TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


giovedì 22 dicembre 2016

Domenicani. I guardiani del gregge


Domenico propone di contrastare l’eresia catara attraverso la parola, la dottrina e uno stile di vita «mendicante». Ma l’Ordine, non potendo contare sul carisma di Francesco d’Assisi, punta soprattutto sui primi due elementi, insomma sul potere che genera altro potere. In questo caso il potere consisteva nel poter stabilire chi era eretico e chi no. Un potere ideologico immenso, praticamente di vita e di morte su ciascuno, pari solo a quello dei Partiti comunisti nella Russia staliniana e nella Cina maoista.


Marco Rizzi

Domenicani. I guardiani del gregge


I domenicani non godono di buona fama. Nella cultura pop recente, la loro immagine è associata all’oscuro Medioevo del Nome della rosa di Umberto Eco (e al film di Jean-Jacques Annaud che ne è stato tratto), in cui l’implacabile e crudele inquisitore Bernardo Gui indossa l’abito bianco e il mantello nero dell’Ordine dei Predicatori. Non per caso, dal romanzo prende le mosse il breve profilo storico I domenicani , pubblicato da Massimo Carlo Giannini per il Mulino a 800 anni esatti dalla bolla con cui Papa Onorio III, il 22 dicembre 1216, confermava il consenso alla forma di vita scelta a Tolosa da un gruppo di sacerdoti, impegnati nella predicazione contro l’eresia catara.

Il loro leader, Domenico, proveniva dalla città spagnola di Calaruega, a sud di Burgos, dove era nato poco dopo il 1170 (l’appartenenza alla casata dei Guzman è una attribuzione posteriore, ora rigettata dalla storiografia); figura di spicco del clero locale, aveva affiancato il vescovo Diego di Osma in alcune missioni diplomatiche. Nel corso di una di queste, intorno al 1205, Domenico entrò in contatto a Montpellier con i legati papali che Innocenzo III aveva inviato a contrastare i catari. Domenico propone una nuova strategia di predicazione, che fa forza, oltreché sulla parola e la dottrina, su uno stile di vita «apostolico», ispirato cioè alla povertà e alla vita comune dei primi cristiani.

Nasce così la prima «casa» dei Predicatori a Tolosa. Di Domenico, morto a Bologna nel 1221, non si ha certezza storica di molto di più, se non dell’attività di promotore e organizzatore dell’Ordine, svolta in stretto contatto con il papato. L’anno precedente era stata presa una decisione fondamentale: la rinuncia a ogni forma di proprietà, che portò ben presto i domenicani ad essere associati ai francescani, la cui regola venne approvata nel 1223, quali «ordini mendicanti». Lo stretto legame creatosi tra le due famiglie religiose sarà celebrato già a pochi decenni di distanza da Dante nell’XI e nel XII canto del Paradiso .

A differenza di Francesco, però, Domenico non era un leader molto carismatico. Non potendo contare su un’origine così luminosa, i domenicani costruirono la propria identità attorno a due pilastri: la formazione intellettuale dei membri e la difesa granitica dell’ortodossia ecclesiastica a ogni livello, dalla predicazione alla speculazione teologica, con conseguenze che si sono proiettate sino a oggi. Negli affreschi realizzati da Andrea di Bonaiuto intorno al 1365 per il convento di Santa Maria Novella, i frati predicatori sono raffigurati, giocando sul termine latino Domini-canes , come cani bianchi pezzati di nero che difendono il gregge della Chiesa dai lupi-eretici.

Se Tommaso d’Aquino rappresenta il punto di riferimento dottrinale dell’Ordine, la devozione popolare è stata indirizzata piuttosto verso la figura di Pietro da Verona, ucciso nel 1252 poco fuori Milano, a Barlassina, mentre esercitava il ruolo di inquisitore. L’agiografia domenicana ne fece una vittima degli eretici catari (non senza dubbi degli storici moderni, che collocano il delitto anche sullo sfondo dei conflitti cittadini): morendo per un colpo di lama alla testa, Pietro avrebbe tracciato col sangue la parola «credo», consacrando così con il martirio la dedizione dell’Ordine all’ortodossia (la roncola piantata nella testa con cui viene raffigurato l’inquisitore non sfigurerebbe in una pellicola pulp alla Tarantino).


