TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


domenica 11 dicembre 2016

Al caffè degli esistenzialisti


In libreria una storia dell'esistenzialismo, più che filosofia (Sartre lo leggevano in pochi) una pervasiva (e un po' ridicola) moda culturale degli anni Quaranta e Cinquanta. A Parigi furoreggiava nei caffè del Quartiere latino, da noi molto più provincialmente nei salotti della sinistra bene

Antonio Gnoli

Nessuno va più al caffè con Sartre

Chissà se oggi – nelle condizioni certo sfavorevoli che ci troviamo a vivere – incontreremmo mai, in un caffè parigino, quel giovane trio che agli inizi degli anni Trenta discettava delle novità accadute in Europa. Chissà, insomma, se le labbra da cernia di Sartre o quelle più altezzose di Aron, o magari la giovane e ambigua vestale, che rispondeva al nome di de Beauvoir, si sarebbero messe concitatamente a discutere della fine della democrazia e dell'avanzata imperiosa dei populismi. Non è difficile immaginare che quel periodo presentasse alcune forti analogie con il nostro oggi: come la perdita di fiducia in quelle élite politiche che avrebbero dovuto affrontare il caos e non seppero farlo.

In un certo senso, i tre i nostri protagonisti hanno offerto nel corso delle loro prestigiose carriere risposte intelligenti, ma non sempre adeguate. Hanno immaginato – soprattutto la coppia Jean-Paul e Simone – che l'impegno (il famoso engagement) sarebbe stato utile agli intellettuali stanchi di essere chiamati chierici e per giunta traditori. Quanto ad Aron, dopo quel breve periodo di intesa tra petits camarades, proseguì autonomamente sulla sua strada disseminandola di valori atlantici e liberali, i soli baluardi efficaci, a suo dire, contro il ritorno di fascismi e di comunismi. Troppa acqua è passata sotto i ponti per non chiedersi se l'esistenzialismo, del quale almeno Sartre e de Beauvoir, furono interpreti ascoltati e autorevoli, abbia ancora qualcosa da dire alle nostre coscienze e ai nostri occhi sotto i quali scorrono le pagine di Al caffè degli esistenzialisti, di Sarah Bakewell (Fazi).


Avendo già scritto un bel libro su Montaigne, era fatale che prima o poi Bakewell mettesse il naso in quel pulviscolo filosofico che è stato l'esistenzialismo contemporaneo. E lo ha fatto, con molte buone ragioni, raccontando la vita e il pensiero di diversi filosofi, divertendosi a "fotografarli" ai caffè, molto in voga nella Parigi del dopoguerra.

L'autrice palpita dopo aver letto La nausea di Sartre, preferendo il romanzo sartriano allo Straniero di Camus. Non manca di apprezzamenti ironici verso la promiscuità sessuale di certi protagonisti (de Beauvoir in testa), segue con commozione le difficili vicende di un personaggio come Husserl, apprezza Heidegger pur cogliendone la povertà umana e l'insolenza teorica. Ne usciamo, insomma, dopo oltre quattrocento pagine, con la sensazione di avere a disposizione un quadro abbastanza fedele di che cosa sia stato quel fenomeno filosofico e quanta moda abbia prodotto il suo stile.

Come in un'istantanea Bakewell ne fissa l'origine tra il 1932 e il 1933 «Quando tre giovani filosofi siedono al caffè Bec-de-Gaz in Rue de Montparnasse, a Parigi, aggiornandosi sugli ultimi pettegolezzi e bevendo la specialità della casa: cocktail all'albicocca». Ne viene fuori un quadretto istruttivo. Aron sempre informatissimo (a quel tempo studiava a Berlino) suggerisce a Sartre di trascorrere un po' di mesi in Germania. Perché è lì che la filosofia sta facendo passi notevoli: grazie alla fenomenologia di Husserl, e a un certo Heidegger il cui libro Essere e tempo sta mettendo a soqquadro l'ambiente accademico.

