TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


sabato 3 dicembre 2016

Così gli italiani pativano la fame nei campi di lavoro nazisti



Dopo l'8 settembre 1943 centinaia di migliaia di soldati italiani furono internati nei lager tedeschi. Molti non ritornarono. Ora la Germania li ricorda con una mostra a Berlino. Un evento importante che ci fa sentire settant'anni dopo non più cittadini italiani ( o tedeschi), ma semplicemente europei.

Frank-Walter Steinmeier*

Così gli italiani pativano la fame nei campi di lavoro nazisti



«Cara mamma, ritornerò», queste sono le parole che l’italiano Andrea Talmon più di 70 anni fa incise sulla sua gavetta, all’interno di una baracca. Si trattava di una semplice scodella dell’esercito italiano, ammaccata e graffiata. Qui nel lager però queste scodelle erano più di un recipiente. Spesso erano l’unica cosa che rimaneva agli uomini della loro amata patria italiana. E così diventavano lo schermo di metallo su cui proiettare nostalgie e paure. Il prigioniero Ivo Sghedoni sulla sua gavetta scrisse due parole di forte impatto: «fame e paura».

Fame e paura, dolore e ingiustizia, perpetrata dai nazionalsocialisti tedeschi nei confronti degli internati militari italiani. Ne sono testimonianza le gavette di questi uomini. E ne è testimonianza l’angosciante e al contempo suggestiva mostra che si inaugura oggi a Berlino («Tra più fuochi, La storia degli Internati Militari Italiani 1943-1945», presso il Centro di Documentazione sui Lavori Forzati Nazionalsocialisti di Berlino, ndt).


Centinaia di migliaia di italiani furono catturati dai nazisti dopo che il Maresciallo Badoglio a settembre del 1943 firmò l’armistizio con gli Alleati. Il patto dell’Italia con la Germania nazista si era così spezzato. I soldati italiani, ancora impegnati nei combattimenti al fianco dei soldati tedeschi della Wehrmacht, si trovarono ora effettivamente «tra più fuochi». Erano i tedeschi di cui erano stati alleati fino ad allora che adesso li stipavano nei treni merci per deportarli nel Deutsches Reich e in Polonia, dove li costringevano a svolgere lavori pesanti e logoranti, soprattutto nell’industria degli armamenti. Ed erano gli ex alleati che adesso li bandivano apertamente e a gran voce come traditori. «I bambini ci tiravano sassi e le donne ci sputavano addosso», raccontava il soldato italiano Settimo Bosetti. «Eravamo gente cattiva, traditori, feccia umana. Quel disprezzo ci bruciava quasi più della fame!».

Anche le gavette di uomini come Andrea Talmon raccontano che cosa significasse concretamente quel disprezzo per la vita degli internati. Ad esempio quando i nazisti introdussero la cosiddetta «alimentazione proporzionata alla produttività», con cui le razioni vennero ridotte come perfida punizione.

«Sono stato costretto a rompere il ghiaccio, la neve ghiacciata per terra, a scioglierla in una gavetta e a bere quell’acqua così com’era», ricorda l’internato Donato Esposito. «Si raccoglievano le briciole di pane dal tavolo. Abitudine che è rimasta! Guardi, la fame è una cosa che rimane appiccicata alla pelle...». Oltre 650.000 italiani vennero costretti al lavoro forzato nell’industria della guerra tedesca. Un numero quasi inimmaginabile! Più di 50.000 morirono in prigionia.


In un posto come questo, a Schöneweide, volgiamo lo sguardo al capitolo più buio della nostra storia comune. A una sofferenza e un dolore indicibili. E con questo sguardo rivolto indietro nel buio, io credo che si illumini la nostra visione del presente. Del lungo cammino percorso dai nostri due Paesi negli ultimi settant’anni. Un cammino che ha creato amicizia e fiducia all’interno di un’Europa unita. Questa fiducia reciproca è stata anche il punto di partenza del nostro percorso verso una cultura della memoria comune, così a lungo assente. […]

Oggi creiamo anche qui a Schöneweide un altro luogo della memoria. Chi scende, qui nel lager, nel seminterrato della baracca 13 vi trova ancora ben leggibili sulle pareti le scritte dei prigionieri italiani. [...] Concluso e finito è il doloroso capitolo di storia italo-tedesca di cui è simbolo questo lager. Ma non dobbiamo dimenticarlo e non lo dimenticheremo. Il Passato non è una constatazione storica, è un monito.

* Ministro Federale degli Affari Esteri della Repubblica Federale Tedesca


La Stampa – 1 dicembre 2016