Nella chiesa di Sant’Eustorgio a Milano, la vicenda di Pietro Martire è celebrata dagli straordinari affreschi di Vincenzo Foppa nella cappella fondata da Pigello Portinari, rappresentante lombardo del Banco dei Medici alla metà del Quattrocento. Indizio del successo e del prestigio dell’Ordine, ma pure dei conflitti e delle rivalità che lo attraversavano, è la decisione presa verso la fine dello stesso secolo da Ludovico il Moro di eleggere a luogo di sepoltura proprio e di tutta la casata degli Sforza l’altro convento domenicano della città, quello di Santa Maria delle Grazie, da poco fondato, e di farvi affrescare da Leonardo l’ Ultima cena , senza poter immaginare che Dan Brown nel Codice da Vinci ne avrebbe fatto un manifesto degli eretici in casa degli inquisitori.

In realtà, la vicenda dell’Ordine appare ben più complessa della dicotomia tra ortodossia ed eresia, predicazione e inquisizione, che sembra segnarla indelebilmente. Domenicani furono Girolamo Savonarola, profeta politico propugnatore di una rivolta dal basso per l’instaurazione di una nuova Gerusalemme nel nome di Cristo, impiccato e bruciato sul rogo a Firenze nel 1498 per ordine di un tribunale ecclesiastico del quale era componente il generale dell’Ordine, Gioacchino Torriani; Giordano Bruno, arso vivo nel 1600 in Campo de’ fiori a Roma, su ordine dell’Inquisizione, divenuto dopo l’Unità la bandiera dell’Italia anticlericale, che dopo una lunga lotta riuscì a fargli erigere una statua sul luogo del rogo; Tomaso Campanella, che scampò al destino dei due confratelli fingendosi pazzo, trascorrendo quasi trent’anni in carcere a Napoli, per essere infine riabilitato e accolto prima da Papa Urbano VIII come esperto d’astrologia e di oroscopi, successivamente da Luigi XIII e dal cardinale Richelieu, sino alla morte nel 1639.

Saldamente all’interno della Chiesa cattolica, ma sul confine di esperienze coraggiosamente al di là di una pacificata acquiescenza allo status quo. si collocano molte altre figure della storia domenicana. Per un Ordine associato per lo più alla sua componente maschile, straordinariamente acculturata, Caterina da Siena, donna, analfabeta, priva di dote (era la penultima di 25 figli di una coppia più prolifica che benestante), poteva rappresentare più di un problema; la sua ammissione al Terz’ordine domenicano, le suore cosiddette mantellate, dal mantello nero che indossavano sopra la veste bianca, fu a lungo osteggiata dalla famiglia e dall’Ordine stesso, che normalmente vi accoglieva vedove e donne mature che volevano ritrarsi dal mondo. Ma la sedicenne Caterina visse sin da subito la sua vocazione come un modo di vita autonomo in mezzo al mondo, sempre in movimento nella sua azione a favore della riforma della Chiesa, che la porterà sino ad Avignone per implorare il Pontefice di fare ritorno a Roma, ottenuto infine nel 1377, pochi anni prima della morte.


Tratti di ancora maggiore modernità mostra la parabola umana e religiosa di Bartolomé de Las Casas, giunto già sacerdote nell’America da poco scoperta, impegnatosi a mitigare l’asprezza dello sfruttamento coloniale spagnolo, ma convertitosi a posizioni ben più drastiche a seguito della predicazione di un manipolo di frati domenicani, capeggiati da Pedro de Cordoba, che denunciano con toni apocalittici il comportamento anticristiano dei conquistatori. Entrato nell’Ordine, Bartolomé diviene in breve il protector de los Indios , impegnato a loro difesa sul piano teorico e pratico, unendo riflessione giuridica e lobbying politica presso la corte madrilena, aristotelismo tomistico e denuncia dell’imperialismo.

In questa direzione, valorizzare la complessità, se non anche la contraddittorietà della vicenda domenicana per renderne un’immagine più veritiera è l’obiettivo dichiarato di un volume a più voci curato per Laterza da due storici, Gianni Festa e Marco Rainini, che non si ferma alla storia istituzionale e ai maggiori protagonisti, ma esplora ambiti e figure meno conosciute, che contribuiscono a illustrare come sia stato possibile che uno tra i più grandi teologi domenicani del XX secolo, Yves Congar, abbia potuto affermare che «grazie alla storia, percepiamo l’esatta proporzione delle cose, evitiamo di considerare tradizione quello che è nato l’altro ieri e che nel corso del tempo è cambiato più di una volta». Come la Chiesa, anche i «cani del Signore» possono mostrare volti inattesi.


Il Corriere della sera/La Lettura – 11 dicembre 2016