Per dei francesi, piuttosto disinvolti, che cosa poteva avere di eccitante la fenomenologia? Al di là delle complicazioni, dovute soprattutto alla lingua tedesca, la fenomenologia agli occhi di Sartre sgombrava il campo filosofico da tutte le incrostazioni interpretative. Husserl invitò i suoi allievi ad andare alle "cose stesse". Come se dicesse: lasciate perdere tutto quello che la filosofia ha pensato fino a questo momento, ignorate i sistemi, non perdete tempo a esaminare le scuole filosofiche che si sono susseguite. Badate solo al senso delle cose. Più che ai concetti pensate alle situazioni. Siate fenomenologi: sospendete i giudizi e raccontate quello che vedete. L'invito del vecchio filosofo fu accolto da Sartre: se Husserl ci incoraggia a descrivere il mondo, chi meglio di me, che sono anche scrittore, potrà farlo? Chi più di me potrà parlare di tutto: dai cocktail, appunto, ai camerieri che li servono, fino all'esistenza umana che li precede. «L'esistenza precede l'essenza», così Sartre formulò il suo programma filosofico.

Quella frasetta l'aveva in qualche modo orecchiata da Heidegger e adattata alla sua visione umanistica. Il contrario, insomma, di ciò che il filosofo tedesco intendeva con la parola "esistenza", cioè un prerequisito antimetafisico e non un programma per una filosofia che avrebbe preso il nome di "esistenzialismo". Fu grazie al successo di Sartre che l'esistenzialismo si trasformò in una sottocultura o meglio in una moda che Parigi cavalcò con raro tempismo: musica, pittura, letteratura, cinema, tutto finì tra gli anni Cinquanta e Sessanta sotto il segno di una filosofia che decretava, con qualche ritardo rispetto a Nietzsche, la morte di Dio, la solitudine dell'uomo, il peso drammatico della decisione. E quindi della libertà. Mai parola più compromessa e ambigua fu adoperata con tanta disinvoltura.


Infastidito e preoccupato che si potesse ricondurre l'esistenzialismo ai suoi "sentieri interrotti" e al suo piccolo "Dasein" (Bakewell lo riduce a l'"essere quotidiano"), Heidegger scrisse un libello che deluse Sartre e i suoi amici. La lettera sull'Umanismo non solo decretava la distanza hedeggeriana dall'esistenzialismo ma ne coglieva la fragilità speculativa. Immaginare, insomma, che l'uomo, per quanto malconcio ed esasperato, potesse essere protagonista di una rivoluzione filosofica era per Heidegger un controsenso. Sartre e Heidegger si videro una sola volta. Nel 1953, a Zähringen, la residenza cittadina di Heidegger. L'incontro, come nota Bakewell, non andò bene, fu un dialogo tra sordi, dal quale Sartre si congedò di pessimo umore. Ciascuno, in fondo, chiedeva ciò che l'altro non poteva dargli. Heidegger glissò sul suo passato nazista, Sartre non rinunciò mai all'idea dell'uomo portatore di un progetto di libertà. Affermazione che inorridì il filosofo tedesco.

C'è da dire in conclusione che mentre la filosofia di Heidegger – nonostante i Quaderni neri – continua a sollecitarci, l'esistenzialismo di Sartre non ha trovato nessuna nuova reincarnazione. Soppiantato dai postmodernismi (a loro volta messi da parte dai nuovi realismi), e dalla post- cibernetica, e dal post-colonialismo, l'esistenzialismo sembra vivacchiare con lo sguardo rivolto più al passato che all'oggi.

Il suo trionfo (ma forse anche la sua rovina) fu il Sessantotto. È vero, come sostiene Bakewell, che ha fornito un contributo fondamentale al cambiamento delle basi del nostro vivere odierno, sostenendo il femminismo, i diritti degli omosessuali, l'abbattimento delle divisioni sociali, nonché le lotte contro il razzismo e il colonialismo. Ma è come se quella carica libertaria si fosse infranta sulla durezza contorta della realtà. Trasformando le proprie esigenze in una democrazia del vaniloquio dove parole e simboli hanno soppiantato i fatti e deluso ogni idea di verità possibile.

La Repubblica – 21 novembre 2016

 

Sarah Bakewell
Al caffé degli esistenzialisti
Fazi
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