TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


lunedì 19 dicembre 2016

Claudio Pavone, Aria di Russia



«I capi comunisti italiani vengono qui a villeggiare o a farsi curare a spese dello Stato sovietico, ne parlano male in privato, ma poi tornano in Italia a dire che va tutto bene». Il libro di Claudio Pavone «Aria di Russia. Diario di un viaggio in Urss»: uno sguardo critico sull’Unione Sovietica nei primi anni Sessanta e una lucida testimonianza.

Alessandro Santagata

Uno storico smaliziato

Claudio Pavone ha saputo far vivere la sua storiografia di quella passione civile che appartiene ai grandi intellettuali. A vent’anni attivista antifascista, aveva intessuto contatti con alcuni dei più importanti esponenti della cultura socialista e azionista. Nel dopoguerra era stato per molti anni archivista progettando e avviando con Piero D’Angiolini La Guida Generale degli Archivi di Stato Italiani.

In questa fase si colloca anche il viaggio in Unione Sovietica compiuto tra l’agosto e l’ottobre 1963 nell’ambito del programma di scambio italo-sovietico che prevedeva un lungo soggiorno per raccogliere informazioni sui documenti italiani presenti nei diversi archivi russi. Aria di Russia. Diario di un viaggio in Urss (Laterza, pp.224, euro 20) è la testimonianza precisa e tutt’altro che «di maniera» di quell’esperienza; un testo denso e vivace in cui impressioni, emozioni e riflessioni si intrecciano in una narrazione decisamente accattivante. Siamo in un periodo d’intensificazione delle relazioni tra i due paesi e, soprattutto, nel pieno del disgelo post-destalinizzazione.

Le tappe che scandiscono il racconto sono numerose: dalla partecipazione insieme a Giampiero Carocci, Gastone Manacorda, Vittorio Emanuele Giuntella e altri membri della delegazione italiana al III Convegno internazionale di storia della Resistenza a Karlovy Vary in Cecoslovacchia, ai soggiorni a Mosca, Leningrado e Kiev. Dal diario emerge chiaramente la curiosità di un «indipendente di sinistra» che scruta affascinato il paesaggio dai finestrini del treno «come se il socialismo dovesse apparire in modo inequivocabile sugli alberi e suoi prati».

Si tratta però di uno sguardo critico che prende atto rapidamente dei problemi e delle stridenti contraddizioni del sistema. Le numerose osservazioni di costume – lo squallore e il grigiore delle periferie, il cattivo gusto nel vestire, i privilegi della «gioventù dorata», ma anche la gioia dei canti e dei balli, la passione civile degli intellettuali, l’emancipazione femminile – sono accompagnate dal resoconto degli scambi interpersonali.

A Papavian, giovane collega e una delle figure più ricorrenti nel diario, Pavone tenta senza successo di spiegare che in Italia esistono tante sinistre e che il socialismo non è una categoria politica univoca. Si discute spesso di Gramsci e di quell’originalità del comunismo italiano che affascina gli interlocutori, ma anche delle condizioni in cui si fa cultura in Urss e quindi del problema della libertà di espressione. Argomenti ricorrenti sono poi le condizioni effettive prodotte dalla destalinizzazione tanto nell’organizzazione interna, quanto nelle difficili relazioni internazionali con la Cina e gli Stati Uniti.


Diverse sono le testimonianze degli intellettuali che avevano vissuto l’esperienza dei campi, ma le pagine più belle sono forse quelle delle lunghe chiacchierate con l’economista Galina Oborina, compagna energica e orgogliosa, che racconta della persecuzione subita dal padre, vecchio rivoluzionario accusato di trotzkismo, e polemizza con gli italiani che tendono a mitigare il giudizio su Stalin. Secondo Galina – annota Pavone sul suo diario – «i capi comunisti italiani vengono qui a villeggiare o a farsi curare a spese dello Stato sovietico, ne parlano male in privato ma poi tornano in Italia a dire che va tutto bene».

In altre testimonianze, per esempio quella di Carolina Misiano, docente presso l’Accademia delle Scienze di Mosca, è comunque ricorrente il senso di appartenenza a una causa di cui gli intellettuali sovietici rivendicano il valore e le possibilità di correzione e di crescita. Pavone tende a non nascondere il proprio imbarazzo e i dubbi di uno studioso che non si è iscritto al Pci proprio per le «ambiguità» di Togliatti. In ogni caso, la prospettiva rimane lunga e l’attesa elevata nei confronti di un sistema in evidente e rapida trasformazione.

L’autore piange ascoltando la Marsigliese sul taxi che lo scorrazza tra le rovine di Varsavia, si imbarazza nel mezzo di un’accesa disputa sui prigionieri di guerra tra Misiano e Fridman, si appassiona nel discutere con i vari interlocutori su cosa abbia rappresentato per loro l’utopia marxista e sul percorso intrapreso da Chrušcëv.

Non solo dunque uno spaccato di grande interesse storico sull’Unione Sovietica nei primi anni Sessanta, ma anche una testimonianza preziosa di un intellettuale impegnato che non ha mai rinunciato alla sua funzione critica


il Manifesto – 3 dicembre 2016