lei, come Marcel Proust, sa che lo stile non è mai questione di tecnica, ma di visione, che «lo stile è una cosa molto semplice; è solo ritmo» e che la sua essenza «è arcana e va in profondità assai più delle parole».

Qualcosa è successo. Qualcosa comincia a farle credere che ci sia una via formale, stilistica, per attraversare la contraddizione che da sempre la ossessiona: «La vita, insomma, è molto solida o molto instabile?»; e la sua mente vira veloce, spontaneamente, verso la poesia e la pittura. Le parole dovranno aprire lo spazio al tempo dell’immagine verbale, il qui e ora di un presente assoluto.
Il segno sul muro rapisce e imprigiona chi legge dentro allo sguardo e alla mente narrante, che vaga e divaga da un pensiero all’altro, scandendo quel ritmo interiore che ridisegna ogni volta la macchia in modo diverso: «non è questo», «non è questo»… ciò che si vede porta a espressione la realtà strappandola all’irrealtà, lo sguardo non descrive, il pensiero è impreciso, il piacere più intimo è adorare il mondo «impersonale» che non dipende da noi, che si rivela nella sua verità inaspettata, teatrale, solo nell’ultima riga.

"Le parole non vivono nei dizionari, vivono nella mente"(V.Woolf)

Kew Gardens, secondo Katherine Mansfield, fin dal primo paragrafo ci fa consapevoli di un senso di pace: «la sua storia vi è immersa come in una luce calma e immobile, tutto è sospeso, sì, sospeso. Qualunque cosa può accadere, il suo mondo è come in punta di piedi». Un romanzo non scritto spalanca di colpo il futuro della forma. Basta lo scompartimento di un treno, non per non scrivere un romanzo, ma per scriverne cento, basta guardare Minnie Marsh per guardare la vita, perché «la vita è quello che si vede negli occhi della gente».

È questa la materia inafferrabile che, d’ora in poi, chiede quella forma che la Woolf sa con certezza dover essere un ritmo che non strutturi, ma accompagni il volo della mente. Ritmo come poesia capace di fermare il tempo nello spazio dell’immagine, saturandolo, e di rendere tutto impersonale, disincarnato: «Ma quando l’io parla all’io, chi è che parla?». Mostrare la vita così com’è, il segreto nascosto: «Non è precisamente la bellezza che intendo. È che la cosa basta in se stessa: pacificamente compiuta». Solo questo oltre la cosa in sé è reale, diventa reale quando affiorando nello squarcio del tessuto invisibile dell’esperienza quotidiana sotto forma di choc, di scossa, di «momento d’essere», ci restituisce nell’attimo il senso vero e unico, puntuale, dell’intero del tempo e della vita, purché sia messo in parola, purché l’estasi della visione trovi la forma della sua espressione […]

Tra il 1922 e il 1925 il piano delle prose brevi mostra il volto familiare di due fiabe e quello concentratissimo della scrittura di Mrs Dalloway. È la mente allegra e disponibile di zia Virginia che intravediamo dietro alla Vedova e il pappagallo. Anche Le tendine di Tata Lugton è scritto per la nipote Ann, e dispiega le meraviglie senza freni della woolfiana immaginazione animale.
Ben sette dei racconti di questi anni invece si radunano attorno alla «coscienza della festa», secondo quanto lei stessa scrive in vari momenti del suo diario.

I temi, investiti di una vera e propria esplorazione psicologica, sono quelli che hanno turbato la Woolf fin da ragazza con la loro ambiguità (gioiva delle uscite in società più prima che durante): il senso di inferiorità e inadeguatezza, l’incertezza mista a noncuranza sull’abbigliamento, la solitudine, la conversazione come forma di conoscenza primitiva e quasi intuitiva, in cui una sola parola o un solo gesto possono riassumere comportamenti di tutta una vita, l’io profondo e la superficie degli obblighi mondani, il ripresentarsi dei ricordi di infanzia, l’amore per gli altri e i suoi camuffamenti, il giardino e il salotto, sfondo di diverse visioni […]



L’ultima manciata di racconti si mescola a brevi schizzi, abbozzi, scene che accompagnano la scrittrice tra il 1926 e il 1941, anno della sua morte. Benché tutti abbaglianti di bellezza, per concludere scelgo solo tre racconti di questo gruppo. La signora nello specchio perché il suo primo spunto, trasparente, e per questo esemplare di un metodo e di un’abitudine, si trova nelle righe del diario del 20 settembre 1927: «Quante storielle mi girano per la testa! Per esempio: Ethel Sands che non legge le sue lettere. Ciò che implica questo. Si potrebbe scrivere un libro di scene isolate, brevi e significative. Ella non apriva le sue lettere».

Un libro, un racconto, una scena, non importa, quell’immagine comincia a lavorare e finisce per narrare milioni di cose. Fra le prime, l’importanza di due elementi spesso ricorrenti in ogni registro della sua scrittura, lo specchio e la finestra, oggetti solidi o metafore: del riflesso, della rifrazione, del mutevole/immobile, del dentro/fuori, interno/esterno, superficie/fondo, verità/miraggio? E ancora e infine della metamorfosi cui l’immaginazione sottopone la realtà, caricandola di simboli che la traducono trascendendola. Il lascito, poi, con al centro il diario di Angela Clandon, chiude il grande cerchio aperto con uno dei suoi primi racconti:

«Quindici piccoli volumi, rilegati in pelle verde», eredità di un silenzio che sarà la straordinaria miccia con cui Virginia Wolf racconta l’esplosione della vita di una coppia. Il narcisismo di un marito, irriso con sarcasmo feroce, la vita segreta di una moglie, il suo coraggio di vivere e morire oltre il destino che le è stato assegnato. È uno dei molti momenti in cui la Woolf mette in scena uomini e donne e l’eterno conflitto che li divide quando l’uomo è confinato, felice prigioniero, di un patriarcato che lo acceca e gli impedisce di capire dov’è la vita che vale vivere. Un finale terribile, stupendo, secco.

Spesso la perfezione di un grande scrittore si mostra anche nella sua capacità di farci vivere dentro a una speciale atmosfera, e l’incandescente grandezza di Virginia Woolf è quella di saper creare in molti di questi suoi racconti un’atmosfera che accoglie, insieme alla bellezza del mondo, la guerra, la morte, le grida, i colpi di pistola inattesi, i suicidi, la paura, la frustrazione, e di riuscire a immetterli tutti nel flusso della vita stessa, che è sempre più forte, che è sempre esperienza palpitante di emozioni; la morte con lei, per lei, non è mai mortifera. Per questo i suoi «gomitoli di spago» sanno raccontare l’unica verità possibile, «la vita nuda come un osso».


Il Manifesto – 10 novembre 2016