TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


sabato 10 dicembre 2016

Artemisia Gentileschi e il suo tempo



È stata una delle più importanti donne pittrici. è diventata con il tempo un simbolo del femminismo: le sue Giuditte raccontano molto di più dell’assassinio del nemico Oloferne.

Lea Mattarella

La vendetta di Artemisia


È considerata l’eroina della pittura per avercela fatta in un mondo dominato dagli uomini. E con il tempo, è diventata anche un’icona del femminismo. Artemisia Gentileschi è uno di quegli artisti per i quali è impossibile compiere una separazione tra arte e vita. Soprattutto perché tra i suoi capolavori c’è quello della vendicatrice Giuditta intenta a tagliare la testa a Oloferne che strabuzza gli occhi in primo piano davanti a noi, mentre lei, un po’ schifata, si allontana perché non le finisca addosso troppo sangue. Il dipinto conservato al Museo di Capodimonte a Napoli arriverà il 7 febbraio a Roma, a Palazzo Braschi, per completare la bella mostra Artemisia Gentileschi e il suo tempo che raccoglie ben cento opere.

Ma in esposizione si può già ammirarne una seconda versione che arriva dagli Uffizi ed è in migliori condizioni di conservazione, datata tra il 1620 e il 1621, cioè tre, quattro anni dopo la prima. La composizione è la stessa. Cambiano solo i colori delle vesti di Giuditta e della fantesca Abra che tiene ferme le braccia del condottiero assiro, ucciso dall’eroina biblica. Julia Kristeva, autrice de La testa senza il corpo, considera il quadro il simbolo della “lotta contro il potere fallico dell’uomo violentatore”.



Ma è anche la vendetta personale di Artemisia, che dal 1613 viveva a Firenze dove frequentava Galileo e dove era stata ammessa, prima donna di tutti i tempi, a frequentare l’Accademia del Disegno. Portava con sé il trauma di uno stupro.

Successe a Roma, dov’era nata nel 1593, e dove presto imparò il mestiere dal padre Orazio: nella stessa bottega lavorava anche Agostino Tassi che nel 1611 l’aggredisce e la violenta. Il Gentileschi, pittore di talento ma pessimo padre, denuncia il collega non per la violenza subita dalla figlia, ma per il rifiuto di sposarla. Meglio così, per Artemisia che sposò un altro ed ebbe pure un amante al quale inviava lettere appassionate (aveva anche imparato a scrivere, cosa — all’epoca — nient’affatto scontata).

Per la Kristeva tagliare sulla tela la testa a Oloferne/Agostino/Orazio significava una vera e propria resurrezione: non a caso Artemisia dipinge molte volte la storia di Giuditta (solo in questa mostra lo stesso soggetto è declinato ben quattro volte). Nella versione del 1613 la vendetta è già compiuta, Giuditta e la fantesca Abra portano la testa del nemico in un cesto. È lo stesso schema della tela del padre che vediamo in mostra, ma lei rende tutto più drammatico avvicinandosi al soggetto, eliminando lo spazio intorno.



La rappresentazione diretta della violenza arriverà dopo, quando Artemisia si allontanerà dall’influenza paterna, scoprendo il naturalismo di Caravaggio. E tra i pittori caravaggeschi oggi è forse la più amata. La mostra la mette a confronto anche con quelli attivi a Napoli, città dove arriverà nel 1630 per morirvi nel 1653: Andrea Vaccaro, Ribera, Francesco Guarino, Filippo Vitale, anche lui autore di una Giuditta che sgozza Oloferne, un grido rosso che invade la stanza.

Artemisia è sempre lì, a testa alta fino agli ultimi anni, quando placa un po’ il furore e acquista una pacatezza più classicheggiante. Basta confrontare le sue Lucrezie, tema amatissimo, che inscenano suicidi sempre meno tragici e più teatrali. Come fossero allontanate dal dolore.


La Repubblica – 4 dicembre 2016