TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


giovedì 22 dicembre 2016

Eros e virtù. Aristocratiche e borghesi da Watteau a Manet


Aristocratiche e borghesi da Watteau a Manet: una limpida analisi del mutare di costumi e valori nel rapporto fra i sessi fra Settecento e Ottocento.

Giorgio Villani

I tableaux sociali di Alberto Mario Banti

Mediocri tele come quelle di Sinibaldo Tordi o di Giuseppe Signorini mostrano, oltre che l’abisso nel quale poteva cadere il gusto del diciannovesimo secolo, l’immagine di una società settecentesca vanitosa e disinvolta che doveva stuzzicare la fantasia di un pubblico borghese in maniera non troppo diversa da come le egloghe pastorali avevano saputo compiacere l’immaginazione delle corti del Rinascimento. In un caso e nell’altro si trattava di un mondo distante e irrimediabilmente dissolto.

Il libro di Alberto Mario Banti Eros e virtù Aristocratiche e borghesi da Watteau a Manet (Laterza, «i Robinson / Letture», pp. 160, euro 19,00) descrive quel fondamentale mutamento della società europea che pose l’universo descritto da Tordi fra gli appetiti interdetti. È un volume snello, che consta di due riflessioni diramantesi da due noti quadri, L’insegna di Gersaint di Watteau e Il balcone di Manet. Dalla bottega del commerciante francese Banti prende l’abbrivio per discutere del genere di quadri che vi si acquistavano, del tipo di libri smerciati, delle esigenze, insomma, dei compratori: qualche tela di soggetto devoto, qualche romanzo epistolare per ammaestrare al bene, qualche scena di vita ordinaria, placida e onesta, ma pure, per altro verso, confessioni di dissoluti, dipinti di dee in amore e paesaggi popolati di maliziosi angioletti non imparentati che alla lontana coi nunzi celesti che additavano a Giuseppe la via per fuggire in Egitto.


Si parla di libri, si parla di quadri: l’autore spiega gli uni con gli altri, giacché Senza domani, aerea fantasia erotica di Vivant Denon, esprime i medesimi ideali di affinata letizia carnale che posson vedersi nelle tele di Baudouin e di Fragonard almeno quanto le satire di Hogarth e i romanzi di Richardson veicolano un’eguale riprovazione per i costumi aristocratici.

Banti distingue con grande chiarezza le radici culturali dei gravi sermoni di Greuze (accostabili per la monotona tetraggine dello stile a taluni passi dell’Emilio di Rousseau) da quelle dei tenui ricami di aria e di trina che si vedono nei quadri rococò. L’originalità del libro tuttavia non è in questa contrapposizione fra la nuova morale della continenza borghese e la licenziosità dell’ancien régime ma piuttosto nell’aver mostrato, con prosa limpida e sintetica, come anche la veglia della ragione sappia generare mostri. «Tali rappresentazioni – scrive l’autore a proposito delle opere erotiche del Settecento – parlano della forza di seduzione che la bellezza femminile opera sul desiderio maschile, così come dell’autonoma intensità dell’erotismo femminile». Quel che si vede nel Balcone di Manet è invece ben diverso: «È una divaricata sintassi dell’apparenza quella che si impone a nostro sguardo», essa ci parla «di una profonda distanza nei ruoli di genere, scandita dalla differenza degli impegni a cui gli uomini e le donne sono chiamati nella società borghese del XIX secolo».

La seconda parte del volume è dunque dedita a dimostrare come la nuova società, succeduta a quella aristocratica del diciottesimo secolo, si fondasse su un costume patriarcale sancito sia da opere filosofiche come quelle di Rousseau sia dal Codice civile napoleonico. Per Banti l’effetto di questo irrigidimento gerarchico dei sessi si constata nei quadri di nudo ottocenteschi dai quali «trapela un evidente desiderio sessuale che tuttavia, diversamente da ciò che accadeva nella pittura rococò, non si traduce mai in rappresentazioni che parlino di una reciprocità del desiderio vissuta essenzialmente su un piano di parità».


Chi abbia familiarità col noto libro di Praz sulla sensibilità sadica dell’Ottocento non faticherà a immaginare alcuni degli esempi evocati dall’autore come Il bagno turco di Ingres, Il tepidarium di Alma-Tadema o Il cavaliere errante di Millais; mentre la Colazione sull’erba e l’Olympia di Manet costituirebbero invece un atto di rivolta. A un libro così limpido non si ha che una piccola osservazione da fare ovvero che al fine di documentare taluni processi sociali le opere minori valgono, sovente, assai meglio di capolavori come appunto L’insegna di Gersaint o Il Balcone, nei quali è proprio lo spessore artistico a creare opacità interpretativa.

Le odalische di Ingres sono, infatti, concepite per stimolare la memoria dei classici prima ancora che gli appetiti erotici, il che non può certo dirsi della declinazione afrodisiaca che ne dette Mariano Fortuny nella sua, di Odalisca, rutilante scrigno senza contenuto d’arte. E Hogarth, per quanto male potesse dire della nobiltà, non fu mai tanto sfacciato quanto certi anonimi disegnatori settecenteschi che fecero ritratti di aristocratici alla maniera d’Arcimboldo, con attributi virili, però, in luogo degli ortaggi. Ciò non nuoce alla bontà del libro di Banti ma lascia il lieve rammarico di non aver potuto vedere, rese nell’eccellente qualità di questo apparato figurativo, anche qualche rarità d’erudito.


Il manifesto – 11 dicembre 2016