TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


martedì 20 dicembre 2016

Cossiga l'enigma della Repubblica


Esce da Aragno «La svolta di Francesco Cossiga» che contiene i diari di Ludovico Ortona, capo ufficio stampa del leader sardo al Quirinale tra il 1985 e il 1992, e offre una ricostruzione “dall'interno” del personaggio più enigmatico della Prima Repubblica.

Maurizio Caprara

Cossiga innovatore irruento. Anticipò la caduta del Muro


È convinzione diffusa che Aldo Moro sia stato malvisto dagli Stati Uniti, a causa della scelta di favorire un avvicinamento del Partito comunista italiano alla maggioranza di governo dal 1976, e che nella Democrazia cristiana Francesco Cossiga sia stato l’Amerikano con la K, l’esecutore obbediente delle volontà di Washington. Di sicuro nel 1978, mentre il presidente della Dc era prigioniero delle Brigate rosse, il ministro dell’Interno fu un pilastro del rifiuto di una trattativa, condiviso da Washington. Cossiga fu certo molto spesso in sintonia con gli americani. Ma non sempre, e le sue divergenze con il Paese più potente dell’Occidente, quando ci furono, furono serie.

Nel marzo 1986, prima ancora dei bombardamenti sulla casa del colonnello Muammar el Gheddafi, si ebbe notizia che gli Usa avevano affondato una nave libica in reazione a un lancio di missili verso aerei statunitensi sul Golfo della Sirte. Da meno di un anno presidente della Repubblica, Cossiga ne fu «contrariato». La sua tesi era che il dittatore libico non andava reso una vittima, obbligando gli arabi moderati a difenderlo, e che la Marina americana non doveva mostrare i muscoli verso Tripoli su navi partite da basi in Italia, Paese al quale non conveniva complicare le relazioni con la Libia.

È un corposo libro di Ludovico Ortona, La svolta di Francesco Cossiga. Diario del Settennato (1985-1992), Aragno editore, a fornire una ricostruzione interessante di quei momenti. Ortona era il consigliere del presidente della Repubblica incaricato di occuparsi della stampa, veniva dalla diplomazia ed era stato per anni all’estero. La sua ricostruzione di una visita del segretario di Stato, George Shultz, il 28 marzo 1986 al Quirinale è tempestosa. Cossiga «giunge tardi al colloquio, apposta e già irritando Shultz». Dopodiché «impartisce una vera lezione» all’ospite sottolineando che gli italiani avevano aiutato il suo Paese mentre aveva cittadini ostaggi in Iran e in cambio non ottiene «la stessa comprensione».


Shultz interviene, in inglese: «Signor presidente, sta parlando da tre quarti d’ora e io non ho potuto proferire parola». Cossiga gli regala due libri su Cavour per spiegargli la politica estera italiana. Shultz obietta: «Signor presidente, con tutta la delicatezza possibile mi lasci dire che la sua analisi è tragicamente sbagliata». Per gli Stati Uniti, presieduti da Ronald Reagan, Gheddafi «è una minaccia». Ortona annota che il colloquio termina in un clima «agghiacciante» e aggiunge: «Ho il compito ingrato di parlare con i giornalisti».

Esistono vari modi di leggere un libro. Tanti possono essere quelli di addentrarsi in un diario che riguarda molti dei 2.497 giorni del settennato 1985-1992. Per chi scrive adesso queste righe, e seguì da quirinalista gran parte della fase turbolenta della presidenza Cossiga, risaltano descrizioni come quella sul confronto con Shultz, una sequenza in alta definizione sulla freddezza dell’incontro della quale si apprese.

È efficace l’idea di Ortona di intitolare i capitoli del diario come un crescendo musicale, da 1985: Lentissimo senza fretta a 1990: Vivace con brio, 1991: Presto incalzante, 1992: Prestissimo tumultuoso. Nel libro si passa infatti dal resoconto sugli sforzi iniziali del capo ufficio stampa per far dire al presidente qualcosa di pubblicabile dai giornali alle sofferenze successive per le difficoltà nel trattenerlo dal dichiarare. Il 15 novembre 1991, in una stagione nella quale Cossiga parla ogni giorno con giornalisti, si scontra con Giulio Andreotti, mezza Dc e il Partito democratico della sinistra di Achille Occhetto, sconfortato il suo consigliere si appunta: «Questo è un caso di logorrea con un desiderio insistente di “comparire”, come fosse una vera droga».

Parole taglienti. Eppure Ortona è collaboratore fedele. È la sua estraneità alla politica e a un relativo, e originale, intimismo insulare del sardo Cossiga a fargli formulare del presidente descrizioni a tratti crude, coinvolte e distaccate. Non sembra esserci stata auto-censura nel riferire dei momenti depressivi della personalità di Cossiga né delle sue foghe: «Conduce la sua battaglia in appartamento, in pigiama, dettandomi comunicati e facendosi intervistare dalle radio. Un vero inferno», si legge nel diario del 1991.


Però non è tanto questo né quello molto attento alla massoneria, o inquieto di fronte ad attacchi sul sequestro Moro, il Cossiga inedito, malgrado possano esserlo alcuni dettagli del libro.

Gli scontri con Andreotti od Occhetto erano rumorosi e percepiti in pubblico. È in risvolti in apparenza minori che si ottiene conferma indiretta di quanto Cossiga, nel suo turbinio, fu un anticipatore. Uomini intelligenti, comunque li si giudichi, come Andreotti, Arnaldo Forlani e il socialista Bettino Craxi, non capirono quanto la fine della divisione del mondo in un blocco filoamericano e uno filosovietico avrebbe destabilizzato la cosiddetta Prima repubblica italiana, basata sull’esclusione dei comunisti dal governo. Cossiga invece sì, e lo comprese Occhetto che a modo suo trasformò il Pci in Pds per non rimanere sotto le macerie del Muro di Berlino.

Il Cossiga innovatore viene riconosciuto nella prefazione di Giuliano Amato e nella postfazione di Pasquale Chessa al diario. Il suo obiettivo, messo in ombra dalla rete segreta di Gladio ufficialmente rivelata da Andreotti, era un sistema che permettesse alternanze al governo con Botteghe Oscure.

Dal diario di Ortona, 12 novembre 1988: «Il presidente fa un’osservazione interessante e cioè che se Gorbaciov volesse davvero provocare degli scossoni violenti al centro dell’Europa dovrebbe pensare all’abbattimento del muro di Berlino». Quel muro fu aperto un anno dopo. In Italia si accentuò la crisi del pentapartito Dc-Psi-Psdi-Pri-Pli, crebbe la Lega, seguirono le scosse di Mani pulite.


Il Corriere della sera – 25 settembre 2016